Copertina
Autore Zafer Senocak
Titolo L'erottomanno
SottotitoloUn libro bastardo
EdizioneVoland, Roma, 2003 [2000], intrecci 26 , pag. 108, cop.fle., dim. 145x205x8 mm , Isbn 88-88700-02-1
OriginaleDer Erottomane (Ein Findelbuch)
EdizioneBabel, Berlin, 1999
TraduttoreElsa Luttazzi
LettoreGiovanna Bacci, 2004
Classe narrativa tedesca
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Pagina 7

Non abito più insieme a loro. Vivere a lungo con due donne è impossibile.

Avevo conosciuto Elisabeth e Susanne in occasione della visita all'appartamento. L'appartamento era un sottotetto e aveva quattro stanze luminose. Mi era piaciuto a prima vista. Ma sarebbe stato troppo grande per me solo. Tra le persone interessate, le due donne mi avevano colpito immediatamente. Avevano la stessa corporatura e si somigliavano. Il loro abbigliamento, di un'eleganza non appariscente, denotava gli stessi gusti. Pantaloni, maglione e una sciarpa in tinta unita attorno al collo. Non amo attaccare discorso con persone che non conosco. Ma in questo caso si trattava della mia unica opportunità. Superai così la mia ritrosia. "Siete sorelle?" chiesi, il più amichevolmente possibile. Risero. Mi sentii sollevato. "No, non ci conosciamo nemmeno." Alla mia domanda aveva risposto la più vecchia delle due. Era buon segno. Tra loro c'è una sorta di gerarchia nella comunicazione, potrebbe funzionare, pensai. "Credo che non dovremmo lasciarci sfuggire l'appartamento," mi affrettai a dire. "Vi ho osservato. Pensate che l'appartamento sia stupendo ma troppo grande, non è vero?" "Lei ha spirito d'osservazione," rispose la più giovane. "Mi chiamo Susanne. "Dopo le presentazioni decidemmo di andare ad abitare insieme. Il mediatore dapprima fu scettico perché non voleva credere che non ci conoscessimo. Fiutava qualche imbroglio. "Se in questo modo credete di poter trattare il prezzo dell'affitto, vi sbagliate di grosso" si affrettò a dire in tono chiaro e risoluto. Noi volevamo quell'appartamento a tutti i costi.

Le due donne si allearono contro di me sin dal primo giorno. So che in ogni caso non poteva andare diversamente. Da bambino c'erano mia madre e mia sorella a rendermi la vita difficile. Non vorrei essere frainteso. Non me ne lagno mica. Anzi, apprezzo il privato femminile, il legame che nasce da una convivenza stabile con due o più creature femminili.

"Tu vivi con noi soltanto per poter scrivere i tuoi libri. " un rimprovero che ho sempre sentito fare mentre scrivevo i miei testi. Non riesco a capire per quale ragione le donne di oggi rifiutino il ruolo di muse ispiratrici. Esiste modo più piacevole - anche se, lo ammetto, fuori moda - di essere importunate da un uomo? Ma è solo quando si rinuncia a risolverli che gli enigmi tra uomo e donna diventano pieni di mistero. Appena terminato di scrivere la mia trilogia Moabita, feci i bagagli. Con in tasca un buon anticipo dell'editore, decisi di andarmene. Verso l'Asia. Almeno per un anno, forse anche di più, lungo la Via della Seta. Sin da bambino mi affascinava il suono di nomi di città come Bukhara e Samarcanda. Immaginavo queste città assai diverse da quelle delle fiabe che mi sembravano terribilmente noiose. I loro abitanti erano extraterrestri che preparavano un attacco mortale al resto del mondo. Con l'indice puntato sull'atlante, percorrevo continuamente il mio itinerario in su e in giù. Costeggiando la riva del Danubio fino a Costanza, in nave più lontano verso Istanbul, via terra sulle coste del Mar Nero fino a Trebisonda, da là, con la nave, una tappa a Odessa. A Odessa la prima sosta prolungata. Poi verso Baku, Ashabad, Taskent, Bukhara, Samarcanda, la Mongolia, la Muraglia Cinese, Pechino, Shanghai. A Shanghai volevo fare visita a un'amica che lavorava lì come insegnante di tedesco. Non seguivo le orme di Marco Polo. Era una Via della Seta mia personale quella che volevo costruire. Non avevo viaggiato molto fino a quel momento. I viaggi di breve respiro delle vacanze, durante i quali per un paio di giorni o di settimane ci si trova trasportati in un paesaggio completamente diverso e si è sempre soli con se stessi, non erano roba per me. Io sognavo un grande viaggio, andare lontano, perdersi, cancellare le proprie tracce. Quando pensavo al mio viaggio, potevo diventare patetico.

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Pagina 18

L'ANTIQUARIO



Non avevo nessuna intenzione di rimanere in questa città. Negli ultimi tempi viaggiavo senza una meta precisa. Dormivo ogni notte in una città diversa. Preparavo l'itinerario per il giorno dopo in modeste camere d'albergo. Spesso questi itinerari erano segnati solo sulla mia cartina. Una cartina che aveva circa cinquant'anni e che mi ero procurato da un rigattiere prima di cominciare i miei viaggi. Vi erano tracciate strade che una volta, prima che viaggiare diventasse una moda, erano state molto importanti e che oggi sono utilizzate giusto da qualcuno.

Quando arrivai, la città era silenziosa. Era inverno, e in questa regione è rigido. 'Siberia del Sud', così chiamano questa parte del mondo che negli ultimi tempi m'ero andato a cercare, attratto dai contrasti dei suoi paesaggi. Anche per questo viaggio mi ero preparato poco, avevo solo una piccola valigia con lo stretto necessario. Avevo preso l'abitudine di comprare vestiti nuovi in ogni città che visitavo e di gettare via tutto quello che mi aveva accompagnato e vestito prima. Conservavo solamente i miei documenti e alcuni libri, la cui perdita mi avrebbe creato un rimpianto troppo doloroso.

Il sogno di ogni viaggiatore è cambiare non solo i luoghi, ma anche l'epoca, le stagioni, i giorni, la luce. Perché il tempo è il luogo invisibile che ci ospita per tutto il corso della nostra vita, senza lasciarci andare mai. Ce ne sentiamo prigionieri soprattutto in viaggio, quando i luoghi in cui ci fermiamo cambiano velocemente, mentre il tempo resta immutato.

Ero stato l'unico a scendere dall'autobus qui. Non conoscevo nessuno qui.

Talvolta, quando arrivo in una città straniera, ho la sensazione di imbattermi in tanti visi conosciuti. come se, dai luoghi più diversi in cui sono stato un tempo, le persone conosciute si fossero radunate qui, come se questa città fosse ora il luogo di inevitabili rincontri. Detesto rivedere le persone. Mi sembra un'infrazione alle sacre leggi del tempo, dal cui rispetto dipende la nostra sorte.

Dai ricordi dipende il rapporto con un luogo, la distanza da questo. Si può vivere per anni in una città e tuttavia esserne lontani, perché non si ricorda niente.

La strada era bagnata. Ero infreddolito. Avevo la pancia vuota. Conversazioni, calore, pane. Voglio tutto quello che ci si può aspettare dalla vita.

Quando non si ha nessuno cui confidare i propri sogni, il luogo in cui si vive diventa angusto. Prima o poi nella vita arriva il momento in cui bisogna decidere: pane o sogni?

Dovrei forse stabilirmi qui? Qui nessuno mi farebbe domande sulle mie origini. Sono nato in un posto in cui c'era solo un distributore di benzina, gestito da mia madre che viveva da sola. Mio padre l'aveva abbandonata ancor prima che io nascessi. Da bambino sentivo dire sempre che era in viaggio.

Mi lavai viso e mani in una fontana. Dietro, sull'albero che si ergeva verso l'alto, c'erano ancora foglie polverose. Qua e là la chioma era meno folta. Stava facendo giorno. S'intravedeva il cielo, come una scrittura sbiadita. Solo gli uccelli possono leggerla. Ogni mattina, la traducono in musica.

Comprai dei giornali e andai in un caffè.

" già aperto?" chiesi all'anziana signora che puliva i tavoli.

"Noi non chiudiamo mai," rispose lei, senza distrarsi dal lavoro. Ordinai caffè, uova e un sandwich. Mentre aspettavo la colazione, lo sguardo mi cadde su un negozio dall'altra parte della strada. Un negozio zeppo di libri. Sembravano vecchi libri. Nelle vetrine regnava una sorta di confusione ordinata che mi ricordava gli ambienti redazionali. All'interno era ancora buio. Mi sembrò tuttavia di vederci qualcuno.

Sono arrivato in questa città per lavarmi il viso a una fontana, per comprarmi dei giornali, per sedermi in un caffè e osservare questo negozio? Il negozio potrebbe diventare una scoperta, forse addirittura una passione, una dimora. Se mi fermo qui, sarà solo in questa libreria e in nessun altro posto.

Aprii subito il giornale alla pagina degli annunci immobiliari. Dovevo adeguare ai prezzi di mercato la mia offerta al proprietario del negozio. Avevo bisogno di una pianta della città. Possederne una è il primo passo verso la stabilità. Senza pianta si è presto perduti in una città.

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Pagina 66

MITRA



"Solo in un corpo tormentato si trova un uomo sano."

Mitra aveva letto questa frase in un libro di cui aveva dimenticato il titolo. Non sapeva nemmeno più in che lingua fosse scritto. Prima Mitra leggeva molti libri. Conosceva cinque lingue. Abitava in una biblioteca dove aveva vissuto suo nonno prima che lei ci si trasferisse. Il nonno era vissuto di scrittura. Ma non scriveva libri. Scriveva perizie. Eseguiva perizie sulla gente. La gente andava da lui, si presentava, si fermava un po'. Il vecchio parlava con loro o taceva. Dopo un certo tempo chiedeva ai visitatori di lasciare la stanza e di aspettare fuori. A quel punto prendeva la penna. Il nonno di Mitra era famoso. E molta gente desiderava avere una perizia di sua mano. Una perizia di Padar è come un passaporto, dicevano, bisogna sempre averla con sé. La perizia diveniva importante soprattutto quando ci si voleva sposare. Il nonno di Mitra aveva un gran daffare, poiché nel paese di Mitra non ci si sposava una sola volta nella vita. La perizia era allo stesso tempo un attestato di buona condotta e una lettera d'amore.

Mitra aveva imparato a scrivere dal nonno. Generalmente la scnttura non è una cosa che si Impara. Ma quando in0 famiglia c'è del talento, allora è diverso. "Vuoi imparare a scrivere o a leggere?" le aveva chiesto il nonno in occasione di una delle sue regolari visite. "Entrambe le cose" aveva risposto Mitra. Allora era una ragazzina con lunghi capelli scuri e occhi che, a detta della gente, brillavano come ambra di Artheroum. Il nonno scosse la testa. "Oggi le donne vogliono tutto e subito" brontolò con aria scherzosa. "Non si può avere entrambe le cose nella vita. Solo una: o leggere o scrivere. Da quando scrivo non ho più toccato questi libri." Mitra optò per i libri. Temeva che con l'arte della scrittura sarebbe rimasta a mani vuote. Così invece ereditò i libri e la casa dove, dopo la morte del nonno, nessuno era più andato. Mitra aveva molto tempo per i libri. Aveva la sensazione non già di vivere isolata in una piccola e vecchia casa ma, al contrario, in molti mondi allo stesso tempo, tra uomini dalle origini più disparate. Nei libri le idee competevano le une con le altre. E quasi sempre uomini e donne si scontravano tra loro con esiti catastrofici.

La vita di Mitra è radicalmente cambiata. Ha venduto la casa con i libri a un giovane e agiato uomo di scienza. I libri valevano il doppio della casa. Un bel patrimonio nel complesso. Mitra è emigrata. Si emigra solo per due motivi: il bisogno e l'amore. Nel caso di Mitra fu l'amore e, proprio perché di amore si trattava, c'entrava anche il bisogno. Si era innamorata di una giovane francese che viveva a Berlino perché era convinta che a Parigi, la sua città natale, non fosse più possibile amarsi normalmente. Là ogni amore si trasformava in una questione letteraria piena di citazioni e allusioni. Una storia faticosa, nella quale si perdeva quella leggerezza senza la quale ogni amore è una tortura. A Berlino era diverso. L'atmosfera era sobria, quasi informale. La gente aveva poco tempo. L'amore era una faccenda da sbrigare tra i due pasti. Essere innamorati non impressionava nessuno.

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