Copertina
Autore Joseph A. Schumpeter
Titolo Storia dell'analisi economica
SottotitoloIII. Dal 1870 a Keynes
EdizioneBollati Boringhieri, Torino, 2003 [1959], Gli Archi , pag. 627, cop.fle., dim. 145x220x32 mm , Isbn 88-339-0538-1
OriginaleHistory of Economic Analysis
EdizioneOxford University Press, New York, 1954
TraduttorePaolo Sylos-Labini, Luigi Occhionero
LettoreRenato di Stefano, 2004
Classe economia , scienze sociali , storia della scienza
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Indice


INDICE DEL VOLUME 3
PARTE QUARTA. DAL 1870 AL 1914 (E OLTRE) 1. Introduzione e piano, 923 1. Contenuto, 923 2. Paraphernalia, 924 3. Piano della parte, 929 2. Precedenti e modelli, 931 1. Lo sviluppo economico, 931 2. La sconfitta del liberalismo, 933 3. Le politiche, 940 (a) Libero scambio e politica estera. (b) Politica interna e Sozialpolitik. (c) Politica fiscale. (d) Moneta. 4. L'arte e il pensiero, 947 (a) La civiltà borghese e la sua recalcitrante progenie. (b) La civiltà borghese e la sua filosofia. 3. Alcuni sviluppi nei campi viciniori, 959 1. Storia, 960 2. Sociologia, 962 (a) Sociologia storica. (b) Sociologia preistorico-etnologica. (c) Scuole biologiche. (d) Sociologia autonoma. 3. Psicologia, 977 (a) Psicologia sperimentale. (b) Comportamentismo. (c) La psicologia della forma. (d) Psicologia freudiana. (e) Psicologia sociale. 4. La Sozialpolitik e il metodo storico, 983 1. La Sozialpolitik, 983 (a) L'influenza su] lavoro analitico. (b) Il Verein für Sozialpolitik. (c) Il problema dei" giudizi di valore". 2. Lo storicismo, 992 (a) La "vecchia" scuola storica. (b) La "giovane" scuola storica. (c) La "battaglia dei metodi". (d) La "giovanissima" scuola storica: Spiethoff, Sombart e M. Veber. (e) Storia economica ed economica storica in InghIlterra. 5. L'economica generale del periodo: uomini e gruppi, 1013 1. Jevons, Menger, Walras, 1013 2. L'Inghilterra: L'età marshalliana, 1019 (a) Edgeworth, Wicksteed, Bowley, Cannan e Hobson. (b) Marshall e la sua scuola. 3. La Francia, 1033 4. La Germania e l'Austria, 1036 (a) La scuola austriaca o viennese. (b) Gli statisti anziani. (c) Figure rappresentative. 5. L'Italia, 1052 (a) Gli statisti anziani. (b) Pantaleoni. (c) Pareto. 6. I Paesi Bassi e i Paesi scandinavi, 1059 7. Gli Stati Uniti, 1062 (a) Gli uomini che prepararono il terreno. (b) Clark, Fisher e Taussig. (c) Qualche altra figura eminente. 8. I marxisti, 1079 (a) Il marxismo in Germania. (b) Il revisionismo e la ripresa del marxismo. 6. Economica generale: carattere e contenuti, 1090 1. Le adiacenze, 1090 (a) La struttura sociologica dell'economica generale. (b) La popolazione. 2. La visione, l'impresa e il capitale, 1096 (a) La visione. (b) L'impresa. (c) Il capitale. 3. La rivoluzione nella teoria del valore e della distribuzione, 1118 (a) La teoria del valore di scambio. (b) Costo, produzione, distribuzone. (c) Interdipendenza ed equilibrio. 4. L'atteggiamento di Marshall e il costo reale, 1131 5. Interesse, rendita, salari, 1136 (a) Interesse. (b) Rendita. (c) Salari. 6. II contributo dei campi di applicazione, 1160 (a) Commercio internazionale. (b) Finanza pubblica. (c) L'economica del lavoro. (d) Agricoltura. (e) Ferrovie, servizi di pubblica utilità, "trusts" e cartelli. 7. L'analisi dell'equilibrio, 1168 1. Unità fondamentale della teoria economica del periodo, 1168 2. Cournot e la "scuola matematica": l'econometrica, 1171 (a) Il servizio reso dalla matematica alla teoria economica. (b) Il contributo di Cournot. 3. Il concetto di equilibrio, 1182 (a) Statica, dinamica; lo stato stazionario, l'evoluzione (b) Determinatezza, equilibrio e stabilità. 4. L'ipotesi concorrenziale e la teoria del monopolio, 1193 (a) L'ipotesi concorrenziale. (b) La "teoria del monopolio". (c) Oligopolio e monopolio bilaterale. 5. La teoria della pianificazione e dell'economia socialista, 1209 6. L'analisi parziale, 1215 (a) La curva marshalliana di domanda. (b) I concetti di elasticità. (c) Concetti utili per l'analisi generale. 7. La teoria walrasiana dell'equilibrio generale, 1225 (a) La concettualizzazione di Walras. (b) La teoria dello scambio. (c) Determinatezza e stabilità dello scambio semplice. (d) La teoria della produzione di Walras. (e) L'introduzione della formazione di capitale e della moneta. 8. La funzione della produzione, 1258 (a) Il significato del concetto. (b) L'evoluzione del concetto. (c) L'ipotesi della omogeneità di primo grado. (d) I rendimenti crescenti e l'equilibrio. (e) La tendenza verso i profitti nulli. Appendice al capitolo 7: Nota sulla teoria dell'utilità, 1290 1. Gli sviluppi piú antichi, 1291 2. Gli inizi dello sviluppo moderno, 1293 3. La connessione con l'utilitarismo, 1293 4. La psicologia e la teoria dell'utilità, 1295 5. L'utilità cardinale, 1298 6. L'utilità ordinale, 1301 7. Il postulato della coerenza, 1307 8. L'economica del benessere, 1310 8. Moneta, credito e cicli, 1316 1. Problemi pratici, 1316 (a) Il Gold Standard. (b) Il bimetallismo. (c) La cooperazione monetaria internazionale. (d) Stabilizzaziane e controllo monetario. 2. Il lavoro analitico, 1322 (a) Walras. (b) Marshall. (c) Wicksell. (d) Gli austriaci. 3. Principi fondamentali, 1331 (a) Natura e funzioni della moneta. (b) La teoria statale della moneta di Knapp. 4. Il valore della moneta: il criterio dei numeri-indici, 1337 (a) I primi lavori. (b) La parte dei teorici economici. (c) Haberler, Divisia e Keynes. 5. Il valore della moneta: l'equazione dello scambio e il "criterio quantitativo", 1342 (a) La definizione dei concetti. (b) Distinzione tra l'equazione dello scambio e la teoria quantitativa. (e) La parità del potere d'acquisto e il meccanismo dei pagamenti internazionali. 6. Il valore della moneta: il criterio delle giacenze di cassa e del reddito, 1358 (a) Il criterio delle giacenze di cassa. (b) Il criterio del reddito. 7. Il criterio bancario e la "creazione" dei depositi, 1361 8. Crisi e cicli: le teorie monetarie, 1370 9. Analisi non monetaria dei cicli, 1376 (a) L'opera di Juglar. (b) Terreno comune e "teorie" contrastanti. (c) Altre impostazioni. PARTE QUINTA. CONCLUSIONE: UN PROFILO DEI RECENTI SVILUPPI 1. Introduzione e piano, 1395 1. Piano della parte, 1395 2. Il progresso dell'economica teorica durante gli ultimi venticinque anni, 1397 (a) Lezione introduttiva sull'estensione del corso. (b) Il sistema Marshall-Wicksell e il suo sviluppo. (c) Dinamica economica. (d) Analisi del reddito. (e) Sommario del corso. 3. Precedenti e modelli, 1404. 2. Sviluppi scaturiti dall'apparato Marshall-Wicksell, 1408 1. La moderna teoria del comportamento dei consumatori e la "nuova" teoria della produzione, 1408 2. La teoria dell'impresa individuale e della concorrenza monopolistica, 1410 3. L'economica nei paesi" totalitari", 1414 1. Germania, 1415 2. Italia, 1418 3. Russia, 1419 4. La ricerca nel campo della dinamica e del ciclo economico, 1423 1. La dinamica nella teoria degli aggregati: la macrodinamica, 1424 2. Il complemento statistico: l'econometrica, 1426 3. L'interazione tra macrodinamica e ricerca nel ciclo economico, 1428 5. Keynes e l'odierna macroeconomica, 1436 1. Osservazioni sugli aspetti piú vasti del lavoro di Keynes, 1438 2. L'apparato analitico della General Theory, 1442 3. L'urto del messaggio keynesiano, 1448 Appendice della curatrice, 1455 Elenco dei libri frequentemente citati, 1479 Indice generale dei nomi, 1483 Indice analitico generale, 1505  

 

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5. L'ITALIA

Se il piú benevolo osservatore non avrebbe potuto tributare alcun elogio all'economica italiana nei primi anni del decennio 1870-1880, il piú malevolo osservatore non avrebbe potuto negare che essa non era seconda ad alcuno nel 1914. La componente piú cospicua di questo risultato veramente sorprendente fu senza dubbio il lavoro di Pareto e della sua scuola. La scuola paretiana con i suoi alleati e simpatizzanti non dominò mai l'economica italiana piú di quanto la scuola di Ricardo dominasse quella inglese o la scuola di Schmoller dominasse quella tedesca. La cosa veramente notevole è viceversa che, anche indipendentemente da Pareto, l'economica italiana raggiunse un alto livello in una varietà di linee e in tutti i campi di applicazione. Una parte dell'eccellente lavoro fatto specialmente in materia di moneta, banche, finanza pubblica, socialismo ed economica agraria, sarà ricordata piú avanti, ma non si potrà mettere in risalto come si dovrebbe. Neppure le varie correnti in economica generale potranno ottenere ciò che è loro dovuto, meno di tutte quelle sorte nel lavoro storico o empirico che in Italia fecondò veramente l'economica generale e non entrò, come fece in Germania, in conflitto con la "teoria" : il genere di economica generale che può essere rappresentato dall'opera di Luigi Einaudi, benché soltanto dopo il 1914 egli abbia raggiunto una posizione di rilievo. Divideremo il nostro schizzo in tre parti, che intitoleremo rispettivamente agli statisti anziani, a Pantaleoni e a Pareto. Una figura interessante, che cade fuori del nostro quadro inevitabilmente supersemplificato, Achille Loria, è ricordata nella nota a piè di pagina.

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2. LA VISIONE, L'IMPRESA E IL CAPITALE

La "rivoluzione" nella teoria economica che ci accingiamo a valutare lasciò altre cose intatte nell'economica generale oltre alla sua impalcatura sociologica. Questa affermazione non va intesa nel senso che non ci fu alcun progresso rispetto a quelle parti di economica generale che non furono toccate. Ci fu invece progresso sostanziale come vedremo in tutto il seguito e specialmente nella nostra discussione della teoria della moneta e dei cicli di quel periodo. Solo che questo progresso non fu essenzialmente connesso con la "nuova" teoria del valore e della distribuzione e si sarebbe potuto avere quasi allo stesso modo anche senza l'ausilio di quest'ultima. In questo paragrafo passeremo in rassegna alcuni argomenti che non furono toccati dai "rivoluzionari" - e a fortiori da Marshall, il quale non si sentiva di essere un rivoluzionario - nell'ambito della definizione piú rigorosa possibile della teoria economica.

(a) La visione.

Il primo argomento da menzionare è la visione del processo economico. Noi abbiamo già familiarità con questo concetto e con la parte che la visione rappresenta in ogni sforzo scientifico (si veda la parte prima) e non c'è bisogno di dir altro in proposito. Ora, è perfettamente ovvio che tutti i leaders del tempo, quali Jevons, Walras, Menger, Marshall, Wicksell, Clark e cosi via, contemplavano il processo economico in gran parte come aveva fatto J. S. Mill o addirittura A. Smith; vale a dire, essi non aggiungevano nulla alle idee del periodo precedente riguardanti ciò che avviene nel processo economico e come, in linea generale, questo processo funziona; o, per porre la stessa cosa differentemente, essi vedevano l'oggetto dell'analisi economica, la somma complessiva delle cose che si devono spiegare, in gran parte come le avevano viste Smith o Mill, e tutti i loro sforzi miravano a spiegarle in maniera piú soddisfacente. Nessuna creazione concettuale del periodo adombra un fatto o una posizione nuova. Questo può essere illustrato con la loro trattazione della concorrenza. Il loro mondo economico, come quello dei "classici", era un mondo di numerose imprese indipendenti. In misura sorprendente essi continuavano a considerare il caso della concorrenza non soltanto come il caso tipico che, per certi fini, il teorico poteva trovare utile costruire, ma anche come il caso normale della realtà. Anche l'impresa gestita direttamente dal proprietario sopravviveva molto meglio nella teoria economica che nella vita reale. Il grande merito che deve nondimeno ascriversi a loro credito è che essi integravano questa visione con una analisi di gran lunga superiore a quella dei "classici". Come vedremo, essi definirono la concorrenza e ne analizzarono il modus operandi con sempre crescente successo; elaborarono la teoria di altri casi, come monopolio puro, oligopolio e simili; Marshall anzi sfiorò il caso in cui le imprese precipitano lungo curve di costi decrescenti e cosí adombrò chiaramente la serie di fenomeni che dovevano attrarre l'attenzione dei teorici negli anni dal 1920 al 1940. Ma in tutte le cose essenziali, la visione degli analisti del periodo rimase quella di Mill. Per quanto si preoccupassero molto di piú di "trusts" e di cartelli, essi li trattarono come eccezioni, o in ogni caso, come deviazioni dal corso normale delle cose (si veda sotto, cap. 7, par. 4).

Sappiamo anche che l'argomento piú strettamente connesso alla visione è l'evoluzione economica o, come praticamente tutti gli autori non marxisti di quel periodo continuarono a chiamarla, il "progresso". Entro i confini di questa concezione non ci fu alcun cambiamento.

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Capitolo 5
[KEYNES E L'ODIERNA MACROECONOMICA]



In una storia dell'analisi economica, è dal punto di vista della moderna macroanalisi che dobbiamo guardare al piú grande successo letterario della nostra epoca, la General Theory of Employment, Interest and Money di J. M. Keynes, ed è da questo punto di vista soltanto che possiamo tentare di rendere ad esso giustizia. Da qualsiasi altro punto di vista, ciò comporta inevitabilmente ingiustizia. Come la maggior parte dei grandi economisti i cui messaggi raggiunsero il grosso pubblico, specialmente come A. Smith, Lord Keynes non fu soltanto un lavoratore nel campo dell'analisi economica. Egli fu un leader convincente e instancabile dell'opinione pubblica, un saggio consigliere del suo paese - l'Inghilterra che era nata dalla prima guerra mondiale e che dopo conservò, con tratti sempre piú scavati, la fisionomia sociale acquistata in quel periodo - e un fortunato rappresentante degli interessi britannici, un uomo che avrebbe conquistato un posto nella storia anche se non avesse mai compiuto un tratto di lavoro specificamente scientifico: egli sarebbe sempre stato l'uomo che aveva scritto The Economic Consequences of the Peace (1919), venendo in fama internazionale quando uomini di eguale penetrazione ma di minor coraggio o di eguale coraggio ma di minor penetrazione erano rimasti silenziosi.

La sua General Theory, in un certo senso, esercitò in modo analogo una funzione di guida. Essa insegnò all'Inghilterra, nella forma di un'analisi apparentemente generale, le opinioni personali dell'autore sulla situazione economica e sociale nonché le opinioni dello stesso su "ciò che si doveva fare in proposito". Per giunta, incidendo come fece sull'atmosfera morale creata dalla depressione e su una crescente marea di radicalismo, il messaggio del libro, partito dalla posizione favorevole di Cambridge e diffuso da molti discepoli abili e fedeli, incontrò eguale successo altrove e particolarmente negli Stati Uniti. Considerando che l'atteggiamento di Lord Keynes era piuttosto conservatore per molti aspetti, specialmente nelle materie attinenti alla libertà d'iniziativa, ciò potrebbe sembrare sorprendente. Ma non si deve dimenticare che egli rese un servizio decisivo all'egualitarismo in un punto determinante. Gli economisti di tendenza egualitaria avevano da lungo tempo imparato a scontare tutti gli altri aspetti o funzioni della disuguaglianza del reddito meno uno: al pari di J. S, Mill, essi avevano conservato degli scrupoli riguardo agli effetti delle politiche egualitarie sul risparmio. Keynes li liberò da questi scrupoli. La sua analisi sembrò restituire la rispettabilità intellettuale alle opinioni contrarie al risparmio; ed egli espose le implicazioni di ciò nel capitolo 24 della General Theory. Cosi, sebbene il suo messaggio scientifico facesse presa su molte delle migliori menti della professione economica, fece anche presa sugli scrittori e i conferenzieri che vivono ai margini dell'economica professionale, i quali dalla General Theory non spigolarono altro che la "nuova economica della spesa" e per i quali egli fece ritornare i bei tempi della signora Marcet (si veda parte terza, cap. 4), quando ogni studentessa, apprendendo l'uso di pochi semplici concetti, acquistava la competenza a giudicare di tutti i particolari interni ed esterni dell'organismo infinitamente complesso della società capitalistica. Keynes fu pari a Ricardo nel piú alto senso dell'espressione. Ma egli fu pari a Ricardo anche perché la sua opera è un esempio sorprendente di ciò che abbiamo chiamato "vizio ricardiano", cioè l'abitudine di caricare un grave peso di conclusioni pratiche su fragili fondamenta, che erano impari alla bisogna e pure sembrarono nella loro semplicità non soltanto attraenti ma anche convincenti. Tutto ciò contribuisce notevolmente, sebbene non completamente, a rispondere alle questioni che sempre ci interessano, vale a dire che cosa nel messaggio di un uomo induca la gente ad ascoltarlo e perché e come. Comunque, l'unico nostro compito è di inserire nella nostra rassegna il contributo di Keynes al nostro apparato analitico. Ma l'importanza del suo lavoro sembra imporre il dovere di presentare anzitutto alcune osservazioni sui suoi aspetti piú vasti.


[1. OSSERVAZIONI SUGLI ASPETTI PIU' VASTI DEL LAVORO DI KEYNES]

Primo, il lavoro di Keynes offre un eccellente esempio della nostra tesi secondo cui, in via di principio, la visione dei fatti e dei significati precede il lavoro analitico, che, incominciando a realizzare la visione, procede poi di pari passo con essa in una incessante relazione di dare e avere. Nulla può essere piú ovvio del fatto che all'inizio della parte rilevante del lavoro di Keynes troviamo la sua visione del decrepito capitalismo inglese e la sua diagnosi intuitiva di esso (che egli seguí senza la minima considerazione di altre possibili diagnosi): l'economia sclerotica, le cui possibilità di imprese rinnovatrici declinano mentre persistono le vecchie abitudini di risparmio formatesi in tempi ricchi di occasioni. Questa visione è chiaramente formulata nelle prime pagine di Economic Consequences of the Peace (1919) e adombrata con crescente chiarezza nel Tract on Monetary Reform (1923) e nel Treatise on Money (1930), l'impresa puramente scientifica piú ambiziosa di Keynes. Questo trattato, sebbene non un fallimento nel senso ordinario del termine, incontrò una critica rispettosa ma corrosiva e, soprattutto, non riuscí a esprimere adeguatamente la visione di Keynes. In seguito a ciò, con ammirevole risolutezza, egli decise di gettar via i pezzi ingombranti dell'apparato e si dedicò al compito di foggiare un sistema analitico che esprimesse la sua idea fondamentale e niente altro. Il risultato, dato al mondo nel 1936, sembra averlo soddisfatto tanto completamente da fargli ritenere di aver condotto l'economica fuori da 150 anni di errori, alla riva della verità definitiva - una pretesa che non si può mettere alla prova qui, ma che da alcuni fu accettata con la stessa facilità con cui essa screditò il suo lavoro agli occhi di altri.

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