Copertina
Autore Antonio Skármeta
Titolo Il postino di Neruda
EdizioneGarzanti, Milano, 1993 [1989], gli elefanti , Isbn 88-11-66820-4
OriginaleArdiente paciencia [1985]
TraduttoreAndrea Donati
LettoreRenato di Stefano, 1994
Classe narrativa cilena
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Pagina 7 [ inizio libro ]

Nel giugno 1969 due motivi, tanto fortunati quanto banali, indussero Mario Jiménez a cambiare mestiere. Primo, la sua disaffezione per le fatiche della pesca, che lo buttavano giù dal letto prima dell'alba, quasi sempre mentre sognava di audaci amori impersonati da eroine ardenti simili a quelle che vedeva sullo schermo del cinematografo di San Antonio.

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Pagina 40

«Si chiana Mario».

«E cosa fa?».

«Il postino».

«Postino?».

«Non hai visto la borsa?».

«Sì che ho visto la borsa. E ho visto anche a cosa gli serve, la borsa. A metterci una bottiglia di vino».

«Perché aveva già terminato le consegne».

«A chi le porta, le lettere?».

«A don Pablo».

«Neruda?».

«Sì, e sono amici».

«Te lo ha detto lui?».

«Li ho visti insieme. L'altro giorno sono venuti a chiaccherare qui nell'osteria».

«E di cosa parlavano?».

«Di politica».

«Ah, è anche comunista!».

«Mamma, Neruda diventerà presidente del Cile».

«Figlia, se confondi la poesia con la politica presto sarai una ragazza madre; cosa ti ha detto?».

Beatriz aveva la parola sulla punta della lingua, ma la guarnì per alcuni secondi di aclda saliva.

«Metafore».

La madre si aggrappò alla boccia d'ottone del letto rustico, stringendola fino a convincersi che avrebbe potuto liquefarla.

«Che cos'hai, mamma? Che cosa ti sei messa a pensare?».

La donna si accostò alla ragazza, si lasciò cadere sul letto, e con voce evanescente disse:

«Non ti ho mai sentito pronunciare una parola così lunga. Che "metafore" ti ha detto?».

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Pagina 80

Incise il movimento del mare con lo scupolo di un filatelico.

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Pagina 121 [ fine libro ]

«Non ricordi», gli domandai, «una poesia che forse ti è rimasta in mente per il titolo piuttosto singolare "Ritratto a matita di Pablo Neftalí Jiménez González?».

Il mio amico sollevoò la zuccheriera e la trattenne un istante frugando nella memoria. Poi fece di no con la testa. Non la ricordava. Avvicinò la zuccheriera al mio caffè ma io lo coprii rapidamente con la mano.

«No grazie», gli dissi, «lo bevo amaro».

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