Copertina
Autore Joseph E. Stiglitz
Titolo I ruggenti anni Novanta
SottotitoloLo scandolo della finanza e il futuro dell'economia
EdizioneEinaudi, Torino, 2004, Gli struzzi 588 , pag. 336, cop.fle., dim. 135x208x22 mm , Isbn 88-06-17063-5
OriginaleThe Roaring Nineties [2003]
TraduttoreDaria Cavallini
LettoreRenato di Stefano, 2004
Classe economia , storia contemporanea
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Indice

  IX Premessa alle edizioni straniere
  XV Prefazione
XXIX Ringraziamenti
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    I ruggenti anni Novanta

  3 I.   Boom e declino: i semi della distruzione

  9 I semi della distruzione
 11 Il perché di questi insuccessi
 18 I fallimenti americani all'estero
 22 La politica del fallimento
 24 Insegnamenti

 28 II.  Miracoli o errori fortunati?

 30 L'economia in primo piano
 32 L'eredità di Clinton:
    gioca con le carte che hai in mano
 35 Un po' di storia
 39 La battaglia per ridurre il deficit
 44 La riduzione del deficit a posteriori

 54 III. Il ruolo della Fed nel gonfiare la bolla

 56 Parole contro realtà
 58 Esuberanza irrazionale ed efficienza del mercato
 61 Greenspan si difende
 63 Reminiscenze
 67 Ripresa e atterraggio morbido
 74 Insegnamenti

 83 IV.  Deregulation senza freni

 87 Come la deregulation delle telecomunicazioni
    ha contribuito alla grande bolla speculativa
 95 Uno sguardo d'insieme sulla deregulation
100 Assistenza di stato e ipocrisia degli imprenditori
105 Insegnamenti

109 V.   Contabilità creativa

114 Diritti di opzione e shareholder value
119 Incentivi, sí, ma quali?
120 Corso base di truffe contabili
125 La Securities and Exchange Commission
129 Esperienze in altri paesi
131 Insegnamenti

135 VI.  Il ruolo delle banche

140 Come approfittare del boom del mercato
142 Gli analisti
148 Il principio della fair disclosure
149 Le Ipo
151 Traffici loschi
152 La legge Glass-Steagall
155 Fusioni
158 Un caso da manuale: WorldCom
161 Esperienze in altri paesi
162 Insegnamenti

168 VII. I tagli fiscali, ovvero
         come alimentare la frenesia


177 VIII.Il rischio come stile di vita

178 Che ne è stato della new economy?
    La nuova arma a doppio taglio
184 Aiutare a gestire il «rischio pensione»
188 La riforma della previdenza sociale
193 Gestire il rischio
195 Insegnamenti

198 IX.  Prime avvisaglie di globalizzazione

201 Iniquità dei trattati commerciali
209 Promuovere la stabilità globale
222 Trionfo e sconfitta del Washington Consensus
224 Ciò che è stato e ciò che sarebbe potuto essere

235 X.   Il caso Enron

236 Il crac
241 La deregolamentazione dell'elettricità
249 Iniziative imprenditoriali all'estero
252 La Enron e il capitalismo dei compari
    American style

261 XI.  Miti da sfatare

262 Il mito della riduzione del deficit
262 Il mito della guerra
263 Il mito dell'eroe
264 Il mito della mano invisibile
266 Il mito della finanza
267 Un altro mito: troppo Stato fa male
268 Il mito del capitalismo globale
269 Il mito del capitalismo trionfante targato Usa
270 Strategie di lungo periodo

273 XII. Verso un nuovo idealismo democratico:
         visioni e valori

274 Contro che cosa ci battevamo
278 Le nuove sfide dei democratici
281 I programmi per l'efficienza e la crescita
285 I valori dell'idealismo democratico
285 La giustizia sociale
289 Politica e potere
293 L'individuo e la società
299 La formazione
301 La globalizzazione
304 Conclusione

309      Epilogo

312 Cattiva gestione dell'economia
319 Cattiva gestione degli scandali societari
320 Cattiva gestione della globalizzazione
325 Una lezione per l'Europa
330 La ricetta americana
 

 

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Pagina IX

Premessa alle edizioni straniere


Quando sono venuti a galla i problemi dell'economia americana descritti qui, molti all'estero hanno pensato che fosse stata fatta giustizia: non si erano mai fidati del capitalismo American style. Pur invidiando - forse - i lauti compensi dei loro omologhi americani, numerosi amministratori delegati di grandi aziende in Europa e in Asia li giudicavano a dir poco disdicevoli. Non sembrava che i chief executive officers (Ceo) americani fossero poi tanto meglio dei loro compatrioti, eppure l'America andava a gonfie vele. Forse, alla base di tale successo c'erano proprio i Ceo e questo poteva fornire una sorta di giustificazione ai loro stipendi. Ma le buste paga continuavano ad aumentare, e con esse i dubbi, mentre l'economia americana scivolava verso la recessione e i prezzi delle azioni crollavano. Serviva quindi un'altra motivazione: ora bisognava premiarli non per produrre crescita, ma per prevenire il declino. L'interesse suscitato dai fallimenti delle aziende statunitensi si giustifica non solo con la diffusa sensazione di avere sempre saputo che qualcosa non andava, ma anche con il desiderio di trarre insegnamento dall'esperienza americana.

Al tempo stesso, negli Stati Uniti, i difensori del capitalismo americano cercavano di minimizzare la gravità della situazione. Secondo loro, tutto dipendeva dalla stampa che insisteva troppo sulle vicende di bancarotta di certe aziende e da qualche investitore sprovveduto che, avendo perso il proprio denaro, era alla ricerca di qualcuno a cui dare la colpa. Il pericolo, ripetutamente sottolineato dagli amministratori delegati delle grandi aziende, era che una reazione sproporzionata potesse condurre a un eccesso di regolamentazione.

Nell'ultimo anno, tuttavia, è stato necessario rivedere entrambe le posizioni. Gli scandali e la corruzione permeavano il sistema americano del libero mercato molto piú di quanto non fosse apparso fino ad allora. E sebbene gli episodi verificatisi in altre parti del mondo siano forse di minore gravità, ogni paese ha avuto la sua Enron: Parmalat in Italia, Vivendi in Francia, Ahold nei Paesi Bassi. La natura dei peccati, però, era diversa. Nel caso di Parmalat, sembra si sia trattato di una vera e propria frode, di quelle all'antica, ma non è ancora chiaro se le grandi banche internazionali siano state incapaci di intuirlo oppure abbiano aiutato l'azienda di Collecchio a mettere in atto la truffa. Tutti questi scandali sono legati da un filo rosso: le nuove tecniche di contabilità e finanza creativa sopravanzano ormai per finezza qualsiasi possibile sistema di controllo.

[...]

In breve, i problemi di cui parlo in questo libro non sono stati risolti. Semmai, sembrano piú diffusi e piú radicati di quanto non avessi pensato in un primo tempo. Se certi paesi si sono risparmiati gli scandali aziendali, contabili e finanziari, i piú hanno comunque subito le conseguenze del ciclo economico associate alla deregulation e al totale svincolamento dei mercati da qualsiasi norma. Le situazioni piú gravi sono quelle registrate in America Latina e nell'Est asiatico, dove la deregulation e le privatizzazioni hanno alimentato un'euforia irrazionale, che ha portato a forti aumenti di capitale, specie a breve termine, per trasformarsi poi improvvisamente in un altrettanto irrazionale pessimismo.

Ho scritto questo libro in parte per stimolare gli americani a non ripetere gli errori del passato, ma anche per aiutare i non americani a capire che cosa è andato storto da noi e a evitare che le stesse cose possano succedere altrove. Nel corso degli anni Novanta, con l'economia statunitense in pieno trionfo, alcuni paesi hanno provato la tentazione di venirci dietro. Come spiego nel capitolo IX, l'America si è spinta addirittura oltre: ha cercato di blandire, convincere e persuadere gli altri paesi a seguire il suo esempio, o meglio, una visione tutta particolare del capitalismo americano che differiva in alcuni aspetti essenziali da quanto effettivamente succedeva negli Stati Uniti. Per esempio, il Tesoro diceva che gli altri paesi avrebbero dovuto adeguarsi a noi in materia di contabilità e governo dell'impresa, ma non eravamo certo il modello giusto a cui ispirarsi. Proprio il nostro ministero, infatti, aveva assunto posizioni che mettevano in pericolo i principì base della corporate governance e della contabilità.

Il vento ha cominciato a spirare in un'altra direzione. Gli anni Novanta segnano l'apice della finanza e del fondamentalismo del mercato. Chi, allora, ha sposato queste idee oggi è restio ad abbandonarle. Il problema - dicono - è che le riforme non sono state realizzate con sufficiente convinzione. Il problema, invece, è come sono state realizzate. Ma, per fortuna, stiamo cominciando a rinsavire. Il problema non riguarda soltanto l'attuazione delle idee, ma le idee stesse. Se questo libro ha un messaggio da trasmettere, il messaggio è semplicemente questo: occorre trovare un equilibro tra il ruolo dello Stato e quello del mercato. Un paese soffre se ha troppe regole, ma anche se ne ha troppo poche, se lo Stato investe troppo, ma anche se investe troppo poco. Lo Stato può contribuire a stabilizzare l'economia, ma politiche sbagliate possono peggiorare le fluttuazioni. Le politiche di liberalizzazione dei mercati finanziari dettate dal Fondo monetario internazionale - e che il Tesoro degli Stati Uniti continua a imporre - hanno aggravato l'instabilità dei paesi in via di sviluppo. Alla fine, l'ha dovuto riconoscere persino l'Fmi.

Questa nuova consapevolezza suggerisce che i paesi devono sentirsi piú liberi di scegliere le politiche economiche da seguire. Non c'è un solo modo per fare le cose. Il sistema perfetto non esiste. La storia raccontata qui evidenzia alcune pecche della versione americana del capitalismo, ma ho potuto dire ben poco su alcuni dei problemi piú radicati: le enormi disuguaglianze, le moltitudini di persone che vivono in carcere, l'ansia e l'insicurezza dei piú, inclusi i milioni di cittadini senza assicurazione sanitaria, l'apparente disinteresse per il deterioramento dell'ambiente. Altri paesi potrebbero optare per un sistema economico e sociale piú sensibile a queste e altre dimensioni del vivere civile scegliendo un modello di economia di mercato diverso da quello in auge al momento negli Stati Uniti. In questo modo, potrebbero creare una società piú giusta, con maggiori tutele e servizi piú adeguati in ambito sanitario e scolastico, specie per le fasce di popolazione piú svantaggiate.

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Pagina XVII

Abbiamo assistito a una battaglia ideologica tra coloro che auspicano un ruolo minimalista dello Stato e chi invece ritiene che il governo debba svolgere un ruolo importante ma limitato, non solo nella correzione dei guasti e dei limiti del mercato, ma anche teso al raggiungimento di una maggiore giustizia sociale. Io sono tra questi ultimi, e lo scopo che mi prefiggo con questo libro è spiegare perché, pur essendo al centro del successo della nostra economia, i mercati non funzionano bene da soli (lo Stato è un partner importante) e, soprattutto, non riescono a risolvere da soli tutti i problemi.

Questo libro, quindi, non si limita a ripercorrere la storia economica degli anni Novanta. Non è tanto una storia del passato, quanto del futuro: spiega a che punto sono gli Stati Uniti e gli altri paesi industrializzati e in quale direzione devono muoversi. Molte istituzioni fondamentali della nostra società hanno perso credibilità, in certi casi in maniera irrimediabile: la Chiesa, gli amministratori delegati delle grandi società, la Corte suprema, i professionisti della contabilità, le banche. In questo libro, mi occupo soltanto delle istituzioni economiche, ma non posso fare a meno di pensare che quanto accade al loro interno si riflette e influisce su ciò che avviene altrove.

Sia la sinistra sia la destra hanno perso la bussola. I presupposti intellettuali dell'economia del laissez-faire, cioè l'idea che i mercati - da soli - possano funzionare in maniera equa ed efficiente sono venuti meno. Dopo la crisi mondiale post 11 settembre, abbiamo capito la necessità di un'azione congiunta. Gli scandali societari che hanno scosso l'America e, in misura minore, l'Europa hanno fatto capire anche ai conservatori che lo Stato ha un compito importante da svolgere. Lo sgretolamento dell'Unione Sovietica e la fine, con essa, della guerra fredda hanno invece demolito le fondamenta economiche della sinistra: l'appoggio al socialismo, almeno quello di vecchio stampo, è venuto meno persino nei paesi in cui aveva goduto di grande forza in passato.

La sfida, oggi, è trovare il giusto equilibrio tra Stato e mercato, tra azione collettiva e locale, tra livello nazionale e globale, oltre che tra azione pubblica e privata. A mano a mano che cambiano le circostanze economiche, questo equilibrio deve essere ridisegnato. Lo Stato deve intraprendere nuove attività e abbandonare quelle vecchie. Siamo entrati in un'era di globalizzazione in cui i paesi e i popoli del mondo sono molto piú integrati di prima. Ma la globalizzazione di per sé comporta un mutamento di questo equilibrio: abbiamo bisogno di una maggiore azione collettiva a livello internazionale e non possiamo ignorare i problemi di democrazia e giustizia sociale che si presentano nell'arena globale.

I profondi cambiamenti che hanno caratterizzato le nostre economie e le nostre società negli ultimi quindici anni hanno messo in crisi l'equilibrio tra Stato e mercato, e non siamo riusciti a dare una risposta adeguata. I problemi divenuti di attualità negli ultimi anni sono, in parte, un riflesso di questa perdita di equilibrio. Questo libro cerca di proporre un sistema di riferimento che ci aiuti a ritrovare l'equilibrio perduto.

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Pagina 11

Il perché di questi insuccessi.

Analizzando oggi gli anni Novanta dal punto di vista privilegiato che è quello del nostro tempo, mi chiedo: dove abbiamo sbagliato? Penso che le ragioni principali siano due.


Quale ruolo per lo Stato?

Per dodici anni, durante le amministrazioni Reagan e Bush padre, la politica economica nazionale era stata plasmata dagli ideologi del libero mercato, che idealizzavano il settore privato demonizzando regole e programmi di governo.

[...]

 


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