Copertina
Autore Christina Stead
Titolo L'uomo che amava i bambini
EdizioneAdelphi, Milano, 2004 [1978], Fabula 159 , pag. 564, cop.fle., dim. 140x220x30 mm , Isbn 88-459-1877-7
OriginaleThe Man Who Loved Children [1940]
Prefazione diRandall Jarrell
TraduttoreFloriana Bossi
LettoreGiovanna Bacci, 2004
Classe narrativa australiana
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Pagina 11

1. Henny torna a casa



L'intero pomeriggio di quel sabato di giugno i bambini di Sam Pollit stettero all'erta spiando il suo ritorno mentre pattinavano sui marciapiedi sporchi e l'asfalto rattoppato di R Street e Reservoir Road, che delimitavano il prato di Tohoga House, la loro casa. Di solito non avevano il permesso di scorrazzare per le strade, ma Sam era ancora fuori con i naturalisti in cerca di lucertole e salamandre sulle scogliere del Potomac, Henrietta, la madre, era in città, Bonnie, la loro giovane zia e domestica tuttofare, aveva il pomeriggio libero, e l'unica che li sorvegliasse era Louisa, la sorellastra, undici anni e mezzo, la più grande della nidiata. Rigida e ansiosa quando i genitori erano a casa, Louisa diventava indulgente quando i bambini venivano affidati soltanto a lei; le piaceva sentire i loro gridi lontani, mentre leggeva a pancia in giù nel frutteto o, persa in fantasticherie, vagava per la casa.

Il sole cadde tra banchi di nuvole dentro i boschi della Virginia; una raganella gracidò e l'aria si fece umida. Mamma che, carica di pacchi, veniva a casa dal tram di Wisconsin Avenue, fu avvistata da vari angoli dai bambini sudaticci; stridendo sui pattini, le corsero incontro e la scortarono fino a casa, eseguendo figure intorno a lei, ondeggiando e ansimando e aggrappandosi alla sua gonna, allegrissimi, nonostante la sua dignitosa irritazione.

«Torno a casa e vi trovo a correre per le strade scatenati come matti!».

Si riversarono in casa, portando dentro sporco, supposizioni, domande, leggende di altri bambini, e progetti per il giorno dopo, mentre Louie, ricordandosi improvvisamente di patate e di fagiolini negletti, sgattaiolava in cucina dalla porta sul retro. Henrietta prese una lettera dallo scaffale dell'entrata, indirizzata a lei, a «Mrs Samuel Clemens Pollit», che aprì borbottando, con un mezzo sorriso: «Che stupido!». Entrò nella lunga stanza da pranzo per leggerla, mentre Saul, tecnicamente il maggiore dei gemelli settenni, si spenzolava dalla spalliera della sedia, dicendo: «Di chi è, mamma, di chi è?» e il suo gemello, Samuel capelli di paglia, cercava di strapparle la borsetta, ripetendo: «Posso guardare nella tua borsa, posso guardare nella tua borsa, posso guardare?».

Quando, finalmente, lei lo udì, gli abbandonò la vecchia e logora borsa di cuoio continuando a leggere, senza prestare la minima attenzione al loro eccitato esame di chiavi e cosmetici, né al primogenito, il decenne Ernest che, dopo aver contato i soldi e averli divisi in mucchietti, diceva saggiamente: «La mamma ha due dollari e ottantadue cents: mamma, quando sei uscita avevi cinque dollari e sedici cents e un francobollo. Cos'hai comprato, mamma?».

Sentirono Louisa che entrava cantilenando: «Tè bollente, tè bollente! Fate largo!» e spostarono le natiche di un mezzo centimetro. Louie si fece cautamente strada in mezzo a loro, portando una grande tazza di tè che posò davanti alla matrigna.

« venuto o ha telefonato qualcuno?».

«E arrivata la vernice, mamma». Louie si fermò sulla soglia. « nella lavanderia».

«E domani che lui vuol cominciare a imbiancare e mettere tutto a soqquadro?» domandò Henrietta.

Louie non disse nulla e si allontanò lentamente.

«Mamma, hai speso due dollari e trentaquattro cents. Che cos'hai comprato?».

«Che c'è in questo pacco, Mami?» Chiese Evie.

«Oh, lasciatemi in pace; siete peggio di vostro padre».

Henrietta si tolse i guanti e cominciò a sorseggiare il tè. Quella era la sua sedia e anche quella che preferivano i visitatori. Era a schienale dritto ma comoda, non troppo bassa, e sistemata tra la finestra d'angolo e la panca imbottita che correva lungo tutta una parete. I bambini avevano l'abitudine di mettersi a sedere l'uno accanto all'altro su quella panca a osservare il visitatore, ipnotizzati dalla storia della sua vita. I visitatori apparivano piuttosto goffi, lì seduti, adorni di tutti gli incidenti, le casualità e le mischie della vita, a ridere sgraziatamente e inaspettatamente per battute cretine, a esprimersi con locuzioni demenziali; e tuttavia si credevano importanti, e sembrava che, quando andavano in giro, a loro capitasse di tutto. Avevano nugoli di parenti con i quali discutevano e innamorati con i quali tubavano; avevano denti falsi, occhiali e operazioni. I bambini stavano lì a occhi sgranati e bocche aperte, finché Henny sbottava: «Cosa state, acchiappando mosche?».

Quando Henny stava seduta là, al contrario, tutto era in ordine e sembrava che nella casa non ci fosse nessuno; era come la presenza di un vecchio quadro scuro e amico appeso alla parete da generazioni. Ogni volta che Sam era via, specialmente nel pomeriggio, Henny si metteva a sedere là, vicino alla cucina dove poteva prendere le sue tazze di tè bollente e sorvegliare la cottura dei cibi. I bambini, tornando di corsa dalla scuola o dal frutteto, la trovavano lì, tranquilla, magra, stanca, con le lunghe mani olivastre e venate che stringevano la tazza di tè in cerca di calore, o che scivolavano, saltellavano tra lane e ferri da calza, mentre eseguiva una sua decorazione su cuffiette e scarpette per i neonati che continuavano a comparire nel remoto mondo. A volte era allegra e diceva loro nel suo modo elegante, infantile, violento: «Uno sciocco per la fortuna, un povero per i bambini, una spiaggia dell'Est per i granchi, e i negri per i cani» e «Io ho una casettina e un topo non l'ha trovata e tutti gli uomini della città non sono riusciti a contare le sue finestre: che cos'è?". Dopo aver proposto l'indovinello sorrideva maliziosamente, anche se tutti loro conoscevano la risposta, perché Henny sapeva pochissimi indovinelli. Ma quelle amate piccole tintere venivano fuori soltanto quando papà non c'era.

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Lei gridò: «Via, Samuel, non essere così stupido. Che sciocchezze! Credi che non sappia cavarmela con Hazel? E con me fin da quando ero bambina... Ma parliamo d'altro. Louisa diventa troppo grande e non la posso più picchiare. Non so come devo comportarmi con lei. Oggi quella stupida di sua zia non le ha chiesto di andare da lei per le vacanze, e io mi dannerò l'anima se ce l'avrò per casa tutto il tempo. Voglio starmene un po' in pace con i miei bambini. Lei ha già preso la tua aria di superiorità. E poi c'è dell'altro, ormai ha più di undici anni e sta diventando una donna. E io mi sento male se penso di doverle dire che cosa le succederà e quel che dovrà passare. Perché deve toccare a me? Perché dovrei fare io tutta la tiritera alla figlia di un'altra? Io non le parlo. compito tuo o di una delle sue zie. Non posso essere io a farle da guida tra tutte le porcherie della vita».

Sam arrossì, con un'espressione curiosa ed eccitata: «Ma perché, è già...?».

Henrietta batté il piede con impazienza: «Devi parlarle e dirle come deve comportarsi. Io non posso più picchiare una ragazza così grande. Mi monta il sangue alla testa e per poco non svengo ogni volta che la devo affrontare. E neppure tu dovresti più picchiarla. Non è giusto alla sua età. Non sai quello che fai, tu che ti credi tanto in gamba. Scrivi alla sorella di sua madre e dille che deve occuparsi di lei e anche provvedere a quella faccenda. Io non ho intenzione di farlo».

Sam abbassò la testa: «Henrietta, lo devi fare: sei sua madre».

«Sua madre!» esclamò Henrietta sprezzante. «Se tu non fossi quello che sei, ti saresti accorto di che lurida carogna sono io. Se tu non fossi quello che sei, non l'avresti trascinata in questa storia: ma fai di tutto purché vada bene per te. Io non posso soffrire quella bambina ma mi spiace per lei, perché vale più di te. Portala via. Non posso affrontare questa faccenda. Mio Dio,» si allontanò da lui «se penso che chiunque lei sia, dovrà fare quello che ho fatto io, provare quello che ho provato io, e scoprire tutte le turpi menzogne che si è sentita raccontare...». Lo guardò. «Ecco perché non m'importa quello che ascolta o viene a sapere sul nostro matrimonio. Lascia che sappia da sé che cos'è, così non penserà mai a me come a una che l'ha ingannata. Io la picchio, ma non le racconto frottole»

Sam sospirò: e dopo un breve silenzio, disse: «Va bene, Piccola, naturalmente parlerò a Louie e le dirò di comportarsi bene, di aiutarti per quello che può, di fare il suo dovere a scuola eccetera. Però io non sono la persona adatta, e penso proprio che dovrai essere tu a farle da madre. E l'impegno che hai preso sin dall'inizio e devi assolverlo. Comunque è ancora piccola. Speriamo... lasciamo stare, ancora per un po'!».

Henny strillò con impazienza: «Lasciamo stare! Perché non la mandi in collegio mentre sei via, quella povera disgraziata musona? Cosa vuoi che faccia io con la figlia di un'altra? Non basta che ne abbia una mia? Quando penso al suo avvenire mi viene voglia di affogarmi».

Sam disse, nel suo tono di profonda comprensione: «Perché non ti sforzi di fare un po' da mamma a Louie?».

Henny gli rivolse un'occhiata torva: «Provaci tu!».

Sam si morse le labbra: «Sono stato duro con lei, Piccola, sperando che tu ti saresti raddolcita. Le ho insegnato a non farmi moine, a non baciarmi, a non venirmi in braccio come fanno gli altri perché in principio questo ti irritava tanto... ma spero che lei si aspetti ancora da me rettitudine e giustizia! Credevo che si sarebbe rivolta alla donna per avere simpatia e affetto. naturale. Se fossi stato tenero con lei tu ti saresti rivoltata contro tutti e due». La sua voce tremò.

«A che serve parlare di questo? Come farò io ad avere i soldi per le spese di casa? Sai che abbiamo bisogno di uno scaldabagno nuovo».

Lui cominciò a spiegarle che avrebbe ricevuto il denaro ogni mese, quasi tutto il suo stipendio, e che lui si sarebbe trattenuto il più possibile nelle spese e che avrebbe ricevuto inviti da amici all'estero, il che gli avrebbe consentito di far durare più a lungo il denaro.

Quando sentì di quante persone era composto il gruppo, lei disse in tono canzonatorio: «Suppongo che da buoni scienziati non possiate sopravvivere senza segretarie; suppongo che vi porterete appresso qualcuna di quelle vostre diciottenni di gran classe».

La faccia di lui si fece dura: «Henrietta!».

«E allora, ve le portate?».

«Non rispondo a simili insinuazioni».

[...]

 


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