Copertina
Autore Rachel Seiffert
Titolo La camera oscura
EdizioneFrassinelli, Milano, 2003 , pag. 314, dim. 140x210x20 mm , Isbn 88-7684-683-2
OriginaleThe Dark Room [2001]
TraduttoreGiusi Barbiani, Anna Fanfani, Silvia Fornasiero
LettoreAngela Razzini, 2003
Classe narrativa inglese
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Pagina 3

Berlino, aprile 1921



nato. La madre lo stringe, lo culla e gli dà la prima poppata, lieta di tenere fra le braccia la vita che ha sentito dentro di sé per tutti questi mesi. un po' prematuro, ma non troppo piccolo, e le stringe forte i pugnetti intorno alle dita. Lei lo conosce già e gli vuole bene. Quando il marito rincasa dal lavoro, la levatrice lo prende in disparte, lo intercetta prima che raggiunga la porta della camera. A differenza della moglie, l'uomo non ha la possibilità di guardare il figlio e vederlo perfetto, di volergli bene prima di conoscere la sua imperfezione.

In clinica l'attività è febbrile; il medico, raccomandato dalla levatrice, è sbrigativo ma sensibile. Ai neo-genitori viene detto che si tratta di un difetto congenito, ma non grave. In parole povere, al bambino manca un muscolo nel petto. Purché venga sottoposto a una regolare fisioterapia, sarà sicuramente in grado di scrivere e di svolgere tutte le attività quotidiane. Non potrà mai usare normalmente il braccio destro, questo è certo, e non potrà praticare lavori manuali, ma la mancanza di un muscolo pettorale non è per forza di cose un ostacolo insormontabile. Con il passare del tempo, potrebbe riuscire perfino a fare sport, anche se è meglio non nutrire troppe speranze.

A casa osservano con attenzione il bimbo che gorgoglia e tira calci nel cassetto che gli fa da culla, gli arti piegati e le lunghe dita dei piedi, le grinze della pelle appena nata. bellissimo e i neo-genitori si sorridono, ciascuno pronto a ridere al minimo accenno dell'altro. Tolgono la magliettina al bimbo e gli ispezionano il torace e l'ascella destra mentre si dimena. Da un lato è più magro, questo è vero, ma le braccia si agitano con la stessa energia quando gli danno da mangiare o gli fanno il solletico, ed è robusto e vivace.

Mutti esclama: non c'è niente che non va. Papi la stringe fra le braccia, continuando a guardare il figlio. Rimangono seduti insieme sul letto per molto tempo, ascoltando il loro respiro mentre il bimbo dorme. E chiamano il piccolo Helmut, animo chiaro, perché è così che lo vedono: perfetto quanto basta, e va bene così.


La vita fra le due guerre è dura: pasti frugali, pochi lussi, spazi ristretti.

Il padre di Helmut è un veterano e tossisce ancora durante la notte e in autunno, quando fa umido. più vecchio della moglie ed è grato che la vita gli abbia dato la possibilità di essere felice; così esce di casa presto, tutti i giorni, e trova ogni volta un nuovo lavoro. L'appartamento in cui rincasa è sempre pulito, con almeno una delle due stanze riscaldata; e siccome la madre di Helmut è un'ottima massaia c'è sempre qualcosa in tavola.

I genitori sono molto felici del loro unico figlio e prendono precauzioni per non averne altri, riversando il loro amore su Helmut, che ride molto più di quanto pianga. Il materasso che i tre dividono è largo e caldo, e anche se il figlio ormai parla e cammina, un letto separato per lui sembra esagerato, fuori luogo, un peccato. Sul davanzale della finestra, Mutti coltiva erbe aromatiche e fiori che lascia curare a Helmut; e se Papi non è troppo stanco, quando rincasa canta un paio di ninnananne al bambino. Al mattino e alla sera gli esercizi sono un gioco che Helmut fa con i genitori. Deve pensare che li facciano anche tutti gli altri bambini, per diventare forti come i padri, che tutte le famiglie siano così felici.

Nelle calde estati della prima infanzia, Helmut e la madre affrontano il lungo viaggio verso nord, fino alla costa, mentre il padre rimane in città, facendo qualsiasi lavoro gli capiti. Dopo una settimana Helmut è abbronzatissimo e ha i capelli biondi come il sole. Gioca nudo nell'acqua bassa assieme agli altri bambini, mentre in spiaggia Mutti fa amicizia con le altre madri. Non attira mai l'attenzione sul petto del figlio, sul braccio, e quando sembra che le altre donne non notino nulla, Mutti chiacchiera più liberamente, si rilassa e si stende a godersi il sole e la compagnia.

Notti estive in camere d'ostello piene di madri che bisbigliano; favole per bambini insonni; confidenze e sigarette condivise vicino a una finestra aperta sul cielo buio e afoso.

Helmut sente la madre venire a letto, e l'odore di fumo che ha nei capelli. Chiude di nuovo gli occhi e si riaddormenta con un pollice in bocca, la sabbia sotto le unghie e il sale sulla pelle.


Il padre di Helmut ha trovato un lavoro fisso da Herr Gladigau, il proprietario dello studio fotografico della stazione; tre o quattro giorni alla settimana di stipendio assicurato. Papi pulisce la camera oscura, cambia le soluzioni chimiche e bada al negozio quando Herr Gladigau ha qualche appuntamento. A Gladigau piace il nuovo dipendente, si fida di lui. Non ha figli, è vedovo, ed è contento di essere entrato in contatto con una giovane famiglia felice. Non può permettersi di pagare quanto vorrebbe, quanto necessita la famiglia di Helmut. In compenso, propone di creare un archivio fotografico della vita di famiglia. L'accordo iniziale è di una seduta di ritratti ogni sei mesi: mentre il bambino è ancora piccolo e cresce in fretta. Mutti è entusiasta, Papi leggermente imbarazzato, ma anche contento. Fissano la prima seduta per la settimana dopo.

Nella stampa scelta da Papi, Helmut è in piedi sulle ginocchia del padre e con la mano destra indica le palme decorative di Herr Gladigau, a sinistra nella foto, vicino alla madre. I genitori lo guardano e sorridono: un bambino biondo che sta uscendo dalla prima infanzia, con il braccio destro ben teso all'altezza della spalla, forse appena più su. Una posa normale per un piccolo curioso e vivace, sebbene poco convenzionale per un ritratto.

Gladigau preferisce le foto più composte scattate nella prima parte della seduta, in cui i soggetti in posa guardano verso 1'obiettivo e tengono le mani in grembo; ma il suo dipendente è placido quanto irremovibile, e Gladigau non trova nessuna ragione valida per rifiutare la sua richiesta. Sceglie una cornice semplice fra quelle di prezzo medio e incarta con cura il ritratto.

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Pagina 31

Come una calamita, la folla attira Helmut sulle piazze dei mercati, nei cortili delle scuole, sulle strade piene di gente e di vetrine. Scatta un paio di foto, va oltre, ormai dimentico del negozio; la luce è così bella da spingerlo ancora più lontano. Gira per una serie di vicoli quasi deserti, poi coglie un vocio e lo segue. Si perde nelle viuzze tra i caseggiati e finalmente riesce a individuarne l'origine in uno spiazzo.

Ci sono camion e uomini in uniforme che gridano e danno spintoni. Ci sono cento, forse centocinquanta persone: alcuni si muovono alla rinfusa, altri allungano il passo, altri ancora stanno fermi. Helmut si accovaccia dietro un muretto e inizia a scattare fotografie. Attraverso l'obiettivo vede oggetti personali sparsi qua e là: vestiti, pentole, scatole, sacchi presi a calci e scaraventati sul terreno fangoso. Un ufficiale vicino a una jeep sbraita ordini con una voce tagliente che terrorizza Helmut, spingendolo a ritrarsi ancor più dietro il muretto. Si asciuga le mani sudate sui pantaloni e con dita tremanti appoggia la macchina fotografica sul muretto di mattoni, guardandosi intorno con aria furtiva.

Altre persone osservano la scena, raccolte all'ingresso di una palazzina all'estremità dello spiazzo. Sono molto più vicine alla folla di Helmut, ma lui ha paura di attraversare la calca per raggiungerli. Adesso le urla sono più forti, i motori dei camion si accendono. Helmut allunga una mano per afferrare la macchina fotografica, impaurito, ma anche preoccupato che la scena gli sfugga.

Gli zingari vengono separati e caricati sui camion. Urlano agli uomini in uniforme, scoprendo i denti d'oro. I bambini piangono in braccio alle madri e si nascondono sotto le ampie gonne variopinte. Le bambine prendono a morsi le mani dei soldati che strappano loro i gioielli dalle orecchie e dai capelli. Gli uomini prendono a calci quelli che li colpiscono e vengono presi a calci a loro volta. Le donne si difendono da mani che spingono, e una si mette a correre, ma non arriva molto lontano e poco dopo finisce priva di sensi sul camion assieme al resto della famiglia.

Helmut è impaurito, elettrizzato; ha le mani sudate e tremanti. Scatta, ricarica e scatta di nuovo, fotografando più in fretta che può, ma non abbastanza. Inserisce un nuovo rullino, maledice le dita deboli e umidicce, regola con difficoltà la messa a fuoco.

Nel mirino, i suoi occhi incontrano quelli di uno zingaro che lancia un grido e lo addita. Altri si voltano a guardare: facce impaurite e adirate incorniciate da fazzoletti, copricapi, e anche cappelli da uniforme. Helmut sente un tuffo al cuore, ricorda il soldato alla stazione e si nasconde la faccia tra le mani. Sente un urlo che gli ordina di smettere, di alzarsi, ma non ci riesce, può solo girarsi e mettersi a correre.

La fotocamera gli ricade sul petto e l'obiettivo gli rimbalza sulle costole; la cinghia sfrega sulla nuca, mentre si volta di scatto per allontanarsi dagli occhi e dalle voci rabbiose. Appoggia male un piede sul terreno accidentato. Il ginocchio gli cede e inciampa, cade in avanti; un braccio fende l'aria a vuoto, l'altro pende floscio, inutile e pesante, trascinando la spalla destra verso il terreno sassoso. Tiene in alto la macchina fotografica, scostandola dal corpo per proteggerla.

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Pagina 85

Su una lunga asse di legno inchiodata al tronco, sono state attaccate alcune grandi fotografie sfocate. Il gruppo rimane in silenzio, a un passo dalle immagini, mantenendo una distanza regolare. Davanti a Lore c'è la fotografia di una catasta di rifiuti, potrebbe essere anche un cumulo di cenere. Piega il capo per vedere l'immagine da vicino, pensa che potrebbero essere scarpe. Ogni foto riporta il nome di un luogo. Uno di questi sembra tedesco, ma gli altri due no. Nessuno di essi le risulta familiare. La colla sotto le fotografie è ancora fresca, la carta è raggrinzita e le immagini confondono le idee. Lore socchiude gli occhi, frustrata e accaldata nella ressa ammutolita. Fa un passo in avanti uscendo dal gruppo e spiana le grinze umide con le palme delle mani. Dietro di lei si leva un bisbiglio che si diffonde tra la gente.
[...]

 


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