Copertina
Autore Susan Sontag
Titolo In America
EdizioneMondadori, Milano, 2000, Scrittori italiani e stranieri , pag. 400, dim. 145x223x35 mm , Isbn 88-04-47320-7
OriginaleIn America [2000]
TraduttorePaolo Dilonardo
LettoreRenato di Stefano, 2000
Classe narrativa statunitense , biografie
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Pagina 9

Zero


Esitante, anzi, tremante, mi ero intrufolata in una festa nella sala da pranzo riservata di un albergo. L'inverno si faceva sentire anche lì dentro, ma tra le donne in lungo e gli uomini in finanziera che si mescolavano nella vasta sala scura nessuno sembrava badare al gelo, così la stufa di maiolica nell'angolo era tutta per me. Abbracciai quel grosso aggeggio, alto sino al soffitto - avrei preferito il fuoco ruggente di un caminetto, ma mi trovavo lì, in un paese dove le stanze sono riscaldate da stufe - e presi a reimpastarmi un po' di tepore sulle guance e nei palmi. Poi, più calda, o più calma, mi avventurai lungo il lato della sala dove mi ero fermata. Da una finestra attraverso la spessa tela di neve che fioccava silenziosa, illuminata da un anello di luna, posai lo sguardo sulla fila di slitte e carrozze, sui cocchieri avvolti in ruvide coperte che sonnecchiavano ai loro posti, sugli animali a testa bassa, irrigiditi e chiazzati di neve. Sentii le campane di una chiesa vicina che battevano le dieci. Alcuni degli invitati si erano raggruppati intorno a una grande credenza di quercia vicino alla finestra. Voltandomi per metà, mi sintonizzai sulla conversazione, che si svolgeva perlopiù in una lingua a me sconosciuta (mi trovavo in un paese che avevo visitato una sola volta, tredici anni prima), ma in qualche modo, non mi domandai come, riuscivo a intendere il senso delle loro parole. Frasi infervorate che riguardavano una donna e un uomo, brandelli di informazioni che prontamente arricchii presumendo che i due fossero, perché no, sposati.

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Pagina 30

[...] Lei, Maryna, non aveva un'aria soddisfatta. Ho massacrato il magnifico inglese di Shakespeare, la sentii dire al critico teatrale, seduto alla sua sinistra. Nient'affatto, esclamò lui, lo ha pronunciato in modo splendido. Non è vero, rispose lei seccamente. E, in realtà, non era vero. Sperai che avrebbero fatto di meglio nel caso avessero dovuto parlare più a lungo in inglese, come sospettavo sarebbe accaduto, se avevo capito qualcosa della loro discussione. Senza dubbio avrebbero continuato a parlare inglese con un accento, come fa tanta gente nel mio paese, come facevano i miei bisnonni (materni) e i miei nonni (paterni), anche se naturalmente non i loro figli. Andrebbe infatti detto, e perché non ora, che tutti e quattro i miei nonni nacquero in quel paese (quindi, in un paese che aveva cessato di esistere un'ottantina d'anni prima della loro nascita), anzi nacquero proprio intorno a quell'anno alla volta del quale mi ero messa in viaggio con la mente per ritrovarmi in quella sala con le sue antiquate conversazioni, anche se coloro che generarono la coppia che mi generò erano completamente diversi dalle persone in quella sala: gente di paese povera e non sofisticata che per mestiere faceva il venditore ambulante, il locandiere, il taglialegna, lo studioso del Talmud. Supponendo che nessuno lì fosse ebreo, sperai, e questa era un'idea nuova, di non sentire nessuno prorompere in uno scatto antisemita che mi avrebbe obbligata a lasciare la stanza, ma non accadde, e anzi, in qualche modo intuii che dovevano essere, se mai, filosemiti. Che quello fosse il paese da cui i miei antenati avevano deciso di partire imbarcandosi su affollati ponti di terza classe, a stento mi lega a quella gente, ma può forse voler dire che il nome di quel paese ha per me una certa risonanza, e può avermi attirato in una stanza situata li piuttosto che altrove; dopo aver cercato di evocare una sala da pranzo di un albergo di Sarajevo della stessa epoca, e non esserci riuscita, dovevo accettare di essere dov'ero atterrata. Ma il passato è il paese più grande di tutti, e c'è una ragione per cui si cede al desiderio di ambientare una storia nel passato: quasi tutto quel che è buono sembra appartenere al passato, forse questa è un'illusione, ma provo nostalgia per ogni epoca che precede la mia nascita; e si è più liberi dalle inibizioni moderne, forse perché non si ha alcuna responsabilità per il passato, a volte non provo che vergogna per l'epoca in cui vivo. E questo passato è anche presente, perché c'ero io nella sala da pranzo riservata dell'albergo, a gettare semi profetici. Quello non era il mio posto, ero una presenza estranea, dovevo farmi molto vicina per ascoltare, e non avrei capito ogni cosa, ma anche quel che fraintendevo sarebbe stato una sorta di verità, se non altro sul tempo in cui vivo, più che su quello in cui la loro storia aveva luogo. Dobbiamo sempre chiedere di più a noi stessi, sentii dire da Maryna severamente. Sempre. O forse parlo solo per me stessa? Ah, ecco una nota accattivante. Io ho un debole per gli sforzi, per la serietà.

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Pagina 47

Da una lettera a nessuno, vale a dire, a se stessa:

Non è perché mio fratello, il mio amato fratello, sta morendo e io non avrò più nessuno da venerare... non è perché mia madre, la nostra amata madre, mi dà sui nervi, oh, come vorrei poterle tappare la bocca... non è perché neppure io sono una buona madre (come potrei? Sono un'attrice)... non è perché mio marito, che non è il padre di mio figlio, è così comprensivo e farà qualunque cosa

[...]

 


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