Copertina
Autore Oliver Sacks
Titolo Zio tungsteno
SottotitoloRicordi di un'infanzia chimica
EdizioneAdelphi, Milano, 2002, Biblioteca 422 , pag. 414, dim. 140x220x30 mm , Isbn 88-459-1685-5
OriginaleUncle Tungsten. Memories of a Chemical Boyhood [2001]
TraduttoreIsabella Blum
LettoreRenato di Stefano, 2002
Classe narrativa inglese , narrativa statunitense , storia della scienza
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Indice

I.     Zio Tungsteno                         11
II.    «37»                                  21
III.   Esilio                                30
IV.    «Un metallo ideale»                   45
V.     Luce per le masse                     60
VI.    Il paese della stibnite               70
VII.   Svaghi chimici                        85
VIII.  Chimica, odori pestilenziali
       ed esplosioni                         96
IX.    Visite a domicilio                   112
X.     Un linguaggio chimico                124
XI.    Humphry Davy: un chimico-poeta       139
XII.   Immagini                             152
XIII.  I tondini di legno del signor Dalton 169
XIV.   Linee di forza                       178
XV.    Vita in famiglia                     193
XVI.   Il giardino di Mendeleev             212
XVII.  Uno spettroscopio tascabile          236
XVIII. Fuoco freddo                         246
XIX.   Mamma                                259
XX.    Raggi penetranti                     272
XXI.   L'elemento di Madame Curie           282
XXII.  Cannery Row                          297
XXIII. Il mondo liberato                    312
XXIV.  Luce brillante                       326
XXV.   Fine di un amore                     343

Postfazione                                 349
Note                                        353
Ringraziamenti                              393
Indice analitico                            395

 

 

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Pagina 11

I
ZIO TUNGSTENO



Molti dei miei ricordi d'infanzia sono legati ai metalli - come se avessero esercitato su di me un potere immediato. Spiccando sullo sfondo di una realtà eterogenea, si distinguevano per la lucentezza, il bagliore, l'aspetto argenteo, la levigatezza e il peso. A toccarli erano freddi, e quando venivano percossi risuonavano.

Mi piaceva il giallo dell'oro, e quel suo essere così pesante. Mia madre si sfilava dal dito la fede nuziale e me la lasciava tenere in mano per un po' mentre mi parlava della sua inviolabilità, di come non si annerisse mai. «Senti com'è pesante» aggiungeva. «Più pesante del piombo». Che cosa fosse il piombo già lo sapevo, perché avevo maneggiato un pezzo di tubatura, fatta di quel metallo tenero e pesante, che l'idraulico aveva dimenticato a casa nostra. Anche l'oro era tenero, mi spiegava mia madre, e perciò solitamente lo si rendeva più duro combinandolo con un altro metallo.

Lo stesso accadeva col rame: lo si univa allo stagno per ottenere il bronzo. Bronzo! - solo il suo nome era per me come uno squillo di tromba, giacché il suono stesso della battaglia era un vivace cozzare di bronzo su bronzo, lance di bronzo su scudi di bronzo, il grande scudo di Achille. Altrimenti, il rame si poteva legare allo zinco, raccontava mia madre, e in tal caso si otteneva l'ottone. Tutti noi, mia madre, i miei fratelli e io, avevamo i nostri menorah di ottone - i caratteristici candelabri per la festa della chanukkah. (Mio padre ne aveva uno d'argento).

Conoscevo il rame, il lucente colore rosato del grande calderone in cucina - lo tiravamo giù solo una volta all'anno, quando in giardino maturavano le mele selvatiche e le cotogne e mia madre le cuoceva per fare la gelatina.

Conoscevo anche lo zinco: la vaschetta per far fare il bagno agli uccelli, in giardino, opaca e leggermente azzurrina, era fatta di zinco; e lo stagno, per via della pesante stagnola in cui avvolgevamo i sandwich destinati ai picnic. Mia madre mi mostrò che quando lo stagno o lo zinco venivano piegati emettevano un «grido» particolare. «Dipende dalla deformazione della struttura cristallina» mi spiegava, dimenticando che avevo solo cinque anni e non potevo capire le sue parole - ciò nondimeno, esse mi affascinavano e suscitavano in me il desiderio di saperne di più.

In giardino c'era un enorme rullo in ghisa per il prato - pesava più di duecento chili, diceva mio padre. Noi, da bambini, non riuscivamo nemmeno a spostarlo, ma lui era immensamente forte, ed era capace di sollevarlo da terra. Era sempre un po' arrugginito, e questo mi disturbava, perché la ruggine si sfaldava, lasciando dietro di sé piccoli buchi e croste, e io temevo che tutto il rullo potesse corrodersi e un giorno o l'altro andare in pezzi, ridotto a una massa rossiccia di polvere e frammenti sfaldati. Dovevo poter pensare ai metalli come a qualcosa di stabile, qualcosa come l'oro - capace di sottrarsi ai danni e agli insulti del tempo.

A volte chiedevo a mia madre di tirar fuori l'anello di fidanzamento e di mostrarmi il diamante che vi era incastonato. Brillava come nessun'altra cosa avessi mai visto, quasi come se emettesse più luce di quanta ne assorbiva. Mia madre mi mostrava con che facilità graffiasse il vetro, e poi mi diceva di posarmelo sulle labbra. Era freddo: stranamente e sorprendentemente freddo; anche i metalli erano freddi al tatto, ma il diamante era proprio gelato. Era così, mi spiegò lei, perché conduceva splendidamente il calore, meglio di qualsiasi metallo, e quindi lo sottraeva alle labbra non appena esse lo sfioravano. Questa fu una sensazione che non dimenticai più. Un'altra volta, mia madre mi mostrò che se si toccava un cubetto di ghiaccio con un diamante, quest'ultimo avrebbe sottratto calore alla mano trasferendolo al ghiaccio, che si sarebbe lasciato tagliare come burro. Aggiunse che il diamante era una forma speciale di carbonio, proprio come il carbone che usavamo per riscaldare le stanze in inverno. Questa rivelazione mi sconcertò: com'era possibile che il carbone - nero, friabile e opaco - e la pietra preziosa dura e trasparente incastonata nel suo anello fossero la stessa sostanza?

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Pagina 16

Le mie domande erano infinite, e spaziavano su tutto, sebbene tendessero a tornare ciclicamente e di continuo sull'oggetto della mia fissazione: i metalli. Perché erano lucenti? Perché lisci? Perché freddi? Perché duri? Perché pesanti? Perché si piegavano senza spezzarsi? Perché risonavano? Perché due metalli teneri come lo zinco e il rame, o come lo stagno e il rame, potevano combinarsi e produrne un altro più duro? Che cosa conferiva all'oro la sua qualità aurea, e perché non anneriva mai? In linea di massima mia madre era paziente, e cercava di spiegarmi, ma alla fine, quando non ne poteva proprio più, mi diceva: «Questo è tutto quello che so - se vuoi saperne di più, chiedi a zio Dave».


Lo chiamavamo zio Tungsteno da tempo immemorabile, perché fabbricava lampadine a incandescenza il cui sottile filamento era fatto di tungsteno. La sua azienda si chiamava Tungstalite; spesso lo andavo a trovare nel vecchio stabilimento di Farringdon e stavo a guardarlo mentre lavorava, con una camicia dal colletto a punte ripiegate e le maniche arrotolate. La polvere scura e pesante di tungsteno veniva pressata, martellata, sinterizzata al calor rosso, e poi tirata in fili sempre più sottili dai quali ottenere i filamenti delle lampadine. Le mani dello zio erano segnate dalla polvere nera, in un modo che nessun lavaggio poteva ormai più ripulire (per farlo, avrebbe dovuto rimuovere tutto lo spessore dell'epidermide, e anche così, ho il sospetto che non sarebbe stato abbastanza). Dopo trent'anni di lavoro con il tungsteno, immaginavo che il pesante elemento gli fosse penetrato nei polmoni e nelle ossa, in tutti i vasi e i visceri, in ogni tessuto del suo corpo. Pensavo a tutto questo come a un fatto prodigioso, non come a una condanna - come se il suo corpo fosse rinvigorito e fortificato dal potente elemento, dal quale traeva una forza e una resistenza quasi sovrumane.

Ogni volta che visitavo lo stabilimento, zio Dave mi portava in giro a vedere le macchine, o incaricava il suo caporeparto di accompagnarmi. (Il caporeparto era un uomo basso e muscoloso, una specie di Popeye dalle braccia enormi, palpabile testimonianza dei benefici arrecati dal lavoro con il tungsteno). Non mi stancavo mai di guardare quelle macchine ingegnose, sempre meravigliosamente pulite, lucide e ben oliate, o il forno in cui la polvere nera incoerente veniva compattata e convertita in barre dense e dure che emettevano bagliori grigi.

Durante le mie visite allo stabilimento, e a volte anche a casa, zio Dave mi insegnava qualcosa sui metalli servendosi di piccoli esperimenti. Già sapevo che il mercurio, quello strano metallo liquido, era incredibilmente denso e pesante. Perfino il piombo ci galleggiava sopra, come mi dimostrò zio Dave mettendo un proiettile di piombo in un recipiente pieno di mercurio. Poi, però, estrasse dalla tasca una piccola barra grigia, e con mia grande meraviglia essa andò immediatamente a fondo. Quello, mi disse, era il suo metallo, il tungsteno.

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Pagina 39

Le mie uniche vere vacanze, durante la guerra, furono le visite nel Cheshire, nel cuore della foresta del Delamere, dove zia Len aveva fondato la Jewish Fresh Air School per «bambini cagionevoli» (si trattava di bambini di famiglie della classe operaia di Manchester, molti dei quali soffrivano d'asma, alcuni avevano avuto il rachitismo o la tubercolosi, e un paio, ripensandoci a posteriori, dovevano essere autistici). Tutti i bambini avevano un orticello, un quadrato di terra con il lato d'un paio di metri, delimitato da pietre. Desideravo disperatamente poter andare a Delamere invece che a Braefield - ma questo fu un desiderio che non espressi mai (mi chiedevo, però, se mia zia, affettuosa e perspicace com'era, non lo avesse capito).

Zia Len mi incantava sempre con ogni sorta di meraviglie botaniche e matematiche. Mi mostrò i motivi a spirale sui capolini dei girasoli in giardino, e mi suggerì di contare i flosculi al loro interno. Quando lo ebbi fatto, mi mostrò che erano disposti secondo una serie - 1, 1, 2, 3, 5, 8, 13, 21, ... - in cui ogni numero era la somma dei due che lo precedevano. E se si divideva ogni numero per quello che lo seguiva (1/2, 2/3, 3/5, 5/8, ... ) ci si avvicinava sempre più al numero 0,618. Questa serie, mi spiegò, era chiamata «serie di Fibonacci», dal nome di un matematico italiano vissuto alcuni secoli fa. Il rapporto 0,618, aggiunse zia Len, era noto come divina proporzione, o sezione aurea: una proporzione geometrica ideale spesso usata da architetti e artisti.

Zia Len mi portava con sé a fare lunghe passeggiate nella foresta, insegnandomi la botanica; mi faceva vedere le pigne cadute, mostrandomi che anch'esse avevano spirali basate sulla sezione aurea. Mi indicava gli equiseti che crescevano vicino a un corso d'acqua, facendomi toccare i loro fusti rigidi e articolati e suggerendomi di misurarli e di riportare su un grafico la lunghezza dei segmenti successivi. Quando lo feci, e vidi la mia curva appiattirsi, zia Len mi spiegò che si trattava di incrementi «esponenziali», e che di solito la crescita ha luogo proprio in quel modo. Quei rapporti, quelle proporzioni geometriche, mi disse, si trovavano ovunque in natura: il mondo era costruito in base ai numeri.

L'associazione delle piante e dei giardini con i numeri assunse per me una forma simbolica di una strana intensità. Cominciai a pensare a un regno o dominio dei numeri, con una sua geografia e con lingue e leggi sue proprie; ma, ancor di più, immaginavo un giardino di numeri - un giardino segreto, meraviglioso e magico. Era un luogo nascosto e inaccessibile ai bulli e al preside; un giardino nel quale mi era in qualche modo riservata un'accoglienza benevola e un aiuto. In questo giardino, fra i miei amici non c'erano solo i numeri primi e i girasoli di Fibonacci, ma anche i numeri perfetti (come 6 o 28, somma dei loro divisori, essi stessi esclusi); i numeri pitagorici, il cui quadrato è la somma di altri due quadrati (come 3, 4, 5, oppure 5, 12, 13); e i «numeri amici» (come 220 e 284), coppie di numeri nei quali la somma

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