Copertina
Autore Susan Sontag
Titolo L'amante del vulcano
EdizioneMondadori, Milano, 1995, Omnibus
OriginaleThe Volcano Lover [1992]
TraduttorePaolo Dilonardo
LettoreRenato di Stefano, 1995
Classe narrativa statunitense , montagna , biografie
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Pagina 3

All'entrata d'un mercato delle pulci. Gratuito. Ingresso libero. Folla sciolta. Volpina, festosa. Perché entrare? Cosa t'aspetti di vedere? Vedo. Controllo quel che c'è al mondo. Quel che resat. Quel che è scartato. Quel che non sta più a cuore. Quel che doveva essere sacrificato. Quel che qualcuno ha pensato potesse interessare a qualcun altro. Ma è ciarpame. Se è lì, qui, è già stato passato al setaccio. Ma potrebbe esserci qualcosa di valore, lì. Non di valore, non proprio. Ma qualcosa che "io" potrei volere. Volere mettere in salvo. Qualcosa che parli a me. Ai miei desideri. Parli a, parli di. Ah...

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Pagina 54

Il Cavaliere si riteneva - no, era - un ambasciatore di decoro e ragione (non è forse questo che ci insegna lo studio dell'arte antica?). Al di là dell'assai vantaggioso investimento e dello sfogo alla sua smania di collezionare, c'era una morale in quelle pietre, in quei cocci, in quegli scuriti oggetti di marmo, d'argento e di vetro: modelli di perfezione e di armonia. Quell'antichità selvaggia, aperta al demoniaco, era largamente celata a quei primi patiti di cose antiche. Quel che nell'antichità non riconosceva, quel che non era preparato a vedere, il Cavaliere lo vagheggiava nel vulcano: gli antri, le cavità selvagge, le grotte buie, i crepacci, i precipizi, le cascate, burroni in fondo a burroni, rocce sotto rocce - le macerie e la violenza, il pericolo, l'imperfezione.

Pochi vedono ciò che non è già nella loro testa. Un secolo prima, il grande predecessore del Cavaliere nell'amore per i vulcani, Athanasius Kircher, aveva osservato l'Etna e il Vesuvio in azione, e si era fatto calare con una carrucola dentro i loro crateri. Ma queste ardite osservazioni ravvicinate, compiute con tanto rischio e a prezzo di tanta pena (gli occhi irritati dai fumi, il tronco straziato dalle corde), non avevano dissuaso quell'astuto gesuita dall'offrire delle viscere del vulcano un resoconto del tutto immaginario. Le figure che illustrano il suo Mundus subterraneus mostrano il Vesuvio, in sezione trasversale, come un guscio vuoto che racchiude un altro mondo, provvisto di cielo, alberi, montagne, valli, caverne e fiumi d'acqua e di fuoco.

Il Cavaliere si domandava se avrebbe mai osato provare a scendere dentro il vulcano, finché restava quieto. Naturalmente, non si figurava di trovarvi il mondo infero di Kircher, non più di quanto credesse che il vulcano era la bocca dell'inferno, o che un'eruzione era, al pari di una carestia, un castigo divino. Era un essere razionale, che galleggiava su un mare di superstizioni. Un conoscitore di rovine, come il suo amico Piranesi a Roma, perché cos'era la montagna se non un'immensa rovina? Una rovina che poteva prender vita e causare ulteriore rovina.

Nelle tavole che egli commissionò per illustrare i due volumi in folio in cui aveva recentemente raccolto le sue "lettere vulcaniche" alla Royal Society, il Cavaliere compare in alcune delle immagini, a piedi o a cavallo. In una di esse sta guardando il suo staffiere che fa il bagno nel lago d'Averno; in un'altra, scorta - occasione memorabile - il corteggio reale sull'orlo di un baratro in cui scorre la lava. Un paesaggio nevoso in cui la montagna appare particolarmente serena non ha invece nessuno spettatore, ma nella maggior parte delle immagini che mostrano le strane forme e mutazioni prodotte dall'attività vulcanica ci sono delle figure umane: uno spettacolo richiede la raffigurazione di uno sguardo. Eruttare è la sua natura, la natura di un vulcano, anche se lo fa solo di tanto in tanto. Sarebbe questa l'immagine... se si decide di averne una sola.

Via via che il Vesuvio si avvicinava a un'altra eruzione, il Cavaliere lo scalava più spesso, anche per assaporare quanto fosse diventato impavido. Era la profezia di lunga vita della sibilla? Qualche volta, mentre avanzava sulla montagna ribollente, si sentiva più al sicuro che in qualsiasi altro posto.

La montagna offriva un'esperienza diversa da ogni altra, una misura diversa. La terra si slarga, il cielo si dilata, il golfo si espande. Non devi ricordarti chi sei.

Nel tardo pomeriggio è sulla vetta. Osserva il costante declinare del sole, sempre più grande, sempre più rosso, più succulento, verso il mare. In attesa dell'attimo più bello, quello che vorrebbe prolungare, quando il sole tocca l'orizzonte, e per un secondo si posa sul piedistallo di se stesso - prima di scomparire con sconfortante irrevocabilità dietro la linea del mare. Intorno a lui il fragore atroce del vulcano, che si prepara alla prossima eruzione. Fantasie di onnipotenza. Amplificare un certo suono. Sospenderne un altro. Troncarli tutti. Come sul retro dell'orchestra il timpanista che, dopo aver estratto un gorgheggio di suoni rimbombanti dai due grandi tamburi di fronte a lui, depone velocemente i mazzuoli e smorza il suono posando i palmi con grande leggerezza, con grande fermezza, sulla membrana, e poi abbassa l'orecchio sul tamburo per assicurarsi che sia ancora intonato (la delicatezza di questi gesti dopo i portentosi movimenti di battitura e percussione) - così si potrebbe mettere a tacere

[...]

 


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