Copertina
Autore Manuel Vázquez Montalbán
Titolo Le terme
EdizioneFeltrinelli, Milano, 1998 [1996], Universale Economica 1477 , pag. 225, dim. 125x195x14 mm , Isbn 88-07-81477-3
OriginaleEl balneario [1986]
TraduttoreHado Lyria
LettoreRenato di Stefano, 1998
Classe narrativa spagnola
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Pagina 11 [ inizio libro ]

«I trigliceridi, un disastro. Un disastro dovuto all'aumento degli zuccheri; superare la frontiera del colesterolo cattivo, e lasciarsi alle spalle quello buono. Non parliamo dei lipidi. Se non cambia sistema, lei è una bomba a orologeria suicida."

"Sono venuto soltanto per purificarmi qualche giorno. Due settimane di purificazione mi consentiranno altri dieci anni di peccati."

"Le piacerebbe. Poco prima che se ne vada le faremo un altro esame del sangue e tutti i valori pericolosi saranno scesi. Ma se torna a fare la vita di prima, fra tre mesi si troverà di nuovo sull'orlo dell'abisso."

"La pensiamo diversamente sulla vita. Che ne pensa del baccalà al pil-pil?"

"Che roba è?'

"Un piatto spagnolo. Basco."

"Spero che il baccalà sia fresco."

"No. Baccalà salato messo ammollo, cucinato con olio e aglio. Si agita ben bene la pentola sul fuoco perché la gelatina che butta la pelle del pesce produca un'emulsione."

"Poco olio."

"Tanto olio."

"Che orrore!"

Il dottor Gastein allontana con le mani la tentazione del piatto immaginario. Sembra un modello maschile di magra eleganza, prodotto di una dieta vegetariana, incorniciato dalla finestra spalancata sulla pace silente del giardino subtropicale della valle del fiume Sangue.

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Pagina 16

"Lei si trova qui per colpa del suo fegato. Ha bevuto molto."

"Ho vissuto molto."

"Vivere è bere?"

"Perché no?"

"Non se la caverà tanto facilmente qui da noi, se non parte da una filosofia meno autodistruttiva. E' possibile ingannare il proprio corpo finché si è giovani, nel senso biologico della parola. Lei è ancora giovane, ma nel senso statistico. E' giovane perché le rimangono altri venticinque o trent'anni di speranza di vita, nel senso statistico della speranza. Ma non ci si può più consentire troppi bagordi. Si domandi: Perché sono qui? E si risponda sinceramente: Perché ho paura del mio corpo. Perché ho paura di me stesso."

E paura di venire disprezzato. La resa della volontà al primo agente di salvezza che gli stregoni decidano di proporre. Può darsi che le esperienze più eccitanti, così totali e agrodolci, riservate ai ricoverati siano i clisteri, eufemismo che occulta la vecchia pratica della lavativa; e farsi pesare tutte le mattine, appena alzati, in mutandine le donne e in slip gli uomini. Il clistere riporta ai tempi delle vecchie minacce infantili, alla scoperta del dolore: iniezioni, vaccini, cataplasmi, senapismi contro il catarro. E il giorno del clistere ha qualcosa di un rituale infantile e morale, annunciato fin dall'alba dalle infermiere che indicano con la punta della biro la fatale prescrizione e guardano il paziente come se la sua faccia cominciasse già a diventare un culo. Oggi le facciamo un bel clistere. Ed è li, sul lavandino, il ricettacolo che conterrà l'acqua purificatrice dei visceri fecali e la cannula che aprirà implacabile un varco attraverso la porta stretta disegnata dalla natura per essere esclusivamente di uscita e che la medicina e la sessualità hanno trasformato in porta battente. Arriverà l'infermiera con una voce canterina a dissuadere dai terrori, armeggerà sul lavandino mentre il paziente comincia a offrire il culo all'ignoto con l'ano non meno chiuso dell'immaginazione e con la dignità faccia al muro. E il dado sarà tratto quando la donna si avvicinerà al letto sovrastandolo come una minaccia vista dalla prospettiva dell'insetto che sta per essere inculato. Ed è fatta. Una rasposità dimenticata si affaccia sul labirinto delle putrefazioni finali e comincia a pisciare nell'intimità del corpo con il pretesto di ripulirlo da aderenze invecchiate. Il tempo pesa come una borsa piena di acqua sporca e il cervello lotta con gli sfinteri per evitare che si aprano ed esibiscano la vergogna fuori tempo e fuori luogo. Consapevole di questa tensione dialettica tra cervello e culo, l'infermiera annuncia che sta per ritirarsi, per scansare gli spruzzi che, se la colpissero, accetterebbe con una precisa professionalità che preferisce non sprecare. Tutto qui. Il paziente chiude gli occhi e chiude allo stesso tempo tutti i buchi del corpo quasi a cercare l'essenzialità stessa dell'orifizio nella rappresentazione simbolica del punto. Tutto qui. Si ritira la voce canterina dell'infermiera e sul letto rimangono la violazione, le budella piene di acque scombussolate in cerca di una via di uscita e il cervello colpito dalla conferma del sospetto che non siamo nulla, avvalorato quando tre, quattro, cinque minuti più tardi, le acque trovano la loro via di uscita e il paziente è costretto a raggiungere di corsa la tazza del gabinetto e svuotare il sud del corpo e dell'anima, con lo spirito diviso a metà tra approssimazioni dei dolori del parto e il gusto che si prova liberandosi del peggio di se stessi. E se questa è l'esperienza più critica per l'immagine che abbiamo di noi stessi, la più eccitante è la pesatura di prima mattina. Qualcosa di simile ad aspettarsi dei bei voti dopo aver ubbidito pedissequamente alle norme stabilite. Perdere peso per i grassi e guadagnarlo per i magri. Mantenere la pressione nei valori stabiliti. In piedi sulla bilancia o con il laccio intorno

[...]

 


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