Copertina
Autore Patrick Süskind
Titolo Storia del signor Sommer
SottotitoloCon le illustrazioni di Sempé
EdizioneTea, Milano, 2001 [1992], Tea due 217 , pag. 134, dim. 128x197x7 mm , Isbn 88-7819-583-9
OriginaleDie Geschichte von Herrn Sommer
EdizioneDiogenes Verlag, Zürich, 1991
TraduttoreGiovanna Agabio
LettoreRenato di Stefano, 2001
Classe narrativa tedesca , ragazzi
PrimaPagina


per l'acquisto

 

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 7 [ inizio libro ]

Al tempo in cui mi arrampicavo ancora sugli alberi - tanti, tanti anni fa, anni e decenni fa - ero alto poco più di un metro, portavo il ventotto di scarpe ed ero talmente leggero da poter volare. No, non è una bugia, allora potevo davvero volare... almeno quasi, o per meglio dire: allora in effetti avrei potuto volare, se solo l'avessi voluto con determinazione e avessi tentato sul serio. Infatti... infatti ricordo con esattezza che una volta ero stato sul punto di volare, e per la precisione in autunno, durante il mio primo anno scolastico: tornavo a casa dalla scuola e c'era un vento così forte che io, senza allargare le braccia, riuscivo ad appoggiarmici contro chinato in avanti come un saltatore sugli sci, anzi ancora più chinato in avanti, senza cadere a terra... e quando poi correvo contro vento per i prati giù verso la collina della scuola - perché la scuola era in cima a una collina fuori del villaggio - e staccavo appena i calcagni da terra allargando le braccia, il vento mi sollevava e riuscivo senza sforzo a fare salti di due-tre metri d'altezza e di dieci o dodici metri di lunghezza... forse non proprio così lunghi e non proprio così alti, ma che importanza ha! Comunque volavo quasi, e se solo avessi sbottonato il cappotto e allargato con le mani le due falde a guisa di ali, il vento mi avrebbe portato con sé e mi sarei librato in aria con la massima facilità, veleggiando dalla collina alla scuola sopra la conca valliva verso il bosco, e dal bosco giù fino al lago dove si trovava la nostra casa. E ancora, con immenso stupore di mio padre, di mia madre, di mia sorella e di mio fratello, che erano tutti già troppo vecchi e troppo pesanti per volare, avrei descritto un'elegante curva all'altezza del giardino e, dopo aver fluttuato sopra il lago quasi fino alla riva opposta, mi sarei fatto riportare tranquillamente a casa, ancora in tempo per l'ora di pranzo.

Ma non ho mai sbottonato il cappotto e non ho mai volato davvero. Non perché avessi paura di volare, ma perché non sapevo come e dove riatterrare e se comunque ci sarei riuscito. La terrazza davanti alla nostra casa era troppo dura, il giardino troppo piccolo, l'acqua del lago troppo fredda per un atterraggio. Alzarsi in volo non era un problema. Ma come ridiscendere?

Arrampicarmi sugli alberi presentava un problema analogo: la salita, in pratica, non creava difficoltà. Si potevano vedere i rami e li si poteva toccare saggiandone la robustezza, prima di issarvici sopra appoggiandovi il piede. Ma durante la discesa non si vedeva niente e bisognava tastare con il piede più o meno alla cieca tra i rami più in basso prima di trovare un appoggio sicuro; spesso poi l'appoggio non era sicuro, ma marcio e scivoloso, e si sdrucciolava oppure il ramo si spezzava, e in tal caso se non si era ben aggrappati a un ramo con entrambe le mani si cadeva a terra come un sasso, secondo le cosiddette leggi sulla caduta dei gravi scoperte dallo scienziato italiano Galileo Galdei quasi quattrocento anni fa e valide ancor oggi.

La mia caduta più rovinosa avvenne in quel primo anno di scuola, da un abete bianco a quattro metri e mezzo d'altezza, e seguì con precisione la prima legge sulla caduta dei gravi di Galileo, secondo la quale lo spazio percorso è uguale al semiprodotto dell'accelerazíone di gravità per il tempo al quadrato (s = 1/2 g t^2), e di conseguenza durò esattamente 0,9578262 secondi. È un tempo estremamente breve. Più breve del tempo che occorre per contare da ventuno a ventidue, anzi persino più breve del tempo che occorre per pronunciare come si deve il numero «ventuno»! La cosa avvenne con velocità fulminea, tanto che non riuscii né ad allargare le braccia né a sbottonarmi il cappotto per usarlo come paracadute, anzi non mi soccorse neppure il pensiero risolutore che in realtà potevo evitare la caduta, dato che avrei potuto volare... In quei 0,9578262 secondi, non riuscii più a pensare a niente, e comunque prima di rendermi conto che stavo cadendo, conformemente alla seconda legge di Galileo sulla caduta dei gravi (v = g t), piombai sul terreno del bosco a una velocità finale di oltre trentatré chilometri orari, e con tale violenza che la mia nuca spaccò un ramo grosso quanto un braccio. La forza che produsse questo fenomeno si chiama forza di gravità. Non solo tiene insieme il mondo nel suo nucleo, ma ha anche la spiacevole caratteristica di attrarre a sé con violenza qualsiasi cosa, dalla più grande alla più piccola, e sembra che l'unica condizione per essere liberi dalla sua influenza sia quella di giacere nel ventre materno o di nuotare sott'acqua come palombari. Assieme a questa cognizione elementare, dalla caduta riportai anche un bernoccolo. Il bernoccolo sparì già dopo qualche settimana, tuttavia con gli anni, nel punto in cui un tempo c'era stato il bernoccolo, cominciai a sentire uno strano prurito nonché un battito ogni volta che cambiava il tempo, soprattutto quando c'era aria di neve.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 84

«Quessssto l'avevo immaginato!» sentii sibilare alle mie spalle, e un velo di saliva nebulizzata schizzò sulla mia nuca. «Quessssto l'avevo immaginato! Quessssto fanno i signorini, arrivano in ritardo, mangiano gelati e trovano delle scuse! Ma i compiti a casa, quessssto non lo fanno! Te lo insegnerò io, ragazzaccio!» E con ciò balzò in avanti da dietro le mie spalle, si piantò accanto a me sulla panca, afferrò la mia destra con entrambe le mani e batté ogni singolo dito uno dopo l'altro sui tasti secondo la composizione del signor Hássler: «Questo lì! E questo lì! E il pollice qui! E il medio qui! E questo qui! E quest'altro qui!»

E quando ebbe finito con la destra fu la volta della sinistra, con lo stesso sistema: «Questo lì! E questo lì! E quest'ahro lì ... !»

Mi schiacciava le dita sui tasti con rabbioso accanimento, come se volesse impastarmi l'esercizio nelle mani nota per nota. Il tutto era piuttosto doloroso, e durò una mezz'ora circa. Poi finalmente mi lasciò andare, richiuse lo spartito e sbuffò: «Per la prossima volta devi saperlo, ragazzaccio, e non solo leggendo le note, ma a memoria, e allegro, altrimenti ti farò vedere io!» E poi aprì un grosso spartito per musica a quattro mani e lo sbatté sul leggio. «Adesso suoneremo ancora Diabelli per dieci minuti, in modo che tu impari finalmente a leggere le note. Guai a te se fai uno sbaglio!»

Annui umilmente e mi asciugai le lacrime sul viso con la manica. Diabelli era un compositore piacevole. Non era un aguzzino di fughe come l'atroce Hässler. Diabelli era facile da suonare, rasentava quasi la faciloneria, e tuttavia era sempre formidabile. Io amavo Diabelli, anche se mia sorella soleva dire: «Chi è proprio negato per il pianoforte può sempre suonare Diabelli».

Così suonammo Diabelli a quattro mani, la signorina Funkel muggendo a sinistra nel registro basso, e io con entrambe le mani all'unisono a destra in discanto. Per un certo tempo il tutto funzionò a meraviglia, mi sentivo sempre più sicuro e ringraziavo il buon Dio per aver creato il musicista Diabelli, e alla fine nel mio sollievo dimenticai che la sonatina era in sol maggiore e che quindi all'inizio era indicato in chiave il fa diesis, il che significava che non si poteva continuare a usare comodamente i tasti bianchi, ma che in determinati punti, senza ulteriori indicazioni nel testo musicale, bisognava toccare un tasto nero, giustappunto quel fa diesis che si trovava immediatamente sotto il sol. E quando il fa diesis apparve per la prima volta nella mia parte non lo riconobbi subito, mi spostai prontamente poco più in là e suonai un fa, cosa che, come ogni amante della musica capirà subito, produsse una sgradevole stonatura.

«Tipico!» sbuffò la signorina Funkel smettendo di suonare. «Tipico! Alla prima difficoltà il signorino sceglie subito la strada sbagliata. Non hai gli occhi per vedere? Fa diesis! È indicato qui, grosso e chiaro! Tienilo a mente! Un'altra volta, da capo! Uno-due-tre-quattro...»

Ancora oggi non riesco a spiegarmi del tutto come mai ripetei lo stesso errore. Probabilmente ero così teso nel cercare di non farlo che in ogni nota sospettavo un fa diesis, fin dall'inizio avrei voluto suonare solo fa diesis, dovevo veramente sforzarmi per non suonare fa diesis, non ancora fa diesis, non ancora... finché... sì, finché, arrivato al punto ben noto, suonai ancora il fa anziché il fa diesis.

Di colpo la signorina Funkel divenne paonazza in viso e strillò: «Ma non è possibile! Fa diesis, ho detto, accidenti! Fa diesis! Non sai che cos'è un fa diesis, zuccone? Senti!» - peng, peng - e con la punta del dito indice, che dopo decenni di lezioni di pianoforte era diventata larga come una moneta da dieci pfenning, batté il tasto nero sotto il sol: «... Questo è un fa diesís!...» - peng, peng - «... Questo è...» E a questo punto dovette starnutire. Starnutì, si pulì rapidamente i baffi col succitato dito indice e batté il tasto ancora due o tre volte strillando: «Questo è un fa diesis, questo è un fa diesis...!» Quindi si tolse il fazzoletto dal polsino e si soffiò il naso.

Ma io fissavo il fa diesis ed ero impallidito. Sull'estremità anteriore del tasto era appiccicato un grumo di muco fresco e vischioso della lunghezza di un'unghia e dello spessore quasi di una matita, vagamente vermiforme e di colore giallo-verdastro, che evidentemente proveniva dal naso della signorina, da dove per via dello starnuto era finito sui baffi, dai baffi, quando se li era puliti, era passato sull'indice, e dall'indice era approdato sul fa diesis.

«Ancora una volta, da capo!» sentii ringhiare. «Uno-due-tre-quattro...» e ricominciammo a suonare.

I trenta secondi seguenti si possono annoverare tra i più spaventosi della mia vita. Sentii che il sangue mi defluiva dalle guance e il sudore della paura mi saliva alla nuca. Mi si rizzarono i capelli in testa, le mie orecchie passarono dal caldo al freddo e infine si chiusero, come se fossero tappate. Non riuscivo neppure più a sentire la piacevole melodia di Anton Diabelli, che peraltro suonavo meccanicamente senza guardare le note; dopo la seconda ripetizione era come se le mie dita suonassero per conto proprio... Fissavo soltanto con gli occhi spalancati il sottile tasto nero sotto il sol, su cui era appiccicato

[...]

 


Scheda con 12285 bytes di citazioni.
Pubblicazione completa della scheda in attesa di autorizzazione dell'editore.

| << |  <  |