Copertina
Autore Robert Schneider
Titolo Cara signora America
EdizioneEinaudi, Torino, 2000, Supercoralli , pag. 208, dim. 140x220x20 mm , Isbn 88-06-15606-3
OriginaleDie Unberührten [1999]
TraduttorePalmas Severi
LettoreRenato di Stefano, 2001
Classe narrativa austriaca
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Indice


  p.  3   I.     in paradiso
     69   II.    La vita promessa
    107   III.   ad bestias
    157   IV.    Tu sei la mia canzone
    201   V.     Se sapessi dove si trova

 

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Pagina 3

Capitolo primo

in paradiso


Nella notte di san Michele del 1922 Antonia Sahler si svegliò di soprassalto da un sogno a piú voci. Con occhi inespressivi la bambina fissò la cameretta inondata dal grigio chiarore lunare e ne fu assolutamente certa: doveva dire addio alla sua casa, andar via, presto anche, e per sempre.

Un'ultima, grandiosa giornata estiva si era ancora una volta riversata su St Damian, in alto, sulla valle del Reno, strinando i pascoli di montagna rivolti a sud, e verso sera aveva sospinto tutta la sua vampa dentro le case e le stalle del villaggio. Persino la notte era rimasta ancora afosa, un fatto inconsueto per quel periodo. Era autunno. L'aria pullulava di semi di fiori sparsi nel fieno. Dal granaio adiacente il profumo dolciastro del fieno in fermentazione saliva verso la cameretta, dove la bambina di sette anni si era svegliata e a bocca aperta ascoltava la notte.

Nel sogno Antonia si era trovata in un paesaggio a lei sconosciuto, un paesaggio senza fisionomia, senza increspature né spigoli - senza riso. Le montagne natie erano svanite: le creste e le cime, i crinali ampi e sconfinati, le dorsali ricurve e ricoperto di boschi. Scomparso il Pilatuskopf, che con il suo fronte corrugato dominava St Damian a nord. Scomparse le lisce guglie rocciose a est, chiamate Martinswand e Hohes Licht. Per quanto Antonia si allungasse alzandosi in punta di piedi, a perdita d'occhio non vedeva piú neppure un bosco. Al posto dei campi e dei prati dominava un grigiore uniforme, quasi che un giustiziere celeste li avesse arrotolati e portati via, come era successo quella volta con il tappeto del soggiorno. All'orizzonte soltanto la rotonda luna piena. Ma la cosa piú inquietante era che quel paesaggio non aveva piú suoni, aveva perduto ogni sonorità. Gli uccelli non cantavano, gli animali erano ammutoliti, e cosí il ruscello. Anzi, il Signore aveva addirittura rinchiuso il vento altrove. Non si percepivano piú né suoni né rumori. Tutto era come morto.

Antonia decise di affidarsi alla luna, perché il solo vederla le trasmetteva un senso di familiarità. Scalza com'era, per un po' camminò incontro alla luna. Sentì allora che sotto i piedi il terreno cedeva, impossibile che quella su cui camminava fosse la terra. Tutto traballava e oscillava. Ogni passo diventava un'impresa. Sprofondava sempre piú in una nebbia senza odori né rumori. Forse sarebbe stato opportuno e anche ragionevole stare fermi, trattenere il respiro, farsi leggeri come una piuma. Anzi, non pensare neppure, perché, come sa ogni bambino, anche i pensieri rendono pesanti. Chiuse gli occhi sperando che ciò facesse svanire quella angosciosa solitudine. Ma anche se chiudeva le palpebre, il paesaggio restava immutato.

Poi sognò delle voci. Da ogni parte si levavano voci che avvicinandosi le penetravano dentro. Parole di cui non riusciva ad afferrare il significato. Risate, scherzi, grida e pianti in innumerevoli lingue e dialetti. Proprio come il caos della torre di Babele, di cui monsignore aveva parlato durante la predica. Ed era quasi una cosa disperante, perché comunque tutte quelle voci avevano in comune una cosa: l'esultanza. Da quelle gole sgorgava un giubilo indescrivibile. Ma qual era il motivo? E perché le voci non avevano né occhi né volti? Antonia si guardò intorno impaurita. Era completamente sola. Si volse di nuovo verso la luna, e vide che era scomparsa.

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Pagina 53

Nel ripostiglio piú remoto e nascosto della memoria qualcosa del sogno di quella afosa notte di settembre doveva comunque essersi conservato. In effetti Antonia non raccoglieva piú scorte concrete per un viaggio dalla meta indefinita, e tuttavia fu come se l'opera di raccolta si fosse interiorizzata. Raggiunti ormai gli otto anni, la bambina imparò a comprendere le cose intorno a lei con insaziabile avidità. Praticamente non c'era oggetto che in qualche modo non attirasse la sua attenzione. Si trattasse di imparare l'arte culinaria della madre, la conservazione di viveri deperibili, il modo di mettere in salamoia la carne o di affumicare il lardo, di fare la marmellata con i getti annuali degli abeti rossi, di ricavare il burro centrifugando il latte o di filtrare i fiori di tiglio per il miele, che si trattasse del giardino, dell'agricoltura, della geografia di Halbeisen, Antonia imparava instancabilmente, su ogni cosa voleva dire la sua e faceva domande con ostinazione. Si era destata da quell'infantile vita di sonnambolica svagatezza, per la quale il tempo non ha alcun significato e non è neppure utile a qualcosa.

Il suo massimo interesse andava però alla voce umana. Le voci la inebriavano e per lei l'ascolto di quei suoni non era mai abbastanza profondo. Aveva notato che adulti e bambini, uomini e donne, facevano un uso diverso del loro registro vocale. Le innumerevoli sfumature presenti nel linguaggio di una stessa persona erano legate alla disposizione individuale e di fatto indipendenti da ciò che stava dicendo. Anzi, Antonia era convinta di aver scoperto una sorta di legge, secondo la quale la maggior parte della gente emetteva suoni opposti a quelli che dava a intendere. Scoprí contraddizioni sonore, dissonanze nella melodia e nel ritmo. Non era una questione di parole, di mimica o di gesti, era una questione di suoni. In effetti lei non sapeva definire esattamente la concordanza o la discordanza, e quindi associava ai suoni e ai rumori della voce umana gli odori o i colori, oppure una mescolanza di entrambi. Siez-Sigi, ad esempio, parlava fieno, perché il suo timbro vocale aveva un suono asciutto e tuttavia pieno di sapida fragranza. Il mezzo maestro Eisen parlava incenso. Solo quando spasimava per l'imperatore, odorava di primule, emanando un odore dolciastro con una punta di noce moscata. In quei giorni prima di Pasqua la voce di Rupert aveva un che di resinoso, anzi, quasi di terra in putrefazione. Questo rendeva Antonia pensosa, perché la voce del padre era invece giallo limone, di una luminosità un po' aspra.

La voce di monsignore costituiva una fonte inesauribile di odori e di colori. Di quella voce si era davvero innamorata. Ne andava pazza. Non pazza dell'uomo al quale la voce apparteneva e, certo, neppure delle parole che questa voce formulava. Ad ammaliare Antonia era la sua aromaticità quasi inquietante. Una voce ricca di espressione come le infinite sfumature verdi dei boschi sopra St Damian. Una voce che scintillava e luccicava come il firmamento notturno. Una voce, insomma, che conteneva la vera e propria fragranza di un negozio di coloniali.

Quando finivano le prove del coro, il suono di quella voce diventava davvero indescrivibile. Quando la cuoca Rotraud, che aveva un gozzo grosso come un pugno, serviva il cacao con il pandolce appena sfornato. Quando tutti se ne stavano lí, seduti in silenzio, esausti per l'eterna ripetizione di una stessa frase musicale o di uno stesso archeggio melodico. Quando tutti erano diventati sordi per quell'implacabile «E ora ricominciamo da capo!» A quel punto monsignore cadeva spesso in un profondo almanaccare, appoggiava a entrambe le mani la testa calva dal naso aquilino e la fronte vigorosa, fissando senza sosta il pavimento. Dimenticava chiunque avesse intorno, dimenticava persino la sigaretta accesa fra le dita. La cenere si curvava sempre piú finché si staccava, e a poco a poco la sigaretta si spegneva da sola.

Una volta, poteva essere già mezzanotte, dalla sua bocca risuonarono queste parole: - Primo: la vita non ha senso. Secondo: tu, uomo, non cercare di dargliene uno. Terzo: dispera! Quarto: dispera ancora! Quinto: non c'è alcuna speranza! Sesto: è tutto inutile. Settimo: Ora, uomo, continua a vivere!

Con i suoi furbi occhi grigiazzurri la ragazzina dai biondi capelli incolti e il fiocco storto che minacciava sempre di cadere osservava quell'uomo distrutto. In effetti Antonia non era molto abile con le parole, ma a quel suono avrebbe ciecamente affidato la sua vita. E a un tratto, senza rifletterci troppo, trovò il nome per i discorsi di quel tipo. Avevano un sapore caldo, né amaro né dolce. Le parole contenevano un aroma ormai scomparso dalla sua memoria. Avevano il sapore del seno di Alma. Si, monsignore parlava latte.

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Pagina 101

A un tratto, come per un segnale invisibile, sull'intera nave si fece un silenzio di tomba. Era un fatto del tutto inspiegabile. Berl si mise Antonia sulle spalle, e ben presto lei comprese il motivo di quello strano ammutolimento che aveva colto tutti.

L'orizzonte grigio cenere si illuminò di un chiarore verdognolo. Qualcosa di indefinito che scintillava, saltellando qua e là come una capretta. A poco a poco il punto assunse i tratti di un essere umano. Il tronco, la testa, un braccio alzato. Era una signora, vestita con un abito verde scuro. La signora si avvicinò fluttuando e divenne sempre piú grande finché il suo fulgore ricoprí già mezzo orizzonte. E dietro quella signora si ergevano le case, alte e lisce come pareti di roccia. Una sembrava il Pilatuskopf. Un'altra era appuntita come lo Hohes Licht, una terza aveva la forma della Martinswand. Le rocce erano ricoperte di migliaia di luci. Tutto intorno ogni cosa scintillava e brillava in un freddo chiarore. Sul fronte del Pilatus danzavano e guizzavano piccole lingue di luce, e le altre cime rocciose splendevano e brillavano come alberi di Natale.

In quello strano silenzio esplose un rullo di tamburo, proveniente da tutti gli altoparlanti. Ci si spaventò in modo «spaventosamente spaventoso». Al rullo di tamburo segui una musica di strumenti a fiato, festosa e solenne. Come al Tantum ergo, quando per il Corpus Domini monsignore benediva i campi e le case con l'ostensorio. Costrinse gli uomini a togliersi i berretti, le bombette e i cappelli, fece piangere le donne. L'operaia di Magonza accompagnava cantando con voce forte e stonata. Poi cadde singhiozzando in ginocchío. Molti caddero in ginocchio piangendo dal profondo del cuore. Il vantaggio fu che finalmente la vista non era piú impedita.

- La vedi? Quella laggiú è la cara signora America! - gridò Berl con la voce soffocata dalle lacrime.

- No che non lo è! - replicò Antonia cocciuta. Ma Berl non sentì, perché in quello stesso momento, sul ponte di

[...]

 


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