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| << | < | > | >> |Pagina 9La complicità europeista di Jacqueline mi lusingava."Il nostro Palazzo delle Sette Galassie non è paragonabile manco al Petit Trianon." Il rumore dei tuffi e delle pesanti risate di monsignor Cushing arrivava fino alla Prima Galassia. Di tanto in tanto l'ombra di un bambino nudo passava veloce dietro la gelosia. Jacqueline sfogliava un libro di Avedon e Baldwin. In due alti bicchieri la bibita blu fremeva e le foglie di menta cominciavano a macerarsi. Chiusi gli occhi per sentire il contatto sessuale del pizzicore in gola. Le bollicine mi solleticarono fino a farmi quasi male. Cominciai a sudare. Jacqueline non sudava sotto la plastificazione meravigliosa della sua pelle truccata. Distrassi lo sguardo lungo la parete continua della stanza circolare, ricordai una sbronza sin allora dimenticata. "Ce l'ha, un dollaro? Mi presta un dollaro?" Portai troppo in fretta la mano al portafogli. La risata di Jacqueline mi paralizzò il gesto. "Magnifico. Non mi ha deluso. Lei è un cavaliere spagnolo." Continuò a contemplare il libro, rilassata. D'un tratto, me lo aprì sotto gli occhi. "Atroce, no?" Io assentii, lei fu soddisfatta. Non volevo levarmi la giacca per non farle vedere la pistola sotto l'ascella. Non per via della pistola, né per le immagini di rozza violenza che avrebbe evocato, ma per la brutta bretella che reggeva la fondina, come un tetro corsetto da invalido. Però avevo caldo. È addirittura probabile che facesse caldo. Mi alzai per avvicinarmi con voglia dissimulata alla gelosia. La famiglia Kennedy mangiava tramezzini sull'erba. Scendeva la sera. Le acque della piscina ritrovavano una falsa tranquillità sotto le ombre grigie. Un inserviente nero pescava le foglie morteche galleggiavano in supefficie. Robert Kennedy faceva la verticale e i due figli maggiori lo imitavano. Guardai, esitai, guardai di nuovo. John Fitzgerald Kennedy fumava una lunghissima pipa della pace dall'alto di un ippocastano. L'ombra di una nuvola accelerò il crepuscolo. Si oscurò la pelle dei corpi, la pelle del mondo. La dentatura collettiva dei Kennedy splendette di brusco biancore. La voce di Jacqueline mi raggiunse come una compagnia di cui cominciavo ad avere bisogno. "Lei crede che il nostro sistema di vigilanza non sia sufficiente a intercettare Carvalho?" "Lei non conosce i gaglieghi." "Oh, sì. Ne conosco uno, forse due. Un magazziniere di Detroit e un cuoco di Adlai. Non ci ho mai trovato niente di speciale. Per il momento non sono ancora invisibili." "Sono pericolosi e ostinati, come gli ebrei." Jacqueline, con un dito, si sigillò le labbra per sigillare le mie, guardando con diffidenza i quattro angoli inesistenti della stanza circolare. "Taccia, per favore." Arrivava il solito mormorio del violoncello. Infallibile: sei e trenta della sera, ora di Washington. Jacqueline si mise in movimento, la seguii. Premette un tasto che spostò la scanalatura. Aprii la porta dell'ascensore e quasi senza lasso temporale mi trovai accanto a Jacqueline nella Settima Galassia. Un chilometro quadrato di salone, interamente rivestito di una tonalità incolore. Vi galleggiava un podio laccato di nero, e su di esso: Pau Casals. Suonava la sardana delle sei e trenta, ora di Washington. La sardana di Sant Martí del Canigó. Alcune dame nude si alternavano agli angoli del podio, simili a doccioni pensosi sul vuoto incolore. Approfittando delle pause, quasi cercasse un punto di ispirazione, il maestro le toccava con l'archetto, ora sulla spalla, ora sull'esplosione cerea delle strette natiche. Poi proseguiva con l'esecuzione piena di dolci miagolii. La stanza sembrava galleggiare e il cuscino lanciatomi da Jacqueline tardò tantissimo a raggiungermi. Mi sedetti a mezz'aria sul cuscino. Spalancai la bocca per ingoiare le raffiche di gas della felicità, brevetto Westinghouse. Il gas filtrava attraverso certi orifizi romboidali, anch'essi appesi a un presumibile infinito. Sapeva leggermente di ginger ale. | << | < | > | >> |Pagina 25Alla corte dei Kennedy convivono eunuchi dalmati - castrati sulle sabbie di Long Island -, calessieri di Nanterre, cuochi svizzeri (eccellenti), un ambasciatore sovietico, ragazze pom-pom della California, vedove di cinque guerre mondiali, due obiettori di coscienza australiani, un campione mondiale di ping-pong che si è portato dietro il suo tavolo preferito, tre camiciai froci che dormono in stanze separate, un gaucho impagliato mediocremente da Ted (precoce tassidermista da quando Rose gli regalò un kit completo per la prima comunione), un giocatore basco di pelota dall'espressione accigliata, mezza dozzina di cantanti dolci come un frullato alla vaniglia, due vecchi marinai innamorati di due grassissime sirene di Siracusa, dieci difensori dei diritti civili con i loro difesi, uno sceriffo cattivo, due sceriffi buoni, un batterista di jazz tisico che si masturba nei cessi di tutta Boston, un agricoltore oceanico specializzato in innesti d'alga Rosalind, un castratore di tarme, un poeta concreto che scricchiola quando cammina, una vergine samoieda smarritasi al Polo Nord, una dottoressa spagnola specializzata in zone erogene, due cantanti di jazz con cancro alla gola, un mediano del Manchester United e un interno sinistro del Manchester City, un filosofo tedesco specializzato in se stesso (sua moglie lo precede lungo i corridoi chiedendo silenzio a chi viene loro incontro), due presidenti di comitati di quartiere di Ankara, un cugino di Hitler che gli somiglia molto nel modo di camminare e di pronunciare la parola spatola, un meteorologo, un domatore di galline, un dentista fiorentino, principi nani abbandonati nei secchi della spazzatura, un campione di partite di scacchi in simultanea, il traduttore di Oscar Wilde in ucraino, e la vera principessa Anastasia, definitivo asso nella manica che l'Occidente tiene in serbo per reclamare il trono dell'Urss un secondo prima di dare inizio all'aggressione nucleare.| << | < | > | >> |Pagina 47Letta dal presidente Kennedy il giorno del Ringraziamento del 1963, sulla spianata centrale del Palazzo delle Sette Galassie, in presenza del 60 per cento del potere esecutivo della nazione e della totalità del corpo diplomatico. Signore e signori, è in giorni come questo che sembra più logico mettersi in ginocchio, alzare lo sguardo fiducioso verso la pace del cielo e dire: grazie. Grazie non tanto per i beni ricevuti quanto per le evidenze percepite. La percezione delle evidenze è il maggior bene che un popolo possa ricevere. L'evidenza più palese che noi, il popolo americano, possiamo percepire è quella del nostro destino privilegiato in testa alla marcia storica dell'umanità. Per coloro che concepiscono la marcia della Storia soltanto come un'evoluzione materiale sprovvista di ogni trascendenza al di fuori della positività dei risultati, del resto sempre più positivi, dico oggi la mia preghiera, perché noi, il popolo americano, sappiamo che non c'è destino umano senza la provvidenza e che senza la provvidenza non ci sono grandi comportamenti storici. Dio condusse il suo popolo al di là del Nilo e gli diede una guida: Mosè. Da questo fatto nacque la storia dell'Occidente, sotto il dito protettore della provvidenza. In quest'ora difficile in cui il destino dell'uomo cristiano è impegnato nella più dura lotta per la sopravvivenza, dico ancora: grazie. Grazie in nome del mio popolo, che mi ha scelto come capo e guida e mi ha conferito questa alta missione con la sola prerogativa delle sue stesse esitazioni e speranze. Io, in quanto americano, sono uno di voi, ho le vostre stesse aspirazioni e i vostri stessi timori. Le mie forze sono le vostre e, come voi, confido in quelle forze straordinarie che Dio concede a chi si allinea dalla Sua parte. È con questo aiuto che dobbiamo vincere. In un giorno come questo dobbiamo proclamare lo strumento della nostra vittoria. Uno strumento che non è un'arma terrificante la cui capacità di distruzione paralizza i muscoli del valore, no. La nostra arma non è letale, e non è segreta. È l'arma dell'evidenza dell'esempio vittorioso. Che i nostri nemici aprano gli occhi e vedano nella salute del nostro popolo l'evidenza del nostro ottimo destino e nella salute delle nostre opere l'efficacia di un metodo di comportamento che procede di pari passo con la volontà divina. Siamo la nazione più ricca della Terra. Ma saremmo ben poco senza la ricchezza spirituale. Se qualcuno mi domanda perché, convinti della nostra superiorità spirituale, non trascuriamo la fabbricazione di proiettili teleguidati, gli rispondo che le vie del Signore sono insondabili e imprevedibili, e nessuno sa quale sia il suo strumento, nessuno sa e nessuno conosce il linguaggio dell'aldilà. Nella dissuasione mediante la forza non bisogna vedere un proclama di scetticismo, bensì un atto di umiltà davanti a spiegazioni più grandi di noi. Sant'Agostino, una volta, passeggiava lungo una spiaggia. Viveva uno dei suoi momenti di maggior esitazione, pieno di dubbi e domande sul mistero della vita e della morte. Spirito liberale e democratico, sant'Agostino si interrogava su tutto, perché questo dev'essere l'atteggiamento di onestà intellettuale. Passeggiava, ripeto, lungo una spiaggia, quando si imbatté in un bambino che riempiva d'acqua una buca nella sabbia. Continuava a fare avanti e indietro con un secchiello di plastica. Una e più volte. Una e più volte. "Che cosa fai, piccolino?" domandò il santo. "Voglio mettere tutto il mare in questa buca." "Ma," disse il santo, sorridendo davanti a tanta meravigliosa purezza e ingenuità, "questo è impossibile." Il bambino diventò serio e gli rispose: "Ancor più impossibile svelare i disegni di Dio".
Svelare, svelare; nella radice di questa parola giace la
stessa saggezza. Sollevare il velo che ci separa dalla
verità è la strada per raggiungere la saggezza. Ma ogni
uomo lucido sa dell'esistenza di un velo posto troppo
lontano e sa che bisogna conservare un aldilà di mistero il
quale impedisce di sollevare l'ultimo velo. Questa è
l'umiltà che ha reso grande il nostro popolo. L'umiltà di
lasciare a Dio la spiegazione ultima del nostro agire e di
non cadere nel peccato di desiderare la consapevolezza
del Grande Veggente dell'Eternità.
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