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| << | < | > | >> |Indice
Prefazione XI
Inizio. La terra natale 3
Parte prima
Hai ragione
Etica della gioia
(Soliloquio ispirato a Spinoza) 7
Perplessità etiche del XX secolo 17
Verso una cittadinanza caospolitica 23
Attualità dell'umanesimo 42
Immaginazione o barbarie 46
Groethuysen: l'antropologo come storico 51
I caratteri dello spettacolo 58
Candido: l'individuo esce dalla storia 63
Da H.G. Wells a X-Files 71
La sconfitta di Julien Benda 77
Ferlosio in pillole 82
Ritorno a Erich Fromm 89
Un puritano libertino 93
La vera storia di Gonzalo Guerrero 98
Angeli senza testa 118
Intermezzo
Affetti cinematografici
Il ratto della bestia 133
La dignità di ciò che è fragile 137
Lo squalo vent'anni dopo 141
Groucho e i suoi fratelli 145
Buona notte, dottor Phibes 148
Il tramonto degli eroi 151
Giasone e gli argonauti 153
Nostalgia della fiera 155
Parte seconda
Che si sparga la voce
Boswell, l'impertinente curioso 161
L'iniboscato di Vinogrado 165
I sogni di Hitler Rousseau 168
Con Borges, senza Borges 172
Ritomo al mio primo Cioran 175
Un eccelso dell'amarezza
(In morte dí Cioran, giugno 1995) 181
Un altro addio 184
Elogio del racconto di fantasmi 186
Un gioiello tenebroso 189
Il caos e i dinosauri 191
Brevissima teoria di Michael Crichton 194
Altra breve notizia su Crichton 197
Pensare l'irrimediabile 199
Ragioni e passioni di una dama 202
Il riscatto dell'intimità 205
Cristianesimo senza agonia 208
Contro la cultura come identità 211
Un mondo omogeneo? 214
Il mago delle biografie 217
Dèi e leggi dell'ospitalità 220
Filosofia senza esagerazioni 223
La terapia cartesiana 226
Un insulto shakespeariano 229
Guglielmo il Temerario 232
Istituzioni divoratrici 236
Destra e sinistra 239
Fratello animale 242
Africa sognata 245
Lo strano caso del signor
Edgar Allan Poe 248
Successi e faffimenti dei terrorismo 252
Un contemporaneo essenziale 255
Il più irriverente degli yankee 258
Polemiche 261
Il più strano degli animali 263
Un misantropo fra noi 266
Viva Dario Fo! 268
Un principe della filosofia 270
Gli incavolati 273
Un basco illuminista 276
Gli incidenti 278
La perdita 281
Addio al pioniere 284
Ideoclip 286
Commiato
I morti
Il mondo dei più 293
| << | < | > | >> |Pagina 7
Ascoltate, lo sentite il mare?
Sbakespeare, Re Lear, atto IV
Al principio è la morte. Non parlo del principio del
cosmo e neppure del principio del caos, bensì del principio
della coscienza umana. Si diventa umani quando si sente e
si accetta - mai del tutto, però, sempre a metà - la
certezza della morte. Mi riferisco, ovviamente, alla
nostra morte e a quelle che ci riguardano, alla morte
dell'individualità, vale a dire di ciò che è insostituibile
(l'individualità è sempre la propria, benché alcune sue
parti o componenti siano costituite da quella manciata di
individualità altrui che, per amore o per necessità, sono
anche le nostre): alla morte come evento irreparabile.
Il vero
morire
è sempre il
mio morire.
È la perdita irrevocabile di ciò che sono, non
quell'incidente accaduto ad altri in un passato «che è
stagione propizia alla morte», come dise ironicamente
Borges. Morire significa andare perduti.
| << | < | > | >> |Pagina 12In che cosa consiste la gioia, cioè, qual è la sua consistenza, la sua operatività? Fra gli effetti stimolanti della gioia, ne indicheremo tre, allo scopo di mantenere la simmetria hegeliana con le suddette conseguenze della disperazione. Gioire significa affermare, accettare e alleviare l'esistenza umana. In primo luogo, affermare la vita nella sua realtà limitata, ma intensamente attiva, rispetto al cumulo di superstizioni che la nascondono o la calunniano: rifiutarsi di sminuirla per il fatto che non è eterna - parola mitologica che cela una nebbiosa assenza di concetto - ma irripetibile e fragile, rifiutare l'assurdo platonico che la decreta illusoria a confronto con certe idee la cui unica entità deriva solo ed esclusivamente dalla vita, riconoscerla come modello di valori e verità rispetto a coloro che ne proclamano la miseria e la menzogna. La conseguenza di questa affermazione è ciò che propongo come secondo effetto della gioia, vale a dire l'accettazione della vita così com'è, con tutto il suo carico di dolore, di frustrazione, d'ingiustizia e - cosa più indigesta di tutte - con la consapevolezza della morte irreparabilmente insita in essa. Affermare la vita significa rifiutarsi di porle condizioni, di esigere da essa requisiti di accettabilità (mi riferisco alla vita umana come realtà globale, anche se, individualmente, l'amore per certi contenuti esistenziali può giustificare la rinuncia alla continuazíone biologica della vita). In una parola, affermare gioiosamente la vita significa darla per buona, anche se ciò non equivale a considerare buoni tutti i casi e i fattori che incidentalmente si verificano in essa.Di conseguenza, dalla prima affermazione della realtà del- la vita, nonché dalla sua accettazione incondizionata, deriva la terza funzione della gioia, quella più prossima all'etimolo- gia stessa della parola, se dobbiamo prestar fede a Ortega y Gasset: alleviare la situazione umana. Visto che la morte, ciò che più pesa sulla vita, ciò che la trasforma in cosa gravosa e grave, è fatalità e assenza di senso, la gioia allevia l'esistenza potenziando la libertà rispetto al caso, nonché il senso, ciò che è umanamente sígnificativo, ciò che noi umani condividiamo, rispetto all'assurdità della morte. In questo modo nascono quegli artifici, creatori di libertà e senso, quali l'arte, la poesia, lo spettacolo, l'etica, la politica e perfino la santità. | << | < | > | >> |Pagina 171. Durante il XX secolo sono stati affrontati due tipi di riflessione etica, che potremmo rispettivamente chiamare etica della prospettiva limitata ed etica della prospettiva universale. La prima di queste due prospettive parte dall'assunto fondamentale che in realtà la morale non è una sola, ma che esistono morali diverse secondo il gruppo umano d'appartenenza. La seconda prospettiva sostiene che esiste un fatto morale unico, oltre la diversità delle morali esistenti (vale a dire, non tanto una moralità universale, ma alcuni universali morali simili agli universali linguistici che soggiacciono a tutte le lingue) e che tale fatto morale si fonda sulla comune appartenenza al genere umano. In una parola, la prima prospettiva studia i diversi ragionamenti morali unicamente alla luce della comprensione favorita dal loro contesto, mentre la seconda pensa all'esistenza di una ragione morale che possa essere compresa e giustificata in qualunque contesto, anzi, di più: che deve essere compresa e giustificata in qualunque contesto morale. Naturalmente, entrambe le prospettive non sono invenzioni del Novecento, bensì estensioni, seppure di segno diverso, di un pensiero tradizionale già da molto tempo oggetto di discussione. | << | < | > | >> |Pagina 215. Dunque, forse ciò che si viene a scoprire applicando l'astrazíone della ragione pratica alle diverse morali culturali è un' etica comune dell'ospitalità. Come ha detto Jacques Derrida in un discorso (Cosmopoliti di tutto il mondo, ancora uno sforzo!) pronunciato davanti al Parlamento internazionale degli scrittori di Strasburgo, il 21 marzo 1996: «L'ospitalità è la cultura stessa e non un'etica fra le tante. Nella misura in cui riguarda l' ethos, cioè, la dimora, la propria casa, sia il luogo della |
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