Copertina
Autore Giuseppe Tomasi di Lampedusa
Titolo Il Gattopardo
EdizioneFeltrinelli, Milano, 1959 [1958], I Contemporanei 4 , pag. 330, dim. 130x203x26 mm
Prefazione diGiorgio Bassani
LettoreRenato di Stefano, 1960
Classe narrativa italiana
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Indice


  7 Prefazione

 15 Capitolo primo

    Rosario e presentazione del Principe -
    Il giardino e il soldato morto - Le
    udienze reali - La cena - In vettura
    per Palermo - Andando da Mariannina -
    Il ritorno a S. Lorenzo -
    Conversazione con Tancredi - In
    Amministrazione: i feudi e i
    ragionamenti politici - In
    osservatorio con padre Pirrone -
    Distensione al pranzo - Don Fabrizio e
    i contadini - Don Fabrizio e il figlio
    Paolo - La notizia dello sbarco e di
    nuovo il Rosario

 65 Capitolo secondo

    Viaggio per Donnafugata - La tappa -
    Precedenti e svolgimento del viaggio -
    Arrivo a Donnafugata - In chiesa - Don
    Onofrio Rotolo - Conversazione nel
    bagno - La fontana di Anfitrite -
    Sorpresa prima del pranzo - Il pranzo
    e varie reazioni - Don Fabrizio e le
    stelle - Visita al monastero - Ciò che
    si vede da una finestra

111 Capitolo terzo

    Partenza per la caccia - Fastidi di
    don Fabrizio - Lettera di Tancredi -
    La caccia e il Plebiscito - Don Ciccio
    Tumeo inveisce - Come si mangia un
    rospo - Epiloghetto

161 Capitolo quarto

    Don Fabrizio e don Calogero - Prima
    visita di Angelica da fidanzata -
    Arrivo di Tancredi e Cavriaghi -
    Arrivo di Angelica - Il ciclone
    amoroso - Rilassamento dopo il ciclone
    - Un piemontese arriva a Donnafugata -
    Un giretto in paese - Chevalley e don
    Fabrizio - Partenza all'alba

221 Capitolo quinto

    Arrivo di padre Pirrone a S. Cono -
    Conversazione con gli amici e
    l'erbuario - I guai familiari di un
    Gesuita - Risoluzione dei guai -
    Conversazione con l' "uom di onore" -
    Ritorno a Palermo

249 Capitolo sesto

    Andando al ballo - Il ballo: ingresso
    di Pallavicino e dei Sedàra -
    Malcontento di don Fabrizio - La sala
    da ballo - In biblioteca - Don
    Fabrizio balla con Angelica - La cena;
    conversazione con Pallavicino - Il
    ballo appassisce, si ritorna a casa

281 Capitolo settimo

    La morte del Principe

299 Capitolo ottavo

    La visita di Monsignor Vicario - Il
    quadro e le reliquie - La camera di
    Concetta - Visita di Angelica e del
    senatore Tassoni - Il Cardinale: fine
    delle reliquie - Fine di tutto

 

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Pagina 17 [ inizio libro ]

Maggio 1860

"Nunc et in hora mortis nostrae. Amen."

La recita quotidiana del Rosario era finita. Durante mezz'ora la voce pacata del Principe aveva ricordato i Misteri Gloriosi e Dolorosi; durante mezz'ora altre voci, frammiste, avevano tessuto un brusio ondeggiante sul quale si erano distaccati i fiori d'oro di parole inconsuete: amore, verginità, morte; e durante quel brusio il salone rococò sembrava aver mutato aspetto; financo i pappagalli che spiegavano le ali iridate sulla seta del parato erano apparsi intimiditi; perfino la Maddalena, fra le due finestre, era sembrata una penitente anziché una bella biondona, svagata in chissà quali sogni, come la si vedeva sempre.

Adesso, taciutasi la voce, tutto rientrava nell'ordine, nel disordine, consueto. Dalla porta attraverso la quale erano usciti i servi, l'alano Bendicò, rattristato dalla propria esclusione, entrò e scodinzolò. Le donne si alzavano lentamente, e l'oscillante regredire delle loro sottane lasciava a poco a poco scoperte le nudità mitologiche che si disegnavano sul fondo latteo delle mattonelle.

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Pagina 51

Don Fabrizio usci seguito da Bendicò; voleva salire a trovare padre Pirrone, ma lo sguardo supplichevole del cane lo costrinse invece ad andare in giardino; Bendicò infatti conservava esaltati ricordi del bel lavoro della sera prima e voleva compirlo a buona regola d'arte. Il giardino era ancor piú odoroso di ieri; e sotto il sole mattutino l'oro della gaggia stonava meno. "Ma i Sovrani, i Sovrani nostri? E la legittimità dove va a finire?" Il pensiero lo turbò un momento, non si poteva eludere. Per un attimo fu come Màlvica. Questi Ferdinandi, questi Franceschi tanto disprezzati, gli apparvero come dei fratelli maggiori, fiduciosi, affettuosi, giusti, dei veri re. Ma le forze di difesa della calma interiore, tanto vigili nel Principe, accorrevano già in aiuto, con la moschetteria del giure, con l'artiglieria della Storia. "E la Francia? Non è forse illegittimo Napoleone III? E non vivono forse felici i Francesi sotto questo Imperatore illuminato, che li condurrà certo ai piú alti destini? Del resto, intendiamoci bene. Carlo III, lui, era forse perfettamente a posto? Anche la battaglia di Bitonto fu una specie di quella battaglia di Bisacquino o di Corleone o di che so io, nella quale i Piemontesi prenderanno a scoppole i nostri; una di quelle battaglie combattute affinché tutto rimanga come è. Del resto, neppure Giove era il legittimo re dell'Olimpo."

Era ovvio che il colpo di Stato di Giove contro Saturno dovesse richiamare le stelle alla sua memoria.

Lasciò Bendicò affannato dal proprio dinamismo, risali la scala, traversò i saloni nei quali le figlie parlavano delle amiche del Salvatore (al suo passaggio la seta delle sottane frusciò mentre le ragazze si alzavano), sali una lunga scaletta e sboccò nella grande luce azzurra dell'Osservatorio. Padre Pirrone, con l'aspetto sereno del sacerdote che ha detto la messa e preso il caffè forte con i biscotti di Monreale, sedeva ingolfato nelle sue formule algebriche. I due telescopi e i tre cannocchiali, accecati dal sole, stavano accucciati buoni buoni, col tappo nero sull'oculare, come bestie ben avvezze che sapessero come il loro pasto vien dato soltanto la sera.

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Pagina 67

Agosto 1860

"Gli alberi! ci sono gli alberi!

Il grido partito dalla prima delle carrozze percorse a ritroso la fila delle altre quattro, pressoché invisibili nella nuvola di polvere bianca; e ad ognuno degli sportelli volti sudati espressero una stanca soddisfazione.

Gli alberi, a dir vero, erano soltanto tre ed erano degli eucaliptus, i piú sbilenchi figli di Madre Natura. Ma erano anche i primi che si avvistassero da quando, alle sei del mattino, la famiglia Salina aveva lasciato Bisacquino. Adesso erano le undici e per quelle cinque ore non si erano viste che pigre groppe di colline avvampanti di giallo sotto il sole. Il trotto sui percorsi piani si era brevemente alternato alle lunghe lente arrancate delle salite, al passo prudente delle discese; passo e tratto, del resto, egualmente stemperati dal continuo fluire delle sonagliere, che ormai non si percepiva piú se non come manifestazione sonora dell'ambiente arroventato. Si erano attraversati paesi dipinti in azzurrino tenero, stralunati; su ponti di magnificenza bizzarra si erano valicate fiumare integralmente asciutte; si erano costeggiati disperati dirupi che saggine e ginestre non riuscivano a consolare. Mai un albero, mai una goccia d'acqua: sole e polverone.

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Pagina 76

Al di là del breve ponte che immetteva in paese le autorità stavano ad attendere, circondate da qualche diecina di contadini. Appena le carrozze entrarono sul ponte, la banda municipale attaccò con frenetica voga Noi siamo zingarelle, primo strambo e caro saluto che da qualche anno Donnafugata porgeva al suo Principe; e subito dopo, le campane della Chiesa Madre e del convento di Santo Spirito, avvertite da qualche monello in vedetta, riempirono l'aria di baccano festoso. "Grazie a Dio, mi sembra che tutto sia come al solito," pensò il Principe scendendo dalla carrozza. Vi erano lì don Calogero Sedàra, il sindaco, con i fianchi
[...]

 


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