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| << | < | > | >> |IndiceQuesto libro 9 |
| << | < | > | >> |Pagina 15Di come possa un geologo tentare di raccontare alcune storie d'Italia diverse dal solito e, caso assai strano, quasi tutte svoltesi in assenza di uomini che, cosa ancora più strana, non hanno potuto lasciare gran segno di sé almeno fino a 10.000 anni fa. Di come dopo, gli uomini, abbiano ampiamente recuperato il tempo perduto producendo danni inimmaginabili per una specie sola, e di cosa si possa fare adesso. Di come la memoria degli uomini sia clamorosamente più corta di quella della Terra e di come questo porti ad alcuni errori di prospettiva. Di batteri, cetrioli e facoceri. QUANDO VOGLIO RENDERMI CONTO dell'effettiva portata di alcuni degli eventi che capitano agli uomini, prendo un bel cartoncino bristol e con una matita ci traccio sopra una riga lunga un metro esatto. Faccio corrispondere a questa linea l'età della Terra: un metro sono 1000 millimetri, che vengono così a corrispondere - in questa similitudine - a 4,5 miliardi di anni. Dove collocare su questa retta l'uomo, la sua storia, anche la più antica, le sue opere, le sue civiltà? La nascita di Cristo, gli antichi Egizi, i Babilonesi, le civiltà protostoriche o anche il Paleolitico: dove mettere il segno? Prendiamo per esempio la comparsa di Homo sapiens avvenuta circa 200.000 anni fa, un lasso di tempo che, a noi che non ricordiamo neppure il nome dei nostri bisnonni, sembra indubbiamente enorme. Se chiedessi di posizionare sul cartoncino questo evento, qualcuno potrebbe piazzarlo a metà, qualcun altro a pochi decimetri dall'inizio; alcuni azzarderanno un punto a solo pochi centimetri dal margine della retta. In ogni caso, sarebbero tutte risposte sbagliate: lo spessore della punta della matita è infatti troppo grande per rappresentare in scala quei 200.000 anni. La nostra specie occupa solo qualche centesimo di millimetro. Ma anche se volessimo segnare il punto della scomparsa dei dinosauri, che risale a 65 milioni di anni fa, avremmo qualche problema: solo 145 millimetri a partire da oggi. E prima? E tutto il resto? Tutto il resto è pianeta senza uomini e con pochi mammiferi, e prima solo rettili e prima solo invertebrati e prima ancora organismi unicellulari. Per tutti i millimetri che ci vogliono per arrivare a un metro, per tutti i milioni di anni che sono necessari ad arrivare alla nascita del pianeta. Ciononostante noi uomini ci collochiamo al vertice di una piramide al di sopra della quale nessuno ci ha mai posto e non ci rassegniamo al fatto di contare, nella storia naturale, come un cetriolo o un facocero, pur essendo fatti esattamente degli stessi elementi. Certo, in questa presunzione molto giocano la costruzione culturale e la consapevolezza di sé: posso scrivere dell'importanza relativa degli uomini solo perché sono soggetto e insieme oggetto della mia riflessione. Ma questo, tutto sommato, non sposta il punto del discorso sull'economia del pianeta. Un tempo così antico può comunque essere letto, basta avere gli strumenti per farlo. È come un diario di pietra che non potrà mai essere sfogliato per intero, ma nel quale sono in realtà impresse anche le risposte ad alcune delle domande più impellenti dell'uomo contemporaneo a proposito del proprio futuro terrestre. È un libro lungo 4.500 milioni di anni - le cui pagine sono le rocce e le cui righe sono i fossili - il cui ordine è stato sconvolto per sempre dalle forze interne della Terra ed è stato oggetto delle ricerche di filosofi, uomini di scienza, geologi e naturalisti di tutto il mondo. Non c'è fine a quanto si può scoprire dentro una roccia: mondi inaspettati scanditi dall'ordine dei granelli di sabbia o dalla presenza di organismi unicellulari cristallizzati magari da centinaia di milioni di anni. La comprensione del concetto di tempo geologico non è immediata: volendo fare un'altra similitudine, se paragonassimo l'età della Terra a un anno solare - e dunque ponessimo la nascita del pianeta al 1° gennaio e l'oggi alla fine dell'anno - la storia delle civiltà umane non occuperebbe che gli ultimi secondi prima della mezzanotte del 31 dicembre. In questo paragone, un giorno equivale a 12 milioni di anni e ogni secondo che passa vale circa 140 anni. È questa la prospettiva del tempo profondo, un concetto nuovo anche per la storia del pensiero, un concetto senza il quale non sarebbe stata possibile l'elaborazione della relatività di Einstein e molte delle elucubrazioni più acute sull'uomo avrebbero un senso assai più modesto. Appena due secoli fa nessuno avrebbe immaginato una Terra più antica di qualche migliaio di anni e la profondità del tempo si fermava ai diluvi biblici. Nessun fisico è riuscito in passato a svolgere il filo dell'età della Terra, neppure il più illustre - Lord Kelvin - che poneva la nascita del pianeta a 90 milioni di anni fa. Per farlo occorrevano gli scienziati della Terra, i geologi. | << | < | > | >> |Pagina 19Uomini o caporali?Se siamo ancora in vita - come specie umana - è perché batteri e virus hanno un precipuo, evidente interesse alla nostra sopravvivenza. Ciononostante, siamo pur sempre stati in grado di misurare qualcosa di imperscrutabile come il moto dei corpi celesti e di partire alla scoperta dell'universo. Ciononostante, siamo in grado di modificare profondamente il paesaggio terrestre e produciamo arte e cultura. La domanda di fondo è: può un'energia così insignificante e casuale come quella della vita avere influenza su un pianeta tanto enorme come la Terra? Ecco, forse proprio questo è uno dei segreti di Gaia, cioè della Terra stessa: ogni suo elemento è in sé una parte - dovrei chiamarla correttamente gilda - di un superorganismo auroregolato unico e nello stesso tempo frutto dell'interconnessione globale fra vita, suolo, oceano e atmosfera. In questo quadro puramente fisico gli uomini hanno importanza solo in quanto «organismi respiratori straordinariamente prolifici»: non è poco, forse, ma non è certo tutto. L'uomo non è al centro dell'universo - come i risultati della sua avventura intellettuale potrebbero far pensare -, ma certo ne è una delle componenti più complesse e non ancora interamente svelate. Il suo percorso merita forse un'attenzione maggiore di quella eventualmente dedicata ai batteri, ma la sua importanza è solo di contesto, come giustamente potrebbe far rilevare Gaia, se potesse parlare. | << | < | > | >> |Pagina 27Pessimismo terrestreSi dice: ma oggi stiamo tutti meglio, viviamo più a lungo e c'è più benessere. Può darsi, ma chi paga il prezzo di questo preteso benessere se non l'ambiente e gli altri viventi? E cosa si farà quando la Terra avrà esaurito risorse e fonti energetiche o, semplicemente, cibo e acqua? Quanti uomini ancora può sostenere il pianeta? È vero che l'incremento demografico sta rallentando, ma è altrettanto vero che la crescita assoluta resta elevata: oggi ci sono 3 miliardi di persone in più che nel 1960 e soprattutto nel Terzo Mondo (dove vivono i 4/5 della popolazione mondiale) la crescita continuerà inalterata fino a sfiorare nel prossimo futuro i 7 miliardi di abitanti. Il concetto di densità di popolazione che imparavamo a scuola (popolazione totale/superficie totale) oggi non ha più molto senso perché fondamentalmente fuorviante. L'Egitto ha una densità di popolazione di 68 abitanti per chilometro quadrato, ma se si prende in considerazione, più correttamente, un indicatore di densità (popolazione totale/superficie utile), cioè se si escludono le aree inadatte alla vita e agli usi umani, si deve parlare di 2000 abitanti per chilometro quadrato. La Terra effettivamente abitabile è più che sovraffollata. Del resto la popolazione umana è aumentata più rapidamente di quanto previsto dal reverendo Malthus tre secoli fa: le diete sono migliorate, si vive più a lungo, si sta complessivamente meglio. Ma non è detto che ci sarà cibo per tutti, e in ogni caso l'espansione agricola sarà costosa in termini ambientali: già oggi usiamo tutta la terra migliore e più vicina alle fonti irrigue. La Terra non può trasformarsi in un gigantesco orto perché questo comporterebbe deforestazione, perdita di specie, depauperamento delle falde, erosione accelerata dei suoli e pesanti inquinamenti da pesticidi e fertilizzanti. D'altro canto, oggi 800 milioni di persone muoiono per fame e 1,2 miliardi sono povere. Siamo proprio sicuri che le cose si siano messe meglio per tutti? Per quello che riguarda il cibo, poi, vale sempre il paradosso cinese. Se tutti gli abitanti della Cina volessero mangiare lo stesso quantitativo di carne che mangiano quelli degli Stati Uniti avrebbero bisogno di 49 milioni di tonnellate di carne all'anno, che significa 343 milioni di tonnellate di cereali all'anno destinate all'allevamento: una cifra spaventosa. Se volessero improvvisamente diventare consumatori di pesce come i giapponesi, avrebbero bisogno di 100 milioni di tonnellate di pescato, cioè tutto quello che si cattura oggi. Già adesso non c'è più spazio, cibo, acqua per tutti, ma gli occidentali approfittano del fatto che i bisogni degli altri sono ridotti rispetto ai propri. Per dirla tutta, agli occidentali è consentito emettere quantità di anidride carbonica che non sarebbero permesse se tutti gli altri non ne emettessero molta meno della media: in pratica, noi respiriamo meglio perché gli altri respirano appena. La crescita demografica ha altre pesanti conseguenze: aumenta la povertà, perché presto la metà degli individui del pianeta si troverà al di sotto dell'età lavorativa, quindi sarà non produttiva, e perché i nuovi posti di lavoro, data la grande quantità di braccia a disposizione, saranno concessi solo a salari bassi. Tutte le comunità animali limitano le proprie nascite naturalmente, se l'ambiente non ne premia l'espansione; l'uomo è l'unico a comportarsi diversamente.
Se prendiamo poi in esame il problema cruciale della deforestazione ci
rendiamo conto che si hanno ragioni da vendere per coltivare un sano pessimismo
dell'intelligenza. Il tasso di deforestazione - che pure sembra devastante
risulta in realtà sottostimato se si considerano anche i tempi necessari per la
riforestazione, perché ci vogliono 100 anni per ottenere una foresta vera anche
se solo 10 per considerarla tale. Il valore di una foresta, però, non sta nella
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