Copertina
Autore Michele Serra
Titolo Il ragazzo mucca
EdizioneFeltrinelli, Milano, 1997, I Narratori , Isbn 88-07-01526-9
LettoreRenato di Stefano, 1997
Classe narrativa italiana
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Pagina 9 [ inizio libro ]

"Bentornato Antonio", disse il Grande Otorongo.

Stavo seduto nell'erba secca, con le spalle appoggiate al nume di pietra e lo sguardo rivolto al vallone. Nonostante fosse la fine di marzo faceva ancora molto freddo, e l'aria turbinante del crinale si infilava ovunque. Tirai fino al collo lo zip della giacca a vento. Adagiai la nuca tra le mani intrecciate e presi a seguire con gli occhi le nuvole filanti. Due poiane in caccia remigavano controvento, sospese nel celeste in attesa di tuffarsi sopra qualche sorcio incauto.

"Sei molto pallido", riprese Otorongo.

"Sono stato male. Parecchio male."

"E sei tornato per guarire?"

"Sì. Almeno in teoria. Ho bisogno di restarmene tranquillo per qualche giorno. E mi stavo proprio chiedendo, mentre salivo da te, se ne sono ancora capace." Ficcai una mano in tasca e spensi il cellulare. Un piccolo gentile bip salutò, per parte mia, il mondo intero. Durante l'ultima vacanza che avevo trascorso a Valmasca ero salito spesso dalle parti del Grande Otorongo per fare qualche telefonata di lavoro: il segnale, giù a valle nella casa dei miei genitori, non arriva. Per captarlo bisogna salire più in alto, verso il cielo bene irradiato di voci, che collega gli uomini agli uomini. Quel poco di esposizione pubblica che poteva raggiungermi fin lassù in cima, adesso era esclusa.

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Pagina 15

"Colpa? E' una parola indegna di te. Hai appena detto che non sei un analista. E per quanto ne sappia, nemmeno un prete. Lascia stare la colpa. E' il dispiacere, quello che conta. L'assenza, oppure come nel mio caso la perdita, di quel piacere fondamentale che sta nel riconoscimento delle cose. Non riesco più a provare, come mi capitava da giovane, gratitudine per ciò che mi circonda. Riconoscimento e riconoscenza sono due parole che si assomigliano molto. Confinano al punto di confondersi. E' vera gratitudine quella che si prova, reciprocamente, quando si riesce a riconoscersi davvero. Certo la signora di questa mattina sapeva bene chi ero, e ne pareva, anzi, molto compiaciuta. Ma che potrò mai farmene, del suo compiacimento, dal momento che ignoro se derivi dalla mia dimestichezza con il futuro di Dio o dalla mia competenza sul gel? Secondo me, guarda: è proprio per questo che rifiuto di ricordare il suo nome. E' perché lei, come tutti, conosce il mio solo come pubblica parodia di ciò che sono."

"E chi saresti, davvero?"

"Uno, magari, che non ha passione alcuna né per Dio né per il gel. E ne ha il pieno diritto, che diamine."

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Pagina 90

"Ma la vuoi piantare - quasi gridò il dio - con questa maledetta politica? E' da una buona mezzora che te ne servi per parlare d'altro. Stai male? Sei infelice? Perché diavolo continui a spalmare il tuo vomito sopra i mali del mondo, per diluirlo meglio? Parlami di te piuttosto, della tua vanità frustrata da un romanzo abortito, di tua moglie che non sei più capace di amare, di tua figlia che ti vede vagolare come un'ameba, del tuo lavoro che non ti piace più. Che ti importa di Josephus, che accidenti c'entra? Il tuo fallimento diventa forse più scusabile perché sei capace di servirmelo come un elzeviro sull'incomunicabilità tra gli uomini, nella società di massa, beninteso? Guarda, Antonio, che io non sono un tuo lettore. Sono pur sempre il tuo dio, che diamine! E a me non puoi raccontare frottole."

L'aggressività di Otorongo mi aveva sferzato. Mi alzai in piedi, rivolgendomi a lui con il dito puntato, che oscillava scandendo le mie parole. Teatrale.

"Sentimi bene. Io ho "bisogno" degli altri. E il mio metro e ottantasei di ossa, nervi, muscoli e cartilagini, proprio adesso che sono riuscito a trafugarlo dal sarcofago della mia immagine pubblica, ricomincia ad appartenermi così intensamente che avrei voglia, per dirtela così come mi viene, di scopare con tutti e cinque miliardi quanti sono gli uomini. Mi sento incline all'orgia cosmica, generale, infinita, vorrei toccare le persone una per una e vorrei che mi toccassero..."

"Disgustoso, veramente."

"... Vorrei essere premuto, trasportato dagli uomini su un grande lungomare percorso da una folla smisurata, e sentirmi fare "squich" come un peluche al quale finalmente qualcuno si è ricordato di schiacciare la pancia. Vorrei che qualcuno mi ficcasse le mani dentro le viscere intorpidite e me le massaggiasse centimetro per centimetro. Vorrei sdraiarmi qui per terra, con la testa che ti sfiora e i piedi giù in pianura, come un enorme uomo-pianeta, e farmi ricoprire e abitare da miriadi di uomini-formica. Vorrei disciogliermi, confondermi sangue con sangue, essere adoperato e adoperare in grande numero quegli altri che mi assomigliano, verificare fisicamente la promessa che sono nate davvero le masse, enorme e molteplice presenza di volti e di corpi percepibili, vicini, singole forme di un plurale smisurato, possibilità di un piacere inimmaginabile, di una conoscenza moltiplicata per tante volte quante sono le occasioni di comprimersi tutti insieme in un caffè, in una piazza, in una festa..."

"Non ti senti bene. Non c'è dubbio, non stai per niente bene... "

"... Quando ero ragazzo trovai ridicola quella scena di

[...]

 


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