Copertina
Autore Joseph E. Stiglitz
Titolo La globalizzazione e i suoi oppositori
EdizioneEinaudi, Torino, 2002, Saggi 851 , pag. 276, dim. 158x215x20 mm , Isbn 88-06-16377-9
OriginaleGlobalization and Its Discontents [2002]
TraduttoreDaria Cavallini
LettoreRenato di Stefano, 2003
Classe economia , politica
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Indice

p.IX Prefazione

XVII Ringraziamenti

     La globalizzazione e i suoi oppositori

  3  I.   La promessa delle istituzioni globali

 23  II.  Promesse infrante

 53  III. Libertà di scelta?

 89  IV.  La crisi dell'Est asiatico. Come le
          politiche del Fondo monetario hanno
          portato il mondo sull'orlo di un
          tracollo globale

135  V.   Chi ha perso la Russia?

169  VI.  Leggi commerciali inique e altri guai

183  VII. Strade migliori verso il mercato

199  VIII.L'agenda parallela del Fondo
          monetario internazionale

219  IX.  La strada da percorrere

259  Indice analitico

 

 

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Pagina IX

Prefazione


Nel 1993 ho lasciato il mondo accademico per entrare nel Consiglio dei consulenti economici sotto la presidenza di Bill Clinton. Dopo anni dedicati alla ricerca e all'insegnamento, quello è stato il mio primo tentativo serio di entrare nel mondo della politica e, più precisamente, di fare politica. Nel 1997, sono passato alla Banca mondiale dove ho rivestito i ruoli di chief economist e senior vice president per quasi tre anni, fino al gennaio 2000. Non avrei potuto scegliere un momento più affascinante per entrare in politica. Mi trovavo alla Casa Bianca mentre la Russia passava dal comunismo all'economia di mercato e lavoravo alla Banca mondiale durante la crisi finanziaria che cominciò nell'Est asiatico nel 1997 per poi estendersi al resto del mondo. Ero sempre stato interessato al tema dello sviluppo economico e ciò che ho visto ha modificato radicalmente le mie opinioni, sia sulla globalizzazione sia sullo sviluppo. La ragione per cui ho scritto questo libro è che, mentre mi trovavo alla Banca mondiale, ho preso atto in prima persona degli effetti devastanti che la globalizzazione può avere sui paesi in via di sviluppo e, in particolare, sui poveri che vi abitano. Ritengo che la globalizzazione, ossia l'eliminazione delle barriere al libero commercio e la maggiore integrazione tra le economie nazionali, possa essere una forza positiva e che abbia tutte le potenzialità per arricchire chiunque nel mondo, in particolare i poveri. Ma perché ciò avvenga, è necessario un ripensamento attento del modo in cui essa è stata gestita, degli accordi commerciali internazionali che tanto hanno fatto per eliminare quelle barriere e delle politiche che sono state imposte ai paesi in via di sviluppo durante il processo di globalizzazione. Da docente, quale sono, ho dedicato molto tempo alla ricerca e alla riflessione sui temi socio economici che mi sono trovato ad affrontare durante i miei sette anni a Washington. Penso sia importante valutare i problemi in maniera spassionata, mettendo da parte le ideologie e considerando gli elementi a nostra disposizione prima di decidere come agire. Sfortunatamente, anche se non c'è da stupirsene, nel tempo che ho trascorso in precedenza alla Casa Bianca, inizialmente come membro e come presidente del Consiglio dei consulenti economici - costituito da tre esperti nominati dal presidente degli Stati Uniti per fornire una consulenza economica ai dipartimenti del ramo esecutivo del governo - e in seguito alla Banca mondiale, ho visto spesso prendere decisioni basate sull'ideologia o sulla politica. Di conseguenza, sono stati stabiliti interventi sbagliati che, invece di risolvere il problema, favorivano chi aveva in mano il potere. L'intellettuale francese Pierre Bourdieu ha scritto che i politici dovrebbero dare al loro lavoro un'impostazione di tipo accademico, impegnandosi in un dibattito scientifico basato su prove e fatti concreti. Purtroppo, succede spesso l'esatto contrario quando gli accademici a cui vengono richieste consulenze in materia politica diventano essi stessi politicizzati al punto di forzare la mano alle teorie pur di adattarle alle idee di chi è al potere.

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Pagina XII

Le politiche dell'FMI, basate in parte sul presupposto logoro che i mercati, per loro stessa natura, operano in maniera efficiente, hanno impedito ai governi di intervenire sul mercato con provvedimenti e misure adeguati, capaci di guidare la crescita economica a beneficio di tutti. Il tema in discussione, in molti dei casi descritti in questo libro, erano le idee e le concezioni a proposito del ruolo del governo che derivano da quelle idee.

Sebbene abbiano avuto un ruolo importante nel delineare gli orientamenti economici in tema di sviluppo e di gestione sia delle crisi sia delle fasi di transizione, queste idee sono fondamentali nel mio pensiero anche per quanto riguarda la riforma delle istituzioni internazionali preposte a guidare lo sviluppo economico, gestire le crisi e facilitare la transizione economica. La mia ricerca sull'informazione mi ha reso particolarmente sensibile alle conseguenze che derivano dalla mancanza di informazione. Durante la crisi finanziaria del 1997-98 che ha colpito il mondo intero, mi ha fatto piacere vedere quanta importanza sia stata attribuita al tema della trasparenza, ma mi ha rattristato l'ipocrisia di istituzioni quali l'FMI e il Tesoro degli Stati Uniti, che mentre da una parte auspicavano la trasparenza nell'Est asiatico, dall'altra erano gli organismi pubblici meno trasparenti in cui mi fossi mai imbattuto.

[...]

Tuttavia, quando ho cominciato a occuparmi di questioni internazionali, ho scoperto che la buona economia e la buona politica non erano tenute in grande considerazione, soprattutto all'FMI. Le decisioni venivano prese sulla base di una curiosa miscela di ideologia e cattiva economia, un assioma che spesso celava solo velatamente interessi particolari. Quando sopraggiungevano le crisi, l'FMI prescriveva soluzioni «standard» sorpassate e inadeguate, senza considerare gli effetti che queste politiche avrebbero avuto sui paesi che dovevano adottarle. Raramente ho sentito fare previsioni delle conseguenze che queste politiche avrebbero avuto sulla povertà. Di rado ho assistito a discussioni o analisi attente delle conseguenze di eventuali politiche alternative. La ricetta era una, e unica. Non si cercavano né si chiedevano altre opinioni. Per il dibattito aperto e schietto non c'era spazio e veniva scoraggiato. Alla base delle indicazioni politiche c'era l'ideologia e i paesi dovevano seguire le direttive dell'FMI senza discutere.

[...]

Senza dubbio, qualche sofferenza era necessaria, ma, a mio modo di vedere, le tribolazioni patite dai paesi del Terzo mondo nel processo di globalizzazione e sviluppo, cosi com'è stato concertato dall'FMI e dalle ganizzazioni economiche internazionali, sono state di gran lunga piu gravi del necessario. La reazione violenta contro la globalizzazione ha tratto la propria forza non soltanto dal danno visibile arrecato ai paesi in via di sviluppo dalle politiche guidate dall'ideologia, ma anche dalle iniquità del sistema del commercio internazionale. Oggi, a parte chi ha interesse a tenere i beni prodotti dai paesi poveri al di fuori dei circuiti commerciali, sono in pochi a difendere l'ipocrisia di chi finge di aiutare i paesi in via di sviluppo obbligandoli ad aprire i loro mercati alle merci dei paesi industrializzati, mentre questi ultimi tengono i loro ben protetti attuando politiche che rendono i ricchi sempre piu ricchi e i poveri sempre piu poveri e arrabbiati.

I barbari attacchi dell'11 settembre ci hanno aperto improvvisamente gli occhi sul fatto che viviamo tutti sullo stesso pianeta. Siamo una comunità globale, e come tutte le comunità dobbiamo seguire alcune regole che ci permettano di convivere. Queste regole devono essere - ed essere considerate - eque e giuste, devono pensare tanto ai poveri quanto ai potenti ed essere animate dai principi fondamentali della decenza della giustizia sociale. Nel mondo di oggi, si deve arrivare a regole simili attraverso processi democratici. Le regole in base alle quali lavorano gli organismi e le autorità di governo devono andare incontro ai desideri e rispondere alle esigenze di tutti i soggetti coinvolti in politiche e decisioni che arrivano da lontano.

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Pagina 3

Capitolo primo

La promessa delle istituzioni globali


I burocrati internazionali - simboli senza volto dell'ordine economico mondiale - sono sotto accusa ovunque. Riunioni tra oscuri tecnocrati per discutere argomenti di ordinaria amministrazione quali prestiti agevolati o contingenti commerciali, che prima passavano del tutto inosservate, sono oggi teatro di violenti scontri di piazza e imponenti dimostrazioni. La contestazione di Seattle contro il vertice dell'Organizzazione mondiale del commercio (OMC/WTO) del 1999 ha provocato uno sconvolgimento profondo. Da allora, il movimento è cresciuto e la rabbia si è diffusa. Praticamente ogni riunione al vertice dell'FMI, della Banca mondiale e del WTO è accompagnata da scontri e disordini, e Carlo Giuliani, il dimostrante morto a Genova nel 2001, potrebbe essere il primo di una lunga serie di vittime della guerra contro la globalizzazione.

I tumulti e le contestazioni contro la politica e gli interventi delle istituzioni della globalizzazione non sono una novità. Per decenni, le popolazioni in via di sviluppo sono insorte quando i programmi di austerità imposti ai loro paesi si dimostravano troppo rigidi, ma in Occidente le loro proteste sono rimaste perlopiù inascoltate. La novità è rappresentata dall'ondata di contestazione nei paesi sviluppati.

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Pagina 13

Mezzo secolo dopo la sua fondazione, è chiaro che l'FMI ha fallito nella propria missione. Non ha fatto ciò che doveva fare, cioè fornire ai paesi afflitti da una contrazione economica fondi per consentirne la ripresa e aiutarli nel tentativo di avvicinarsi alla piena occupazione. Nonostante una conoscenza molto più approfondita dei processi economici rispetto a cinquant'anni fa, e malgrado gli sforzi compiuti dall'FMI negli ultimi venticinque anni, le crisi nel mondo sono sempre più frequenti e più gravi (fatta eccezione per la Grande depressione). Secondo alcune stime, sono quasi cento i paesi che si sono trovati ad affrontare delle crisi. Il fatto grave è che molte delle politiche sostenute dall'FMI, in particolare la liberalizzazione prematura dei mercati finanziari, hanno contribuito all'instabilità globale; nei paesi in crisi, i fondi e i programmi dell'FMI non solo si sono rivelati inadeguati a stabilizzare la situazione, in molti casi l'hanno addirittura peggiorata, specialmente per i poveri. L'FMI non solo ha fallito nella propria missione originaria di promuovere la stabilità globale, ma non è riuscito neppure nelle missioni che ha intrapreso in seguito, come guidare la transizione di alcuni paesi dal comunismo all'economia di mercato.

[...]

Le idee e le intenzioni che hanno animato la creazione delle istituzioni economiche internazionali erano buone, ma hanno subito un'evoluzione graduale nel tempo fino a trasformarsi completamente. L'orientamento keynesiano dell'FMI, che sottolineava i fallimenti del mercato e

[...]

 


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