Copertina
Autore W. G. Sebald
Titolo Austerlitz
EdizioneAdelphi, Milano, 2002, Fabula 143 , pag. 320, dim. 140x220x25 mm , Isbn 88-459-1707-X
OriginaleAusterlitz [2001]
TraduttoreAda Vigliani
LettoreRenato di Stefano, 2002
Classe narrativa tedesca
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Pagina 9

Nella seconda metà degli anni Sessanta mi recavo di frequente, in parte per motivi di studio, in parte per altre ragioni a me stesso non ben chiare, dall'Inghilterra al Belgio, a volte solo per un giorno o due, a volte per parecchie settimane. Durante una di quelle puntate in Belgio che - questa era allora la mia impressione - mi portavano in terre sempre molto lontane, capitai anche, in una scintillante giornata di inizio estate, ad Anversa, città che fino a quel momento conoscevo soltanto di nome. Già all'arrivo, mentre sferragliando il treno avanzava lentamente sotto la volta buia della stazione, dopo aver attraversato un viadotto dalle strane torrette a guglia su entrambi i lati, fui subito colto da un senso di malessere che, per tutto il tempo trascorso quella volta in Belgio, non mi avrebbe più abbandonato. Ricordo ancora con quali passi incerti girovagavo in lungo e in largo nel centro della città, per la Jeruzalemstraat, la Nachtegaalstraat, la Pelikaanstraat, la Paradijsstraat, la Immerseelstraat e per molte altre vie e stradine, e come alla fine, tormentato dal mal di testa e dai cattivi pensieri, trovassi rifugio al giardino zoologico situato in Astridplein, nelle immediate vicinanze della stazione centrale. Rimasi lì seduto, finché non mi sentii un po' meglio, su una panchina in penombra accanto a una voliera in cui svolazzavano numerosi fringuelli e lucherini dal piumaggio variopinto. Verso il tardo pomeriggio feci una passeggiata nel parco e infine entrai a dare un'occhiata al Nocturama, che era stato aperto solo da qualche mese. Ci volle parecchio prima che i miei occhi si abituassero alla semioscurità artificiale e io riuscissi a distinguere i diversi animali che, dietro le vetrate, trascorrevano quella loro vita umbratile, illuminata da uno scialbo chiarore lunare. Non ricordo più con esattezza quali animali io abbia visto quella volta nel Nocturama di Anversa. Probabilmente erano pipistrelli e iaculini, originari dell'Egitto o del deserto dei Gobi, esemplari della fauna locale come istrici, gufi e civette, opossum australiani, martore, ghiri e lemuri, che balzavano da un ramo all'altro, passavano rapidi sul terreno di sabbia giallastra o erano sul punto di sparire in un intrico di bambù. Un ricordo nitido mi è rimasto in fondo solo dell'orsetto lavatore che osservai a lungo mentre, con espressione seria, se ne stava seduto ai bordi d'un rigagnolo, continuando a lavare sempre lo stesso pezzo di mela, quasi sperasse, mediante quell'operazione che andava ben al di là di ogni ragionevole scrupolo, di poter evadere dal mondo illusorio in cui era capitato senza, per così dire, il suo personale intervento. Per il resto, degli animali alloggiati nel Nocturama, ricordo soltanto che alcuni avevano occhi straordinariamente grandi e quello sguardo fisso e indagatore, riscontrabile anche in certi pittori e filosofi i quali, per mezzo della pura intuizione e del puro pensiero, cercano di penetrare l'oscurità in cui siamo immersi.

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Pagina 33

[...] Nessuno può spiegare esattamente che cosa succede in noi quando si spalanca la porta dietro cui sono celati i terrori dell'infanzia. Io però ricordo ancora che quella volta, nella casamatta di Breendonk, mi salì alle narici un disgustoso odore di sapone tenero, che quell'odore si associava, in un angolo confuso della mia mente, con una delle espressioni preferite di mio padre e a me sempre odiosa: «spazzola di saggina», che una serie di tratti neri cominciò a ballarmi davanti agli occhi e io fui costretto ad appoggiarmi con la fronte alla parete enfia di macchie bluastre, ammuffita e, così mi parve, ricoperta di fredde gocce di sudore. Non posso dire che insieme a quel senso montante di nausea fosse affiorata in me un'idea precisa dei cosiddetti interrogatori di rigore condotti in quel luogo proprio al tempo della mia nascita: fu solo qualche anno più tardi, infatti, che lessi in Jean Améry della spaventosa vicinanza fisica tra vittime e carnefici, della tortura cui egli era stato sottoposto a Breendonk; tortura consistita nel sollevarlo in aria per le mani legate dietro la schiena affinché i condili saltassero dai glenoidi nell'articolazione delle spalle con uno schianto e uno scheggiarsi che lui, ancora al momento di scriverne, non aveva dimenticato, e nel lasciarlo pendere nel vuoto con le braccia slogate, tirate in alto da dietro e chiuse sopra la testa in posizione rovesciata: la pendaison par les mains liées dans le dos jusqu'à évanouissement - così viene detto nel libro Le jardin des plantes, nel quale Claude Simon si cala nuovamente nel deposito dei suoi ricordi e dove, a pagina 235, incomincia a raccontare la frammentaria biografia di un certo Gastone Novelli che era stato sottoposto, come Améry, a questa particolare forma di tortura. Precede il resoconto un'annotazione del 26 ottobre 1943, tratta dal diario del generale Rommel il quale, vista la completa impotenza della polizia in Italia, ritiene che i Tedeschi debbano ora avocare a sé il comando. E in seguito alle misure prese da costoro, Novelli - così racconta Simon - fu arrestato e deportato a Dachau. Di quel che là gli era accaduto, con lui Novelli non aveva mai fatto parola - prosegue Simon - tranne un'unica volta in cui gli aveva detto che, dopo la liberazione dal lager, la sola vista di un Tedesco, anzi di una qualsiasi creatura appartenente al cosiddetto mondo civilizzato, non importa se uomo o donna, gli era divenuta così insopportabile che, non ancora del tutto ristabilito, si era imbarcato sulla prima nave diretta in Sudamerica per tentarvi la sorte del cercatore d'oro e di diamanti. Per un certo periodo Novelli era vissuto nella foresta vergine presso una tribù di indigeni piccoli e color del rame, che un giorno, senza tremar di foglia, erano sbucayi lì accanto a lui come dal nulla. Egli ne assunse le abitudini e compilò, alla bell'e meglio, un dizionario della loro lingua fatta quasi esclusivamente di vocali e, soprattutto, del suono A sottolineato e accentuato in infinite variazioni; una lingua, come scrive Simon, della quale all'Istituto di glottologia a San Paolo non è registrata una sola parola. Più tardi, tornato in patria, Novelli si mise a dipingere quadri. Il motivo principale, da lui utilizzato in sempre nuove versioni e combinazioni - filiforme, gras, soudain, plus épais ou plus grand, puis de nouveau mince, boiteux -, era la lettera A, che egli incideva sullo strato di colore appena steso, una volta con la matita, un'altra con il manico del pennello o con uno strumento ancora più grossolano, in serie cumulate le une accanto o sopra le altre, sempre uguali e però mai ripetitive, in onde ascendenti e discendenti come un grido prolungato.

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Pagina 76

[...] A più di un anno dalla visita al manicomio di Denbigh, all'inizio del trimestre estivo del 1949, giusto mentre stavamo preparando gli esami che avrebbero deciso del nostro futuro - così Austerlitz, dopo un po' di tempo, riprese il suo racconto -, il direttore Penrith-Smith mi fece chiamare una mattina nel suo ufficio. Me lo rivedo davanti in quella veste sfilacciata mentre, avvolto dal fumo azzurro della pipa, se ne stava lì in piedi nella luce del sole che filtrava obliqua dalla griglia dei vetri a piombo, e con quel suo tipico modo di fare confuso ripeteva più volte, da cima a fondo, che mi ero comportato in maniera esemplare, davvero esemplare, considerando gli avvenimenti degli ultimi due anni, e se nelle settimane successive io avessi soddisfatto le speranze legittimamente riposte in me dagli insegnanti, avrei potuto beneficiare di una borsa di studio offerta dagli Stower Grange Trustees per portare a termine il corso superiore. Al momento, in ogni caso, egli aveva l'obbligo di comunicarmi che sui documenti d'esame avrei dovuto scrivere non Dafydd Elias, bensì Jacques Austerlitz. It appears, disse Penrith-Smith, that this is your real name. I miei genitori affidatari, con i quali lui aveva parlato a lungo al momento dell'iscrizione in quella scuola, avrebbero voluto informarmi a tempo debito, prima che iniziassero gli esami, della mia origine, e se possibile adottarmi, ma da come si erano ormai messe le cose, aveva detto Penrith-Smith, tale eventualità era esclusa, purtroppo. Lui stesso sapeva soltanto che i coniugi Elias mi avevano accolto in casa loro all'inizio della guerra, quando io ero ancora un bambino piccolo, e perciò non poteva dirmi niente di più preciso. Appena le condizioni di Elias fossero migliorate, tutto si sarebbe sicuramente risolto. As far as the other boys are concerned, you remain Dafydd Elias for the time being. There's no need to let anyone know. It is just that you will have to put Jacques Austerlitz on your examination papers or else your work may be considered invalid. Penrith-Smith aveva scritto il nome su un foglietto e quando me lo porse, io non seppi dirgli altro che «Thank you, Sir», disse Austerlitz. A disorientarmi più di tutto, sulle prime, fu che alla parola Austerlitz io non associavo assolutamente nulla. Se il mio nuovo nome fosse stato Morgan oppure Jones, in tal caso avrei potuto riconnetterlo alla realtà. Perfino il nome Jacques mi era noto per via di una canzoncina francese. Ma Austerlitz non lo avevo mai sentito prima e perciò, fin dall'inizio, maturai la convinzione che, tranne me, nessuno si chiamasse così, né in Galles né nelle isole britanniche e nemmeno nel resto del mondo. E in effetti, da quando alcuni anni or sono ho cercato di ricostruire la mia storia, non mi sono mai imbattuto in un altro Austerlitz, né negli elenchi telefonici di Londra né in quelli di Parigi, Amsterdam o Anversa.

[...] Quanto alla mia storia, io, come ho già detto, fino a quel giorno d'aprile del 1949 in cui Penrith-Smith mi porse il foglio da lui scritto, non avevo mai udito il nome Austerlitz. Né riuscivo a immaginarmi come andasse pronunciato e lessi tre o quattro volte sillabandola quella strana parola simile a una formula segreta, prima di alzare gli occhi e dire: Excuse me, Sir, but what does it mean?, domanda alla quale Penrith-Smith rispose: I think you will find it is a small place in Moravia, site of a famous battle, you know. Ed effettivamente, nel corso del successivo anno scolastico, avrei sentito parlare a lungo

[...]

 


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