Copertina
Autore Paolo Sylos Labini
Titolo Un paese a civiltà limitata
SottotitoloIntervista su etica, politica ed economia
EdizioneLaterza, Roma-Bari, 2001, Saggi Tascabili 254 , pag. 170, dim. 110x180x14 mm , Isbn 88-420-6472-6
CuratoreRoberto Petrini
LettoreRenato di Stefano, 2001
Classe economia , politica
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Indice


   Avvertenza                               VII

   1. Quel bastimento per Harvard             3

   2. L'altra Italia del «Mondo»             21

   3. La mia economia                        41

   4. L'orgoglio degli economisti            67

   5. Quando tentammo di progranmare         83

   6. Gli anni Settanta: contro la deriva
      ideologica                            101

   7. Diario di una crisi                   117

   8. L'anomalia italiana                   133

   9. Il fenomeno Berlusconi                145

 

 

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Pagina 30

D. Torniamo alla cultura italiana: se Croce, Marx e Machiavelli hanno influenzato negativamente il nostro paese, quale linea di pensiero avrebbe dovuto prevalere?

R. Avrei preferito personaggi come Cattaneo, come Mazzini, come Salvemini. Una linea di pensiero positivistica che ha una caratteristica importante: la capacità di ammettere che l'uomo sbaglia. Salvemini ha ammesso più di una volta di essersi sbagliato, Marx non l'ha mai fatto.

D. Se avesse prevalso quel tipo di cultura improntata al positivismo e all'empirismo saremmo stati diversi?

R. Difficile fare congetture. Tuttavia si può pensare che, in quel caso, la cultura italiana sarebbe stata più vicina a quella anglosassone, più concreta, più chiara, senza retorica. Se non ammetti di sbagliare, come è abituale invece nella cultura anglosassone, sei costretto a imbrogliare, a mentire, a giocare d'astuzia, per difendere la tua posizione.

D. per questo che siamo sempre un paese di furbi?

R. Una delle ragioni è questa.

D. Questo modo di pensare idealistico ha influenzato anche il metodo scientifico?

R. Vede, in Inghilterra i filosofi si fanno capire: lo fa Smith, che prima di essere economista è filosofo, lo fanno Hobbes e Locke, si può essere in accordo o in disaccordo ma sono chiari. In Italia seguono quell'esempio pensatori come Mazzini, che non per niente in Inghilterra era preso sul serio. Oppure Carlo Rosselli, con la sua idea semplice e chiara di socialismo liberale. Oppure un economista come Maffeo Pantaleoni, che era assai concreto e che vedeva l'economia in termini di processo e di interazioni di variabili. Oppure, ancora, un pensatore come Carlo Cattaneo, il quale ha una concezione civile dell'economia che si fonda sulle idee, sul pensiero e si sviluppa nelle città e nei borghi, dove le lotte comuni hanno portato i cittadini a non sentire ostile l'autorità pubblica e a sentirsi partecipi della res publica.

Hegel, invece, sconfina nella metafisica, nel fideismo. Per quel tipo di filosofia c'è bisogno dell'esegesi, degli interpreti. Spesso emergono aspetti che catturano l'immaginazione, ma al tempo stesso favoriscono formule complesse che aprono la porta alla metafisica. E la metafisica non va bene perché fa leva sull'irrazionale, sull'intuitivo, su tutto ciò che non è ragione. Invece dobbiamo sapere che la ragione è limitata, ma su questa dobbiamo contare se non vogliamo buttarci verso i miti o i dogmi. La ragione dobbiamo usarla e svilupparla, non sterilizzarla o soffocarla come un pericolo.

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Pagina 33

D. Con Marx fu odio a prima vista?

R. No, per diversi anni subii il suo fascino - l'ho messo più volte in evidenza. Mi resi conto però che qualcosa dal punto di vista logico non andava. L'occasione per studiarlo fu un seminario a tema a metà degli anni Cinquanta, quando mi fu affidato il compito di parlare dello sviluppo economico e io pensai di fare un confronto tra Schumpeter, che avevo frequentato, e Marx. Del resto è lo sviluppo economico il terreno analitico su cui Marx ha dato i principali contributi scientifici.

D. Scusi, ma questo atteggiamento avrebbe dovuto indurla a diventare marxista.

R. Questo non accadde, perché avevo fin da principio forti riserve su altre parti della sua dottrina e, in particolare, sul suo progetto rivoluzionario. Come le ho già raccontato, un intellettuale comunista negli anni Cinquanta mi disse che ero da considerare un «economista borghese». Insomma: più di tanto non potevo fare.

D. L'opera di Karl Marx e i riflessi che il suo pensiero ha avuto sulla storía sono assai estesi: le chiedo lo sforzo di schematizzare quanto espresse compiutamente nel 1993 in un saggio sul «Ponte» che fece scandalo. Magari cominciando col Marx privato al quale lei non ha risparmiato battute.

R. Questo è noto, era un fariseo. Basta confrontare le sue critiche sdegnate sull'immoralità del matrimonio borghese con la sua condotta nella vita: divenne l'amante della domestica e fece riconoscere il figlio da Engels.

D. Va bene, il privato del filosofo di Treviri è indifendibíle, ma si può negare la sua voglia di cambiare il mondo?

R. Lo sdegno di Marx contro le nefandezze del capitalismo era strumentale giacché non esitava a invitare a buttare alle ortiche i «noiosi scrupoli morali» per combatterlo. Era lecita anche la violenza, anche quella terroristica. Si è detto che il fine era nobile, ma nei paesi in cui la dottrina di Marx si è affermata il progetto è tragicamente fallito sia sotto l'aspetto economico sia sotto quello morale.

D. Il Marx economista e sociologo, tuttavia, ha una reputazione più forte. Non è così?

R. Quanto al metodo, che è logico-storico, la buona reputazione è fondata; quanto alle previsioni, che nel suo progetto rivoluzionario hanno un ruolo essenziale, no. Sono due, in particolare, le previsioni di Marx smentire dalla realtà.

La prima: il proletariato sarebbe stato destinato a una miseria crescente. La storia ha smentito questa tesi, ma il motivo per cui Marx l'avanzava è ideologico: la tesi del miglioramento, che ai suoi tempi cominciava a profilarsi, nonostante tutto, avrebbe aperto la porta al riformismo e chiuso quella della rivoluzione.

L'altra tesi falsa è quella secondo la quale il proletariato sarebbe diventato la stragrande maggioranza della popolazione e dunque si sarebbe giustificata la sua dittatura su una sparuta minoranza di sfruttatori non meritevoli di considerazione né di compassione. Invece la quota degli operai salariati non ha mai superato il 50-55 per cento e oggi nei paesi sviluppati è del 30 per cento o meno e tende a declinare.

Marx è stato smentito.

D. Resta lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, l'estrazione del plusvalore, l'alienazione. Il Marx filosofico e umanista. O no?

R. No. Piero Sraffa, che paradossalmente non era affatto ostile a Marx, anzi, e nel dopoguerra criticava l'opportunismo di Togliatti, ha demolito la teoria del valore-lavoro, che mirava a fornire la dimostrazione «scientifica» dello sfruttamento, nella sua opera Produzione di merci a mezzo di merci. Sraffa ha dimostrato che il problema della trasformazione dei valori in prezzi non ammette soluzioni giacché le quantità di lavoro contenute nelle diverse merci devono essere datate sulla base dell'epoca di prestazione e gli interessi composti sui mezzi di produzione durevoli spezzano qualsiasi proporzionalità fra tempi di lavoro incorporato e prezzi. Sulla tomba della teoria del valore-lavoro possono essere scritte, come epitaffio, due righe che si trovano nell'indice analitico di Produzione di merci a mezzo di merci: «Il valore è proporzionale al costo in lavoro quando i profitti sono zero». Così la dimostrazione scientifica dello sfruttamento va a farsi benedire. Chi vuole parlare di sfruttamento può farlo, ma necessariamente in termini vaghi e opinabili, implicando un giudizio etico. Quanto all'alienazione, lasci perdere, è un concetto di Smith e di un economista suo contemporaneo arrivato a Marx di seconda mano attraverso Hegel.

D. Forse è il caso di tornare ancora una volta all'Italia, dove la cultura marxista ha avuto un terreno fecondo di crescita. Che danni ha provocato Karl Marx nella sinistra italiana?

R. Tremendi. Danni tremendi. Ci sarebbe voluta un'autocritica che avrebbe rafforzato molto l'attuale sinistra.

D. E invece?

R. Invece si sono perse molte occasioni. Le faccio solo un piccolo esempio: quando Antonio Giolitti lasciò il Pci, scrisse un libretto in cui, tra l'altro, citava le mie tesi sull'oligopolio. Longo incaricò Sereni di massacrarlo perché la situazione di oligopolio non era ammessa: per loro dovevano esistere solo i due casi estremi di concorrenza perfetta o di monopolio, e il secondo caratterizzava il capitalismo contemporaneo. Insomma, lo schematismo e il ritardo culturale erano gravi.

D. sempre dell'idea che ci sarebbe voluta una Bad Godesberg italiana, un congresso come quello che nel 1959 portò la socialdemocrazia tedesca a tagliare i ponti col marxismo?

R. Anche i tedeschi lo fecero con ritardo, comunque meglio tardi che mai. E invece Veltroni e D'Alema, tanto per venire all'oggi, hanno voluto tirare a campare. Poi hanno fatto a gara per dimostrare di aver ripudiato Marx e di essere diventati riformisti e filoamericani. Qualche anno fa, dopo la svolta della Bolognina, proposi all'«Unità» di pubblicare settimanalmente una serie di scritti, dalla risoluzione di Bad Godesberg al Manifesto di Ventotene, da Stuart Mill all'economista lib-lab James Meade, a Mazzini, a Salvemini, a Rossi. Ma mi risposero che, per accrescere le vendite, dovevano pubblicare le figurine dei calciatori Panini. Recentemente il direttore dell'«Unità», Furio Colombo, ha deciso di pubblicare una «antologia» a puntate della cultura riformista italiana e internazionale. da lì che la sinistra deve ripartire.

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Pagina 42

D. Quello neoclassico è un paradigma molto vecchio.

R. Si, ma ancora capace di provocare danni. Furono diversi economisti e, alla fine, Léon Walras, Carl Menger e William Stanley Jevons, nella seconda metà dell'Ottocento, a spostare l'attenzione dallo studio dello sviluppo e dunque da una concezione dinamica, che aveva caratterizzato Smith e Ricardo, il Platone e l'Aristotele dell'economia, a una concezione statica, di equilibrio.

D. Perché accadde?

R. Per certi versi fu una reazione al marxismo, che aveva ereditato dai classici, Smith e Ricardo, la con cezione dello sviluppo e ne aveva tratto un progetto rivoluzionario da cui rifuggivano quasi tutti gli economisti. Per altri versi c'erano fondamentali problemi non risolti dai classici. Poi sul palcoscenico dell'economia, con l'aumento del reddito individuale, i consumi crebbero d'importanza e gli economisti furono costretti a considerare a fondo anche la domanda, i gusti e le preferenze, ciò che i classici non avevano fatto. Infine dobbiamo considerare il grande prestigio acquistato dalla matematica nell'area della fisica e di altre scienze sperimentali.

Sinteticamente si è detto che il contrasto tra classici e neoclassici consiste nel fatto che per i primi il problema centrale è l'origine del sovrappiù, per i secondi la scarsità. Oppure li si è contrapposti sostenendo che per i primi il problema fondamentale è costituito dallo sviluppo e dalle condizioni che lo favoriscono, mentre per i secondi

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