Copertina
Autore Clara Sereni
Titolo Il gioco dei Regni
EdizioneGiunti, Firenze, 1993, Narratori , Isbn 88-09-20292-9
LettoreRenato di Stefano, 1994
Classe biografie , politica
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Pagina 9 [ inizio libro ]

Con il fagotto che le ingombrava le braccia la serva Dalinda restava indietro, impegnata in saluti a parenti e a tanti che conosceva.

Alfonsa entrò in una porticina, salutò e fu salutata, Dalinda la raggiunse con l'involto. Discussero con l'artigiano di tipi modelli e misure, lui mostrò materassi già confezionati e poi le stoffe, perché Alfonsa scegliesse a proprio gusto.

Lei sorrise dentro, riconoscendo sulle cimose il marchio della fabbrica di suo padre, poi esibì la pezza che Dalinda aveva srotolato: appena ruvida, resistente. Per molti materassi, per molti figli.

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Pagina 198

La sua strada di isolamento Enrico se la costruiva con lucidità, l'unica libertà che si dava era percorrerla fino in fondo:

«Napoli, 30 maggio 1927

Io cerco di sottrarre quanto più è possibile della mia vita all'incontrollabile dei sentimenti, per farmi guidare, finché è possibile, solo dal lume della ragione. Che si tratti di un lume a valore limitato, lo so bene: ma è pure sempre meglio che niente: ed in ogni caso è "l'unico" lume che sia a nostra disposizione. Può essere che il farci così esclusivamente guidare dalla ragione ci tolga qualche possibilità, ma non credo: ché se la nostra ragione, il nostro intelletto, cioè il nostro io più vero, non ci conduce a ciò, vuol dire che si tratta di una possibilità estranea a quelle che sono le nostre più intime necessità, di una possibilità cioè che è estranea alla nostra più vera personalità, partecipe di una delle altre personalità che ciascuno di noi ha in sé. Ma è appunto attraverso alla negazione di queste personalità accessorie che noi arriviamo all'isolamento, alla coscienza perfetta di quella che abbiamo scelto come la nostra personalità: è attraverso questo processo, che noi possiamo giungere a quell'unità spirituale che mi sembra il bene supremo, alla ricerca e per la conquista del quale ogni uomo deve dedicare tutte le sue forze...

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Pagina 204

«Non capiva ancora che Mimmo la conosceva meglio di quanto si conoscesse lei stessa, e che non c'era bisogno di esortarlo ad avere pazienza; egli sapeva esattamente quali erano i suoi difetti e sapeva che sarebbe stato capace di venirne a capo. perché quello che aveva trovato in lei era per lui la qualità più preziosa: sapeva con certezza che sempre avrebbe potuto contare su Marina; che sempre, da vicino o da lontano, l'avrebbe avuta al suo fianco, non come una donna che lo avesse amato e che però avrebbe anche potuto cessare di amarlo, ma come parte di se stesso che non avrebbe mai più potuto ridiventargli estranea...»

Perché quella parte di sé sempre più si fondesse con il tutto, Mimmo parlò a Xeniuska del populismo russo e del sionismo; disegnando con lo spadino da ufficiale simboli e cifre sulla polvere di villa Borghese le spiegò Marx ed Engels e Bakunin e la Rivoluzione francese. Con il tono lieve e affettuoso che si riserva alle favole ascoltate da bambini, le raccontò anche dei saggi ebrei, di Akiva e Meir e Hillel e Shammai; e di Elishà ben Avuyà, che per troppe letture (le sue tasche costantemente rigonfie di libri, e non sempre si trattava di testi sacri) e per bisogno estremo di giustizia - la giustizia in questo mondo, e non soltanto in quello avvenire - perse di vista gli uomini, e fece a meno di Dio.

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Pagina 204

Sionismo, comunismo. Parole che hanno assunto negli anni significati e sfumature diversi: e per chi ha oggi vent'anni il sionismo si identifica nell'espansionismo dello Stato d'Israele, e il comunismo nelle bandiere ammainate sulle cupole d'oro del Cremlino.

I vent'anni di Enzo e di Mimmo, i febbrili vent'anni di chi era nato con il secolo che ora sta finendo, trovavano in quelle e in altre parole un denominatore comune: la speranza di un mondo diverso, più giusto ed umano.

Lotte feroci dilaniavano i due gruppi, e non soltanto sul piano verbale: fra i sionisti, il rapporto con le popolazioni arabe era già una discriminante; fra i comunisti, la cultura del silenzio e del sospetto già mieteva le prime vittime.

Ma per chi cercava un sogno da vivere, per chi voleva essere parte attiva della forza che porta avanti il mondo, una scelta si imponeva comunque: fra potenti e umiliati, fra vittime e carnefici, fra oppressi ed oppressori. Quale che fosse il nome che si dava agli oppressi, quale che fosse l'ambito in cui si identificavano gli oppressori.

In ogni scelta, entrarono per ciscuno inclinazioni e sentimenti, esperienze patite e nodi psicologici irrisolti, passioni e timori: ma di questo ben poco è dato sapere, perché chi allora scelse di agire usò le parole per cambiare il mondo, e non per raccontare di sé.

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Pagina 360

«Loletta mia dolce, ...

A loletta, insomma, ora voglio bene, come sempre, ma più di sempre, diverso da sempre, nuovo da sempre: amore fatto di tutta la nostra vita, di tutta la nostra lotta, di quel che abbiamo fatto e vinto insieme; amore fatto dell'amore di Loletta e della sua pazienza fedele: insomma, proprio Loletta, storicamente, scientificamente determinata. L'unico amore di Uriello che possa sopportare il suo amore, che possa sopportare un tipo che non dice mai "t'amo t'adoro", che non dice mai "sei la più bella donna del mondo", che non dice mai "non posso vivere senza di te". E non te lo dico neanche ora, perché mi basta dirmi che ti voglio bene, e che siamo Uriello e Loletta con le figliette, che hanno tanto lavoro da fare insieme.

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Pagina 428

Attorno a lui metri e metri e metri di librerie svuotate, deserte; sui muri, i segni di quello che non c'era più. Polvere, sporcizia, e i residui di una vita: la musica, il ritratto di Xenia, i giornalini dei Regni.

Privo del muro di carta che per tanti anni lo aveva rinchiuso e difeso fu ad un tratto vecchio, assai più degli anni che aveva.

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