Copertina
Autore José Saramago
Titolo Manuale di pittura e calligrafia
EdizioneEinaudi, Torino, 2003, Tascabili Letteratura 1078 , pag. 274, cop.fle., dim. 120x195x16 mm , Isbn 88-06-16165-2
OriginaleManual de Pintura e Caligrafia
EdizioneCaminho, Lisboa, 1983 [1977]
TraduttoreRita Desti
LettoreAngela Razzini, 2004
Classe narrativa portoghese
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Pagina 3

Continuerò a dipingere il secondo quadro, ma so che non lo finirò mai. Il tentativo è fallito e non c'è miglior prova di questa sconfitta, o fallimento, o impossibilità, del foglio di carta su cui mi accingo a scrivere: un giorno, prima o poi, mi volgerò dal primo quadro al secondo e infine a questo testo, o salterò la tappa intermedia, o troncherò la frase per correre a dare una pennellata sulla tela del ritratto che S. mi ha ordinato, o forse su quell'altro, parallelo, che S. non vedrà. Quel giorno non saprò niente di piú di quanto non sappia oggi (che i ritratti sono entrambi inutili), ma potrò decidere se sia valsa la pena di farmi tentare da una forma di espressione che non mi appartiene, anche se proprio questa tentazione significa, in fin dei conti, che non era mia, in fondo, neppure la forma di espressione che ho finito per usare, per impiegare cosí meticolosamente, quasi obbedissi alle regole di un manuale. Non voglio pensare, adesso, a che cosa farò se pure questa mia scrittura sarà un fallimento, se, da allora in poi, le tele bianche e le pagine bianche saranno per me un mondo in orbita a milioni di anni-luce dove io non potrò vergare neppure il minimo segno. Se, dunque, sarà un atto di disonestà il semplice gesto di prendere un pennello o una matita, se una volta ancora, insomma (la prima non c'è mai stata veramente), sarò costretto a ricusarmi il diritto di comunicare o di comunicarmi, perché avrò tentato e fallito, e altre opportunità non ce ne saranno.

Mi apprezzano come pittore i miei clienti. Nessun altro. Dicevano i critici (quando parlavano di me, per poco e tanti anni fa) che sono in ritardo di mezzo secolo almeno, il che, a rigore, significa che mi ritrovo in quello stato larvale che va dal concepimento alla nascita: una fragile, precaria ipotesi umana, un acido, ironico interrogativo su cosa farò nella vita. «Che deve ancora nascere». Piú volte mi sono soffermato a riflettere su questa condizione che, generalmente transitoria per gli altri, in me si è fatta definitiva e vi noto, contrariamente a quanto ci si potrebbe attendere, un che di stimolante, sia pure doloroso ma piacevole, come la lama di un coltello che si sfiora prudentemente, mentre la vertigine di una sfida ci fa premere la polpa viva delle dita sulla certezza del taglio. quel che sento (o in maniera confusa, senza lame né polpe vive) quando comincio un nuovo quadro: la tela bianca, levigata, senza alcuna base, è il certificato di nascita da compilare su cui io (amanuense di un'anagrafe senza archivi) credo di poter scrivere dati nuovi e generalità diverse che mi sottraggano, definitivamente, o almeno per un'ora, a questa incongruenza di non nascere. Intingo il pennello e lo avvicino alla tela, diviso fra la certezza delle regole apprese nel manuale e l'esitazione di cosa sceglierò per esistere. Poi, decisamente confuso, saldamente legato alla condizione di essere quello che sono (non essendolo) da tanti anni, lascio andare la prima pennellata e proprio in quell'istante mi ritrovo lí, dichiarato davanti ai miei occhi. Come nel celebre disegno di Bruegel (Pieter), compare alle mie spalle un profilo tagliato con l'accetta e sento la voce dirmi, una volta di piú, che io non sono ancora nato. A ben pensare, sono cosí onesto da non aver bisogno delle voci di critici, esperti e conoscitori. Mentre trasferisco meticolosamente le proporzioni del modello sulla tela, sento dentro di me un mormorio insistente a ricordarmi che la pittura non è affatto quella che faccio io. Mentre cambio il pennello e indietreggio di quei due passi che mi permettono di inquadrare meglio e di chiarire quell'intrico che sempre rappresenta un viso «da ritrarre», rispondo silenziosamente: «Lo so», e continuo a ricreare un azzurro che ci vuole, una terra, un bianco che farà le veci della luce che non potrò mai captare. Lo faccio senza alcun diletto, perché rientra nelle regole, protetto dall'indifferenza che la critica ha finito per creare intorno a me come un cordone sanitario e, insieme, protetto dall'oblio in cui a poco a poco sono scivolato, ma anche perché so bene che il quadro non finirà mai in nessuna mostra né galleria. Passerà direttamente dal cavalletto alle mani dell'acquirente, perché il mio sistema è questo, giocare sul sicuro, in moneta contante. Di lavoro, ne ho d'avanzo. Faccio ritratti per tutti quelli che si stimano abbastanza da ordinarli e appenderli nei vari ingressi, studi, soggiorni e sale di consiglio. Ne garantisco la durata, non garantisco invece l'arte, e del resto loro non me la chiedono, anche se io potessi darla. Una somiglianza appena migliorata è il massimo cui arrivano. E visto che su questo punto possiamo anche concordare, nessuna delusione per nessuno. Ma quella che faccio io non è pittura.

Malgrado le carenze or ora confessate, ho sempre saputo che il ritratto giusto non è mai stato il ritratto fatto. E non basta: ho sempre creduto di sapere (sintomo secondario di schizofrenia) come avrei dovuto dipingere il ritratto giusto, e sempre mi sono costretto a tacere (oppure ho creduto di costringermi a tacere, illudendomi cosí e rendendomi complice) davanti al modello inerme che mi si affidava, timido, o, al contrario, falsamente disinvolto, con l'unica certezza del denaro con cui mi avrebbe pagato, ma ridicolmente spaventato dinanzi alle forze invisibili che pian piano si susseguivano fra la superficie della tela e i miei occhi. Solo io sapevo che il quadro era già pronto ancor prima di una qualunque seduta di posa e che tutto il mio lavoro si riduceva a mascherare ciò che non si poteva mostrare. Quanto agli occhi, erano ciechi. Spaventati e ridicoli lo sono sempre, il pittore e il suo modello, davanti alla tela bianca, l'uno perché ha timore di vedersi lí denunciato, l'altro perché sa che non sarà mai capace di fare quella denuncia o, peggio, ripetendosi, con la sufficienza del demiurgo castrato che si dichiara virile, che solo per indifferenza o per pietà del suo modello non la farà.

Certe volte, penso e mi convinco di essere l'unico pittore di ritratti rimasto, e che dopo di me non si perderà piú tempo in pose affaticanti, a ricercare somiglianze che sfuggono in continuazione, quando in fin dei conti la fotografia, adesso divenuta arte a opera di filtri ed emulsioni, sembra ben piú capace di piegare l'epidermide e mostrare il primo strato intimo dell'individuo. Mi diverto al pensiero di coltivare un'arte morta, grazie alla quale, per la mia fallibilità, la gente crede di fissare una certa immagine piacevole di se stessa, un'immagine basata su rapporti fissi, dotata di un'eternità che non comincia quando il ritratto si conclude, ma viene da prima, da sempre, come qualcosa che è sempre esistita solo perché esiste adesso, un'eternità che è contata nel senso dello zero. In realtà, se chi è ritratto potesse, o sapesse, o volesse analizzare lo spessore pastoso, informe, dei pensieri e delle emozioni che lo animano, e dopo averlo analizzato trovasse le parole in grado di rendere fluenti e chiari questi pensieri e queste azioni, sapremmo che, per lui, quel suo ritratto è come se fosse esistito sempre, un altro lui piú fedele del «lui di ieri», perché quest'ultimo non è piú visibile, mentre il ritratto si. Non è raro, perciò, che il modello si preoccupi di assomigliare al ritratto, qualora vi sia stato colto l'attimo in cui l'essere umano si elogia e si accetta. Vive il pittore per cogliere quell'attimo, vive il modello per l'istante che sarà poi il pilastro personale e unico dei due rami di un'eternità che scorre all'infinito e che, talvolta, l'umana follia (Erasmo) crede di poter indicare in un minuscolo nodo, un'escrescenza capace di scalfire quel dito gigantesco con cui il tempo cancella tutte le vestigia. I ritratti migliori, lo ripeto, ci danno l'impressione di essere sempre esistiti, anche se il buonsenso mi dice, come sta facendo adesso, che L'uomo dagli occhi grigi (Tiziano) sia imprescindibile da quel Tiziano che l'ha dipinto in un momento della sua vita personale. Perché se qualcosa è partecipe dell'eternità in quest'istante, non è il pittore, ma il quadro.

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Pagina 49

Rimango sempre di stucco davanti alla libertà delle donne. Noi le vediamo come esseri subalterni, ci divertiamo alle loro futilità, le cambiamo quando ormai sono sciupate, e ognuna di loro è capace di coglierci alla sprovvista, stendendoci davanti vastissimi campi di libertà, come se sotto alla loro obbedienza, un'obbedienza che sembra cercare se stessa, costruissero le mura di un'indipendenza rude e illimitata. Dinanzi a queste mura noi, che credevamo di sapere tutto dell'essere inferiore che a poco a poco abbiamo addomesticato o abbiamo trovato addomesticato, ci ritroviamo disarmati, inesperti e spaventati: quel cagnolino che tanto volenterosamente si rotolava per terra, sulla schiena, mostrando il ventre, d'un balzo si mette in piedi, fremente d'ira, e all'improvviso i suoi occhi ci sono estranei, occhi profondi, sfuggenti e ironicamente indifferenti. Quando i poeti romantici dicevano (o dicono ancora) che la donna è una sfinge, avevano ragione, che Dio li benedica. La donna è la sfinge, e dev'esserlo, perché l'uomo si è impadronito di ogni conoscenza, di ogni sapere, di ogni potere. Ma tale è la fatuità dell'uomo che alla donna è bastato erigere in silenzio i muri dell'ultimo rifiuto perché lui, sdraiato all'ombra, quasi fosse sdraiato sotto una penombra di palpebre obbedienti, potesse dire, convinto: «Non c'è niente al di là di questa parete».

Tremendo errore da cui non ci siamo ancora risvegliati. La segretaria Olga ha fatto l'amore con me, ma non per obbedienza al maschio, né per abitudine alla sottomissione, né tantomeno per effetto del mio fascino. Mi ha accettato perché lo aveva già deciso, o si era preparata a deciderlo qualora l'occasione lo avesse richiesto. E se è vero che la mezz'ora intercorsa fra il suo ingresso e il gesto delle braccia incrociate con cui si è sfilata la blusa da sopra la testa, è stata colmata dai passaggi e dai trucchi di una seduzione stanca, il motivo è solo quel piccolo, reciproco cerimoniale cui le coppie non devono venir meno, o ne potrebbe essere pregiudicato il seguito. lo stesso motivo per cui ci ostiniamo

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