Copertina
Autore Fernando Savater
Titolo brevissime teorie
EdizioneLaterza, Roma-Bari, 2000, i Robinson , pag. 300, dim. 140x210x20 mm , Isbn 88-420-6126-3
OriginaleDespierta y lee
EdizioneSantillana, Madrid, 1998
TraduttoreFrancesca Saltarelli
LettoreRenato di Stefano, 2000
Classe filosofia , critica letteraria , cinema
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Indice


Prefazione                              XI

Inizio. La terra natale                  3

Parte prima

Hai ragione

Etica della gioia
    (Soliloquio ispirato a Spinoza)      7
Perplessità etiche del XX secolo        17
Verso una cittadinanza caospolitica     23
Attualità dell'umanesimo                42
Immaginazione o barbarie                46
Groethuysen: l'antropologo come storico 51
I caratteri dello spettacolo            58
Candido: l'individuo esce dalla storia  63
Da H.G. Wells a X-Files                 71
La sconfitta di Julien Benda            77
Ferlosio in pillole                     82
Ritorno a Erich Fromm                   89
Un puritano libertino                   93
La vera storia di Gonzalo Guerrero      98
Angeli senza testa                     118

Intermezzo
Affetti cinematografici

Il ratto della bestia                  133
La dignità di ciò che è fragile        137
Lo squalo vent'anni dopo               141
Groucho e i suoi fratelli              145
Buona notte, dottor Phibes             148
Il tramonto degli eroi                 151
Giasone e gli argonauti                153
Nostalgia della fiera                  155

Parte seconda

Che si sparga la voce

Boswell, l'impertinente curioso        161
L'iniboscato di Vinogrado              165
I sogni di Hitler Rousseau             168
Con Borges, senza Borges               172
Ritomo al mio primo Cioran             175
Un eccelso dell'amarezza
    (In morte dí Cioran, giugno 1995)  181
Un altro addio                         184
Elogio del racconto di fantasmi        186
Un gioiello tenebroso                  189
Il caos e i dinosauri                  191
Brevissima teoria di Michael Crichton  194
Altra breve notizia su Crichton        197
Pensare l'irrimediabile                199
Ragioni e passioni di una dama         202
Il riscatto dell'intimità              205
Cristianesimo senza agonia             208
Contro la cultura come identità        211
Un mondo omogeneo?                     214
Il mago delle biografie                217
Dèi e leggi dell'ospitalità            220
Filosofia senza esagerazioni           223
La terapia cartesiana                  226
Un insulto shakespeariano              229
Guglielmo il Temerario                 232
Istituzioni divoratrici                236
Destra e sinistra                      239
Fratello animale                       242
Africa sognata                         245
Lo strano caso del signor
    Edgar Allan Poe                    248

Successi e faffimenti dei terrorismo   252
Un contemporaneo essenziale            255
Il più irriverente degli yankee        258
Polemiche                              261
Il più strano degli animali            263
Un misantropo fra noi                  266
Viva Dario Fo!                         268
Un principe della filosofia            270
Gli incavolati                         273
Un basco illuminista                   276
Gli incidenti                          278
La perdita                             281
Addio al pioniere                      284
Ideoclip                               286

Commiato
I morti

Il mondo dei più                       293

 

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Pagina 7

Etica della gioia
(Soliloquio ispirato a Spinoza)


            Ascoltate, lo sentite il mare?
            Sbakespeare, Re Lear, atto IV
Al principio è la morte. Non parlo del principio del cosmo e neppure del principio del caos, bensì del principio della coscienza umana. Si diventa umani quando si sente e si accetta - mai del tutto, però, sempre a metà - la certezza della morte. Mi riferisco, ovviamente, alla nostra morte e a quelle che ci riguardano, alla morte dell'individualità, vale a dire di ciò che è insostituibile (l'individualità è sempre la propria, benché alcune sue parti o componenti siano costituite da quella manciata di individualità altrui che, per amore o per necessità, sono anche le nostre): alla morte come evento irreparabile. Il vero morire è sempre il mio morire. la perdita irrevocabile di ciò che sono, non quell'incidente accaduto ad altri in un passato «che è stagione propizia alla morte», come dise ironicamente Borges. Morire significa andare perduti.

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Pagina 12

In che cosa consiste la gioia, cioè, qual è la sua consistenza, la sua operatività? Fra gli effetti stimolanti della gioia, ne indicheremo tre, allo scopo di mantenere la simmetria hegeliana con le suddette conseguenze della disperazione. Gioire significa affermare, accettare e alleviare l'esistenza umana. In primo luogo, affermare la vita nella sua realtà limitata, ma intensamente attiva, rispetto al cumulo di superstizioni che la nascondono o la calunniano: rifiutarsi di sminuirla per il fatto che non è eterna - parola mitologica che cela una nebbiosa assenza di concetto - ma irripetibile e fragile, rifiutare l'assurdo platonico che la decreta illusoria a confronto con certe idee la cui unica entità deriva solo ed esclusivamente dalla vita, riconoscerla come modello di valori e verità rispetto a coloro che ne proclamano la miseria e la menzogna. La conseguenza di questa affermazione è ciò che propongo come secondo effetto della gioia, vale a dire l'accettazione della vita così com'è, con tutto il suo carico di dolore, di frustrazione, d'ingiustizia e - cosa più indigesta di tutte - con la consapevolezza della morte irreparabilmente insita in essa. Affermare la vita significa rifiutarsi di porle condizioni, di esigere da essa requisiti di accettabilità (mi riferisco alla vita umana come realtà globale, anche se, individualmente, l'amore per certi contenuti esistenziali può giustificare la rinuncia alla continuazíone biologica della vita). In una parola, affermare gioiosamente la vita significa darla per buona, anche se ciò non equivale a considerare buoni tutti i casi e i fattori che incidentalmente si verificano in essa.

Di conseguenza, dalla prima affermazione della realtà del- la vita, nonché dalla sua accettazione incondizionata, deriva la terza funzione della gioia, quella più prossima all'etimolo- gia stessa della parola, se dobbiamo prestar fede a Ortega y Gasset: alleviare la situazione umana. Visto che la morte, ciò che più pesa sulla vita, ciò che la trasforma in cosa gravosa e grave, è fatalità e assenza di senso, la gioia allevia l'esistenza potenziando la libertà rispetto al caso, nonché il senso, ciò che è umanamente sígnificativo, ciò che noi umani condividiamo, rispetto all'assurdità della morte. In questo modo nascono quegli artifici, creatori di libertà e senso, quali l'arte, la poesia, lo spettacolo, l'etica, la politica e perfino la santità.

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Pagina 17

Perplessità etiche del XX secolo


1. Durante il XX secolo sono stati affrontati due tipi di riflessione etica, che potremmo rispettivamente chiamare etica della prospettiva limitata ed etica della prospettiva universale.

La prima di queste due prospettive parte dall'assunto fondamentale che in realtà la morale non è una sola, ma che esistono morali diverse secondo il gruppo umano d'appartenenza. La seconda prospettiva sostiene che esiste un fatto morale unico, oltre la diversità delle morali esistenti (vale a dire, non tanto una moralità universale, ma alcuni universali morali simili agli universali linguistici che soggiacciono a tutte le lingue) e che tale fatto morale si fonda sulla comune appartenenza al genere umano. In una parola, la prima prospettiva studia i diversi ragionamenti morali unicamente alla luce della comprensione favorita dal loro contesto, mentre la seconda pensa all'esistenza di una ragione morale che possa essere compresa e giustificata in qualunque contesto, anzi, di più: che deve essere compresa e giustificata in qualunque contesto morale. Naturalmente, entrambe le prospettive non sono invenzioni del Novecento, bensì estensioni, seppure di segno diverso, di un pensiero tradizionale già da molto tempo oggetto di discussione.

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Pagina 21

5. Dunque, forse ciò che si viene a scoprire applicando l'astrazíone della ragione pratica alle diverse morali culturali è un' etica comune dell'ospitalità. Come ha detto Jacques Derrida in un discorso (Cosmopoliti di tutto il mondo, ancora uno sforzo!) pronunciato davanti al Parlamento internazionale degli scrittori di Strasburgo, il 21 marzo 1996: «L'ospitalità è la cultura stessa e non un'etica fra le tante. Nella misura in cui riguarda l' ethos, cioè, la dimora, la propria casa, sia il luogo della
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