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| << | < | > | >> |Indice
PRIMA PARTE
Settembre alle porte 7
La solitudine di Noam Chomsky 34
Contrastare l'impero 56
Guida all'impero per la gente comune 65
Democrazia imperiale pronta all'uso
(paghi uno prendi due) 82
SECONDA PARTE
La democrazia in casa nostra 117
Rumori di guerra: giochi estivi
con le bombe nucleari 142
Ahimsa (non violenza) 149
Note 155
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| << | < | > | >> |Pagina 7Gli scrittori pensano di scegliere le loro storie dal mondo. Io mi sto convincendo che sia la vanità a farglielo credere. Succede esattamente il contrario. Sono le storie a scegliere gli scrittori. Sono le storie che si rivelano a noi. Le storie pubbliche e le storie private ci colonizzano, ci affidano incarichi, insistono per farsi narrare. Il romanzo o il saggio sono solo tecniche diverse per raccontare una storia. Per ragioni che non comprendo fino in fondo, nel mio caso la narrativa scaturisce senza sforzo. Il saggio, invece, nasce con fatica dal mondo dolente e spezzato in cui mi sveglio ogni mattina. Una buona parte di quello che scrivo, nella forma narrativa o saggistica, riguarda il rapporto fra potere e impotenza, e il conflitto infinito, circolare, che questi due elementi ingaggiano. John Berger, autore straordinario, ha scritto: «Mai più verrà raccontata una storia come se fosse l'unica». Non c'è mai un'unica storia. Ci sono solo modi di vedere. Perciò, quando racconto una storia, non la racconto come un ideologo che contrappone un'ideologia assoluta a un'altra, ma come un cantastorie che vuole condividere con gli altri il suo modo di intendere il mondo. Anche se può sembrare il contrario, quello che scrivo in realtà non parla dei paesi e della loro storia, ma del potere. Della paranoia e della spietatezza del potere. Della fisica del potere. Credo che dalla concentrazione di poteri vasti e senza vincoli nelle mani di uno stato o di un paese, di una multinazionale o di un'istituzione - o anche di un individuo, un coniuge, un amico o un fratello quale che sia la sua ideologia, derivino abusi, come quelli di cui vi dirò qui.
Vivendo, come milioni di noi, sotto la minaccia
dell'olocausto nucleare che i governi dell'India e del Pakistan continuano a
promettere ai loro cittadini plagiati, e nel distretto globale della guerra al
terrorismo (che il presidente Bush definisce piuttosto biblicamente «il compito
che non ha fine»), penso molto al rapporto fra i cittadini e lo stato.
In India, chi di noi è intervenuto sostenendo le proprie opinioni sulle
bombe nucleari, sulle grandi dighe, sulla globalizzazione neoliberista e la
crescente minaccia del fascismo indù - opinioni in contrasto con quelle del
governo indiano - è stato bollato come «antipatriottico». Anche se quest'accusa
non mi riempie di sdegno, non è una definizione esatta di quello che faccio o di
quello che penso. Una persona antipatriottica è ostile al suo paese e quindi
favorevole a un altro. Ma non è necessario essere antipatriottici per nutrire un
profondo sospetto nei confronti di tutti i nazionalismi, per essere
antinazionalisti. Il nazionalismo, a prescindere da come si è manifestato, è
stato la causa di gran parte dei genocidi del XX secolo. Le bandiere sono pezzi
di stoffa colorata che i governi usano prima come pellicola per avvolgervi ben
bene la mente delle persone e poi come sudari cerimoniali per avvolgervi i
morti. Quando le persone indipendenti, abituate a ragionare con la propria testa
(e qui non includo i media delle multinazionali), cominciano a marciare sotto
le bandiere; quando scrittori, pittori, musicisti, registi sospendono il
giudizio e mettono ciecamente la loro arte al servizio della «nazione», per
tutti noi è arrivato il momento di scuotersi e iniziare a preoccuparsi. In India
abbiamo assistito allo sventolio di bandiere subito dopo i test nucleari del
1998 e nel 1999 durante la guerra di Kargil contro il Pakistan. Negli Stati
Uniti lo abbiamo visto durante la guerra del Golfo e adesso, in occasione della
«guerra al terrorismo»: un'infinità di bandiere americane «made in China».
Recentemente, chi ha criticato le azioni del governo statunitense (compresa la sottoscritta) è stato definito antiamericano. L'antiamericanismo è in via di consacrazione come ideologia. Il termine «antiamericano» di solito è usato dall'establishment americano per screditare e per definire, se non ingannevolmente, quanto meno in modo improprio, i suoi critici. Quando qualcuno è bollato di antiamericanismo, è facile che sia giudicato ancor prima di essere ascoltato, con la conseguenza che i suoi argomenti si perdono nel brusio sollevato dall'orgoglio nazionale ferito. Qual è il significato del termine «antiamericano»? Significa opporsi al jazz? Oppure alla libertà di parola? Significa non apprezzare Toni Morrison o John Updike? Significa detestare le gigantesche sequoie? Significa non ammirare le centinaia di migliaia di cittadini americani che hanno marciato contro le armi nucleari, o le migliaia di pacifisti che costrinsero il loro governo a ritirarsi dal Vietnam? Significa odiare tutti gli americani? Questa maliziosa confusione tra la cultura, la musica e la letteratura americane, tra la bellezza mozzafiato del paese, tra gli ordinari piaceri della gente comune e le critiche alla politica estera del governo statunitense (di cui purtroppo, grazie alla «stampa libera» americana, la maggior parte degli americani sa ben poco), corrisponde a un disegno deliberato ed estremamente efficace. È come se un esercito in ritirata si rifugiasse in una città densamente popolata nella speranza che il nemico, temendo di colpire bersagli civili, non apra il fuoco. Ci sono molti americani che si risentirebbero nel vedersi identificati con il loro governo. Le critiche più circostanziate, incisive e beffarde all'ipocrisia e alle contraddizioni della politica del governo statunitense provengono da cittadini americani. Quando il resto del mondo si chiede cosa ha in mente il governo di Washington, le risposte gliele forniscono Noam Chomsky, Edward Said, Howard Zinn, Ed Herman, Amy Goodman, Michael Albert, Chalmers Johnson, William Blum e Anthony Arnove. Allo stesso modo, in India, non centinaia, ma milioni di persone si vergognerebbero e si sentirebbero offese nel vedersi accomunate in qualunque modo alle politiche fasciste dell'attuale governo, il quale, oltre a praticare, in nome della lotta al terrorismo, il terrorismo di stato nella valle del Kashmir, ha finto di non vedere i pogrom contro i musulmani del Gujarat, attuati sotto l'attenta regia di quello stato. Sarebbe assurdo pensare che chi critica il governo indiano è antindiano, anche se lo stesso governo è pronto a sostenerlo. È pericoloso concedere al governo indiano o al governo americano o a chiunque altro il diritto di dire cosa sono l'India o l'America, o cosa dovrebbero essere. Se si definisce qualcuno antiamericano, se lo si accusa di essere antiamericano (o antindiano o antiafricano), non solo si manifesta il proprio razzismo, ma anche ottusità, un'incapacità di interpretare il mondo diversamente da come l'establishment ha deciso per noi: se non sei un seguace di Bush, sei un taliban; se non ci ami, ci odi; se non sei buono, sei malvagio; se non sei con noi, sei con i terroristi. L'anno scorso, come molti altri, ho fatto anch'io l'errore di sottovalutare il profluvio retorico seguito all'11 settembre, liquidandolo come stupido e arrogante. Mi sono poi resa conto che non è affatto stupido. In realtà è un astuto sistema di reclutamento per una guerra sbagliata e pericolosa. Ogni giorno resto sbigottita nel constatare quante siano le persone convinte che opporsi alla guerra in Afghanistan è come appoggiare il terrorismo o votare per i taliban. Ora che l'obiettivo iniziale della guerra - catturare Osama bin Laden, vivo o morto - sembra irraggiungibile, è stato aggiustato il tiro. Si lascia intendere che lo scopo della guerra fosse quello di rovesciare il regime dei taliban e liberare le donne afghane dal burqa. Vogliono farci credere che i marines americani siano impegnati in una missione femminista. Se è così, quale sarà la loro prossima tappa, la loro alleata Arabia Saudita? Provate a rifletterci. In India esistono alcune pratiche sociali riprovevoli, contro gli «intoccabili», contro cristiani e musulmani, contro le donne. In Pakistan e in Bangladesh vi sono modi ancora peggiori di trattare le minoranze e le donne. Dovrebbero essere bombardati? Dovrebbero essere rase al suolo New Delhi, Islamabad e Dhaka? È mai possibile estirpare il fanatismo dall'India a forza di bombe? Potremo mai, con le bombe, aprirci la strada verso un paradiso femminista? È in questo modo che le donne hanno conquistato il voto negli Stati Uniti? O che è stata abolita la schiavitù? Potremo mai ottenere un risarcimento per il genocidio dei milioni di nativi americani sulle cui spoglie sono stati fondati gli Stati Uniti bombardando Santa Fe? Nessuno di noi ha bisogno di anniversari per ricordare quello che non si può dimenticare. È per pura coincidenza, quindi, che mi trovo qui, negli Stati Uniti, a settembre, un mese di spaventose ricorrenze. Al primo posto nei nostri pensieri, soprattutto qui in America, c'è l'orrore ormai conosciuto come «11 settembre». In quel micidiale attacco terroristico trovarono la morte quasi tremila civili. Il dolore è ancora profondo. La rabbia ancora intensa. Le lacrime non si sono ancora asciugate. E una guerra strana, terribile, sta infuriando nel mondo. Eppure, chiunque abbia perso una persona amata sa che il proprio dolore non sarà lenito da nessuna guerra, da nessun atto di vendetta, da nessuna bomba sganciata sui parenti o i figli altrui; niente potrà restituirgli i suoi cari. La guerra non può vendicare i morti. La guerra è solo una crudele profanazione della loro memoria. Il dolore viene sminuito, si svuota di significato, se lo si usa cinicamente per confezionare programmi televisivi sponsorizzati da detersivi e scarpe da tennis che vanno ad alimentare l'ennesima guerra (ora contro l'Iraq). Stiamo assistendo a una volgare esibizione del commercio del dolore, al saccheggio dei più intimi sentimenti umani a scopi politici. È una cosa terribile e violenta che uno stato fa ai suoi cittadini.
Non è un argomento molto brillante da affrontare in un incontro pubblico, ma
ciò di cui vorrei parlarvi è la perdita. La perdita e il perdere. Il dolore, il
fallimento, lo scoramento, l'insensibilità, l'incertezza, la paura, la morte dei
sentimenti, la morte dei sogni. L'assoluta, implacabile, infinita, abituale
ingiustizia del mondo. Cosa significa la perdita per un individuo? Cosa
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