Copertina
Autore Antonio Tabucchi
Titolo Si sta facendo sempre più tardi
SottotitoloRomanzo in forma di lettere
EdizioneFeltrinelli, Milano, 2001, I Narratori , pag. 232, dim. 140x222x20 mm , Isbn 88-07-01590-0
LettoreRenato di Stefano, 2001
Classe narrativa italiana
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Indice


 11 Un biglietto in mezzo al mare
 21 Il fiume
 39 Forbidden Games
 51 La circolazione del sangue
 61 Casta Diva
 71 Sono passato a trovarti, ma non c'eri
 87 Della difficoltà di liberarsi del filo
    spinato
 95 Buone notizie da casa
107 A cosa serve un'arpa con una corda sola?
123 Buono come sei
135 Libri mai scritti, viaggi mai fatti
151 La maschera è stanca
163 Strana forma di vita
173 Vigilia dell'Ascensione
181 Occhi miei chiari, miei capelli di miele
195 Te voglio, te cerco, te chiammo, te veco,
    te sento, te sonno
205 Lettera da scrivere
211 Si sta facendo sempre più tardi
221 Post scriptum

 

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Pagina 11

Un biglietto in mezzo al mare



Mia Cara,

credo che il diametro di quest'isola non superi i cinquanta chilometri, al massimo. C'è una strada costiera che la gira tutta in tondo, stretta, spesso a picco sul mare, altrimenti pianeggiando in coste brulle che scendono a solitarie spiaggette di ghiaia orlate di tamerici bruciate dal salino, e in alcune a volte mi fermo. Da una di queste ti parlo, a bassa voce, perché il meriggio e il mare e questa luce bianca ti hanno fatto chiudere le palpebre, stesa qui accanto a me, vedo il tuo seno che si solleva al ritmo pausato della respirazione di chi sta dormendo e non voglio svegliarti. Come piacerebbe questo luogo a certi poeti che conosciamo, perché è così scabro, essenziale, fatto di pietre, montagnole brulle, spini, capre. Mi è perfino venuto da pensare che quest'isola non esista, e di averla trovata solo perché la stavo immaginando. Non è un luogo, è un buco: intendo della rete. C'è una rete nella quale pare sia ormai impossibile non essere catturati, ed è una rete a strascico. In questa rete io insisto a cercare buchi. Ora mi pareva quasi di aver sentito la tua risatina ironica: "E dàgli, ci risiamo!". E invece no: hai le palpebre chiuse e non ti sei mossa. Me lo sono solo immaginato. Che ore saranno? Non ho portato l'orologio, che del resto qui è del tutto superfluo.

Ma ti stavo descrivendo questo luogo. La prima cosa a cui fa pensare è a com'è troppo il troppo che il nostro tempo ci offre, almeno a noi che per fortuna stiamo dalla parte migliore. Invece guarda le capre: sopravvivono con niente, mangiano anche i pruni e leccano perfino il sale. Quanto più le guardo, più mi piacciono, le capre. Su questa spiaggetta ce n'è sette o otto che si aggirano fra i sassi, senza pastore, probabilmente appartengono ai proprietari della casetta dove mi sono fermato a mezzogiorno. C'è una specie di caffè sotto un'incannicciata dove si possono mangiare olive, formaggio e melone. La vecchietta che mi ha servito è sorda e ho dovuto gridare per chiedere queste poche cose, mi ha detto che suo marito arrivava subito, ma suo marito non l'ho visto, forse è una sua fantasia, oppure ho capito male. Il fonnaggio lo fa lei con le sue mani, mi ha portato nel cortile di casa, uno spiazzo polveroso circondato da un muro a secco pieno di cardi dove c'è l'ovile delle caprette. Le ho fatto un segno con la mano a falce, come per significare che dovrebbe tagliare i cardi che bucano e nei quali si inciampa. Lei mi ha risposto con un segno identico, ma più deciso. Chissà cosa voleva dire con quella mano che tagliava l'aria come una lama. Accanto alle stalle il casale si prolunga in una specie di cantina scavata nella roccia dove lei fabbrica il suo formaggio, che è poco più di una ricotta salata fatta stagionare al buio, con una crosta rossastra di peperoncino. Il suo laboratorio è una stanza scavata nella pietra, freschina, direi gelida. C'è uno scrematoio di granito dove lascia cagliare il latte e un mastello dove lavora il siero, su una tavola rugosa e inclinata sulla quale impasta il caglio come se fossero dei panni su un lavatoio, strizzandolo perché ne esca tutta l'acqua; e poi lo infila in due forme dove esso rassoda, sono forme di legno che si aprono e si chiudono a morsa, una è rotonda, e questo è normale, mentre l'altra ha la figura di un asso di picche, o almeno a me è sembrato così, perché ricorda il seme delle nostre carte da gioco. Ho comprato una forma di formaggio e avrei voluto quella fatta come l'asso di picche, ma la vecchia me l'ha rifiutata e mi sono dovuto accontentare di quella rotonda. Le ho chiesto una spiegazione e ne ho cavato dei mugugni sgraziati e gutturali, quasi stridenti, accompagnati da gesti indecifrabili: si circondava la circonferenza del ventre e si toccava il cuore. Chissà: forse voleva significare che quel tipo di formaggio è riservato solo a certe cerimonie essenziali alla vita: la nascita, la morte. Ma come ti dicevo, forse è solo l'interpretazione della mia fantasia che di sovente galoppa, come sai. Ad ogni modo il formaggio è squisito, fra queste due fette di pane scuro che sto mangiando dopo avervi versato un filo d'olio d'oliva, che qui non manca, e qualche foglia di timo che condisce ogni piatto, dal pesce al coniglio selvatico. Avrei voluto chiederti se anche tu avevi appetito: guarda, è squisito, ti ho detto, è una cosa irripetibile, fra un po' sarà sparito anche lui nella rete che ci sta avvolgendo, per questo formaggio non ci sono buchi né vie d'uscita, approfittane. Ma non volevo disturbarti, era così bello il tuo sonno, e cosí giusto, e ho taciuto. Ho visto passare un bastimento in lontananza e ho pensato alla parola che ti stavo scrivendo: bastimento. Ho visto passare un bastimento carico di?... Indovina.

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Pagina 21

Il fiume

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Pagina 35

Io, al contrario, ti scrivo da un tempo rotto. Tutto è in frantumi, mia Cara, i frammenti sono volati da una parte all'altra e mi è impossibile raccoglierli se non in questo circolo forzato in cui continuo a girare fino alla nausea e all'idiozia, finché esso non si aprirà in un punto ignoto. Che però non sarà quello di un'altra vita, ma di questa. Perché non è dall'altra parte che ti sto parlando ma da questa, anche se essa appartiene insospettabilmente ad un'orbita diversa dalla tua. Se fosse il contrario sarebbe troppo facile uscirne: basterebbe vivere la vita che ci è concessa come se si vivesse in un'altra dimensione, cosa che pensatori anche sublimi hanno saputo risolvere in maniere artistiche spesso sublimi. No, il problema è assai diverso. È che l'orbita è allo stesso tempo la stessa e un'altra, io vedo la tua e vi entro quando voglio, senza che tu possa fare lo stesso con la mia. Io ci sono senza che tu abbia bisogno di essere con me, né di saperlo, perché la tua orbita è unica e irripetibile, e invece la mia è sincronica con se stessa, e gira e gira all'infinito. E la beffa, come ti accennavo, consiste proprio in questo, che il momento dell'uscita avverrà solo nel mio Attuale, cioè in quello che io sto essendo senza esserlo: le dimensioni si sono invertite, ciò che era solo ricordo è diventato presente, e ciò che davvero sono o dovrei essere, il mio presunto ora, è diventato virtuale e lo scorgo da lontano come da un cannocchiale rovesciato, aspettando di rientrarvi all'ultimo momento, per quell'istante terminale in cui ci è dato di ripercorrere all'indietro tutta la nostra vita, che invece sono condannato a ripercorrere senza sosta. E in quell'istante concessomi avrò appena il tempo di annaspare nell'aria come un annegato, e poi: buonanotte. Sai, penso che nell'evadere da questo tempo ripetuto, che è una forma di perversa entropia, non si verificherà neppure una piccola esplosione, come quando nell'universo una massa di energia compressa esplode provocando una nuova stella. Altro che quello che affermava il filosofo matto, che si deve aggiungere ancora del caos dentro di noi per poter far nascere una stella danzante. Ma quale stella! Basterà solo un minuscolo foro, e tutta questa energia insensata se ne fuggirà come quando si buca il tubo del gas e... fssss... fssss..., tutto finirà in un attimo, in una modestissima bolla, un residuo, un niente fatto di niente, come una scorreggia del tempo. Perciò ti mando un saluto impossibile, come chi fa vani cenni da una sponda all'altra del fiume sapendo che non ci sono sponde, davvero, credimi, non ci sono sponde, c'è solo il fiume, prima non lo sapevamo, ma c'è solo il fiume, vorrei gridartelo: attenta, guarda che c'è solo il fiume!, ora lo so, che idioti, ci preoccupavamo tanto delle sponde e invece c'era solo il fiume. Ma è troppo tardi, a che serve dirtelo?

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Pagina 107

A cosa serve un'arpa con una corda sola?


[...]

Fu a Salonicco che per la prima volta mi fecero eseguire la sonata di Hindemith. Il maestro si chiamava Stavros, era un vecchio signore con una gamba di legno e teneva la bacchetta come si regge una forchetta per gli spaghetti, ma forse fingeva, perché fece una direzione magnifica; e quanto a me, quella sera le mie dita scivolavano sulle corde come se volassero, e non mi accorsi di star suonando, era l'arpa che suonava da sola. Fu a suo modo un successo, e credo che la signora Ioanna conservi ancora i ritagli dei giornali dell'epoca che uscirono con articoli quasi esaltanti, forse anche perché si trattava di un compositore osteggiato dal nazismo, che aveva passato la sua vita in esilio. Di modo che, la settimana seguente, dopo il grande concerto di Beethoven, il maestro mi chiese di eseguire il Concerto per arpa di Villa-Lobos. E l'entusiasmo fu così enorme che le persone si alzarono in piedi, gli applausi non finivano più, il pubblico greco è fatto così, si accalora, non mi lasciavano andar via, il maestro mi pregò di eseguire un altro pezzo a piacere, quello che io volessi, io mi ero preparato la Sonata di Casella del 1943, è un pezzo struggente, è qualcosa che sembra evocare i morti, peccato che Casella sia stato cos' fascista, la sua arte non lo merita, il concerto si svolgeva nella rotonda della chiesa bizantina di Aghios Gheorghios, che è uno dei luoghi straordinari di questo mondo, perché ti dà il senso del sacro anche se non credi nel sacro. Ma quel pubblico sapeva cos'è il sacro: la loro guerra era finita da poco, e troppi erano i morti. E io vedevo che le persone nelle prime fìle, non solo le donne, ma anche degli anziani, stavano piangendo, dalla città non veniva un rumore, l'unico suono era l'arpa, e sembrava che stesse proteggendo i superstiti, e quasi senza accorgermene dagli accordi di Casella le mie dita scivolarono su una vecchia canzone greca che si chiama Thaxanarthis, che vuol dire "tornerai", e il pubblico cominciò a mormorare le parole, e non sembravano voci umane, era come se la terra e il mare e tutta la natura intorno a noi respirasse con noi e nel respirare cantasse. E poi io finii di suonare e anche il canto finì, ci alzammo tutti in silenzio, le donne si fecero il segno della croce all'uso ortodosso e uscimmo nella notte di Salonicco, ciascuno verso casa sua.

La mia casa, a Salonicco, fu per tutti quegli anni la pensione Petros. Era a Ladadika, dopo i magazzini dell'olio e dei cordami che poi diventarono depositi del pesce

[...]

 


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