Copertina
Autore Dai Sijie
Titolo Balzac e la Piccola Sarta cinese
EdizioneAdelphi, Milano, 2001, Fabula 133 , pag. 178, dim. 140x220x12 mm , Isbn 88-459-1600-6
OriginaleBalzac et la Petite Tailleuse chinoise
EdizioneGallimard, Paris, 2000
TraduttoreEna Marchi
LettoreRenato di Stefano, 2001
Classe narrativa cinese , narrativa francese , libri
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Pagina 11

Il capo del villaggio, un uomo sui cinquant'anni, era seduto a gambe incrociate al centro della stanza, accanto a un focolare scavato nel terreno in cui bruciava del carbone, e stava esaminando attentamente il mio violino: l'unico oggetto, nel bagaglio dei due «ragazzi di città», quali eravamo considerati Luo e io, da cui sembrava emanare un che di estraneo, un odore di civiltà che insospettiva la gente del posto.

Un contadino accostò all'oggetto una lampada a petrolio, allo scopo di facilitarne l'identificazione. Il capo sollevò il violino in verticale e ispezionò il buco nero della cassa, come un doganiere meticoloso alla ricerca di droga. Notai tre gocce di sangue nel suo occhio sinistro, una grande e due piccole, tutte dello stesso color rosso vivo.

Tenendo il violino all'altezza del viso, lo scosse violentemente, quasi si aspettasse che dal fondo oscuro della cassa armonica cadesse qualcosa. Avevo l'impressione che da un momento all'altro le corde si sarebbero spezzate e il manico sarebbe volato in mille pezzi.

Quasi tutto il villaggio era lì, ai piedi di quella casa su palafitte sperduta in cima alla montagna. Uomini, donne e bambini si affollavano all'interno, si aggrappavano alle finestre, si spintonavano davanti alla porta. Poiché dal violino non cadeva nulla, il capo avvicinò il naso al buco nero e lo annusò vigorosamente. I grossi peli neri, lunghi e sporchi, che fuoriuscivano dalla sua narice sinistra ebbero un fremito.

Ancora nessun indizio.

A quel punto fece scorrere le dita callose sopra una corda, poi sopra un'altra... Un suono sconosciuto pietrificò la folla, inducendola a una sorta di rispetto.

«» un giocattolo» sentenziò solennemente il capo.

Luo e io rimanemmo allibiti, e ci scambiammo furtivamente uno sguardo angosciato. Mi chiedevo come sarebbe finita.

Un contadino prese il «giocattolo» dalle mani del capo e sferrò un gran pugno sul dorso della cassa, dopodiché lo passò a un altro. Per un po' il violino circolò tra la folla. Nessuno si occupava di noi, i due ragazzi di città fragili, esili, stremati e ridicoli. Avendo camminato in mezzo alle montagne per tutta la giornata, avevamo i vestiti, la faccia e i capelli ricoperti di fango. Sembravamo due soldatini reazionari di un film di propaganda, catturati da un'orda di contadini comunisti dopo una sconfitta.

«Un giocattolo da stronzi» disse una donna dalla voce rauca.

«No,» rettificò il capo «un giocattolo borghese, venuto dalla città».

Nonostante il gran fuoco al centro della stanza mi sentii gelare.

«Bisogna bruciarlo! » aggiunse il capo.

L'ordine suscitò immediatamente tra la folla una vivace reazione. Tutti parlavano, gridavano, si spintonavano: ognuno cercava di impadronirsi del «giocattolo» per avere il privilegio di gettarlo nel fuoco con le proprie mani.

«Capo, è uno strumento musicale» disse Luo con aria disinvolta. «Il mio amico è bravo a suonare. Dico sul serio».

Il capo riprese in mano il violino e tornò a esaminarlo; poi me lo porse.

«Mi dispiace, capo,» intervenni io, a disagio «ma non è vero che sono così bravo».

Luo mi rivolse una rapida strizzatina d'occhio. Un po' sconcertato, presi il violino e cominciai ad accordarlo.

«Ascolterà una sonata di Mozart, capo» annunciò Luo con la stessa calma di prima.

Lo guardai esterrefatto, pensando che fosse impazzito: da anni tutte le opere di Mozart, come di qualunque altro musicista occidentale, erano proibite nel nostro paese. A mollo da ore nelle scarpe fradicie, i piedi mi erano diventati di ghiaccio. Tremavo dal freddo.

«Che roba è una sonata?» mi chiese il capo con aria diffidente.

«Non lo so» balbettai. «Una cosa occidentale».

«Una canzone?».

«Più o meno» risposi evasivo.

Di colpo riapparve nei suoi occhi lo sguardo vigile del buon comunista, e la sua voce si fece ostile:

«E come si chiama, 'sta canzone?».

«Somiglia a una canzone, ma è una sonata».

«Ti ho chiesto come si chiama!» gridò lui guardandomi fisso.

Di nuovo le tre gocce di sangue nel suo occhio sinistro mi fecero paura.

«Mozart...» farfugliai.

«Mozart che cosa?».

«Mozart pensa al presidente Mao» proseguì Luo al posto mio.

Che faccia tosta! Ma funzionò: come al suono di una parola magica, lo sguardo minaccioso del capo si raddolcì e i suoi occhi si raggrinzirono in un gran sorriso di beatitudine.

«Mozart pensa sempre a Mao» disse.

«Sì» confermò Luo. «Sempre».

A un tratto, quando impugnai l'archetto, esplosero intorno a me applausi calorosi, che mi fecero quasi paura. Le mie dita intorpidite cominciarono a percorrere le corde, e le frasi di Mozart mi tornarono alla mente come amici fedeli. I volti dei contadini, fino a un attimo prima così ostili, si ammorbidivano progressivamente sotto la limpida gioia di Mozart, come la terra inaridita sotto la pioggia; poi, a poco a poco, nella luce danzante della lampada a petrolio, persero i loro contorni.

Suonai a lungo. Luo, intanto, si accese una sigaretta e si mise a fumare, sicuro e tranquillo, come un adulto.

Questa fu la nostra prima giornata di rieducazione. Luo aveva diciott'anni, io diciassette.

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Pagina 33

In fondo a una galleria lunga e stretta, nera come la pece, avanzava a fatica una fievole luce. Di tanto in tanto il minuscolo puntino luminoso vacillava, cadeva, si rimetteva in equilibrio e riprendeva ad avanzare. In certi momenti, quando all'improwiso il terreno digradava, la piccola luce spariva per un bel po', e allora si udivano soltanto lo scricchiolio dei sassi sui quali un uomo trascinava una pesante cesta, e i grugniti da lui emessi ad ogni sforzo, che riccheggiavano lontano lontano nel buio assoluto.

Poi, di colpo, la luce riappariva, simile all'occhio di un animale il cui corpo, inghiottito dall'oscurità, procedesse barcollando, come in un incubo.

Era Luo, che lavorava in una piccola miniera di carbone con una lampada a olio attaccata alla fronte mediante una cinghia. Quando il cunicolo era troppo basso, avanzava strisciando a carponi. Completamente nudo, era imbrigliato in una correggia di cuoio che gli penetrava dentro la carne. Bardato con quegli orribili finimenti, trascinava una grande cesta a forma di barca, colma di grossi blocchi di antracite.

Quando arrivava dov'ero io, gli davo il cambio. Nudo come lui, coperto di carbone fin nelle più intime pieghe del corpo, invece di tirare il carico io lo spingevo. Per uscire dalla galleria bisognava percorrere un lungo tratto in ripida salita, ma dal soffitto più alto; spesso Luo mi aiutava a salire e a uscire dal tunnel, e qualche volta anche a versare il contenuto della cesta su un mucchio di carbone all'esterno: si alzava allora una fitta nube di polvere nera, e dentro quella nube ci stendevamo per terra, stremati.

In passato, come ho detto, la montagna della Fenice del Cielo era famosa per le miniere di rame (che ebbero addirittura l'onore di entrare nella storia della Cina per essere state il munifico dono del primo cinese dichiaratamente omosessuale, un imperatore). Ma ormai quelle miniere, abbandonate da anni, cadevano in rovina; quelle di carbone, invece, tante piccole gallerie scavate artigianalmente, costituivano un patrimonio comune agli abitanti dei vari villaggi e continuavano a essere sfruttate, fornendo loro combustibile per riscaldarsi. Al pari di tutti gli altri ragazzi di città, io e Luo fummo sottoposti a quel corso di rieducazione, destinato a durare due mesi. Neppure il nostro successo in materia di «cinema orale» poté procrastinarne l'inizio.

A dire il vero, accettammo quella prova infernale perché volevamo «rimanere in corsa», per quanto irrisorie fossero quelle tre probabilità su mille che avevamo di tornare a casa. Non immaginavamo che la miniera ci avrebbe lasciato addosso delle tracce nere indelebili, fisiche ma soprattutto morali. Ancora oggi queste terribili parole, «la piccola miniera di carbone», mi fanno tremare di paura.

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Pagina 59

«Ba-er-za-che». Tradotto in cinese, il nome dell'autore francese formava una parola di quattro ideogrammi. Che cosa magica, la traduzione! Di colpo, superata la pesantezza delle prime due sillabe, il suono marziale, aggressivo e un po' ridicolo di quel nome svaniva, e dall'insieme di quei quattro caratteri eleganti ed essenziali emanava una bellezza insolita, un aroma esotico, sensuale, generoso come il profumo inebriante di un liquore conservato per secoli in una cantina. (Anni dopo appresi che a tradurre Balzac in cinese era stato un grande scrittore, il quale, non potendo pubblicare le proprie opere per motivi politici, aveva dedicato la sua vita a tradurre quelle degli autori francesi).

Quattrocchi aveva esitato a lungo prima di scegliere quel libro, o era stato il caso a guidare la sua mano? Oppure ci aveva dato proprio quello perché, fra tutti i tesori della preziosa valigia, era il più breve e il più malconcio? Era stata la grettezza il vero motivo della sua scelta? Non lo sapemmo mai. Certo è che quella scelta cambiò radicalmente la nostra esistenza, o almeno il periodo della nostra rieducazione sulla montagna della Fenice del Cielo.

Il libretto in questione s'intitolava Ursule MirouŽt.

Luo lo divorò la notte stessa in cui Quattrocchi ce lo passò, e all'alba lo aveva finito. Spense la lampada a petrolio, mi svegliò e me lo diede. Io rimasi a letto per tutta la giornata, senza mangiare, senza fare nient'altro che starmene immerso in quella storia francese di amore e di miracoli.

Immaginatevi un ragazzotto di diciannove anni, digiuno di esperienze amorose, ancora assopito nel limbo dell'adolescenza, e che non aveva conosciuto altro se non le solite chiacchiere rivoluzionarie circa il patriottismo, il comunismo, l'ideologia e la propaganda. Di punto in bianco, come un intruso, quel piccolo libro mi parlava dell'insorgere del desiderio, della passione, delle pulsioni, dell'amore, tutte cose su cui, fino a quel momento, nessuno mi aveva mai detto niente.

Sebbene non sapessi assolutamente nulla di quel paese chiamato Francia (un paio di volte avevo sentito mio padre nominare Napoleone, e nient'altro), la storia di Ursule mi sembrò vera come poteva esserlo quella dei miei vicini di casa. A rafforzarne l'autenticità, ad accrescere l'efficacia delle parole, contribuiva poi la brutta faccenda della successione in cui la ragazza rischia di venire travolta. Alla fine di quella giornata mi

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