Copertina
Autore Manuel Vázquez Montalbán
Titolo L'uomo della mia vita
EdizioneFeltrinelli, Milano, 2000, I Canguri , pag. 232, dim. 140x220x17 mm , Isbn 88-07-70129-4
OriginaleEl hombre de mi vida [2000]
TraduttoreHado Lyria
LettoreRenato di Stefano, 2001
Classe narrativa spagnola , gialli
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Pagina 11

Quando Charo scoppiò a piangere, Carvalho capì che erano passati sette anni e che probabilmente lei non era più la stessa persona. La Charo di prima avrebbe pianto a dirotto, quella d'ora recitava, sentiva le lacrime, ma recitava nella cornice di una drammaturgia previamente immaginata. Lo scenario era quello di sempre, l'ufficio di Carvalho. Anche Biscuter era lo stesso. Carvalho non si era permesso la benché minima automodifica negli ultimi trent'anni. Charo. Charo sì che era cambiata. Anche se nel 1992 quando se n'era andata, non era più una ragazza, riusciva tuttavia a sembrarlo; ora poteva essere presa per una signora benestante rientrata dopo una lunga assenza in cui aveva mutato condizione sociale e silhouette. Un po' più grossa. Non tanto. Forse l'ovale del viso si era arrotondato, aveva più guance che zigomi, meno occhiaie, come se avesse riposato sette anni per smaltire la stanchezza di una vita troia, definizione perfetta nel suo caso.

"E proprio bella."

Esclamò Biscuter che, lui sì, piangeva, e lo faceva come sempre, con gli occhi e la punta del naso. Adesso entrambi guardavano Carvalho regalandogli o richiedendogli emozioni che lui non provava.

Aveva bisogno di restare solo con Charo per capire se desiderava davvero quel nuovo incontro. Recuperare uno spazio per loro due e verificare se si presentavano gli atti riflessi del passato e Charo ridiventava necessaria. Ma lo infastidiva Biscuter in veste di testimone e insieme regista che gli suggeriva le battute. Charo indicò il detective cercando la complicità di Biscuter.

"Come se fosse arrivata una cugina dal paese."

"Il capo è emozionato, ma a modo suo."

Per un momento Carvalho pensò di dire qualcosa che aiutasse a creare un'atmosfera festosa, bentornata a casa, per esempio, ma scartò frasi liriche ed epiche una dopo l'altra e quasi gli venne da ridere quando gli passò per la mente di pronunciare: da queste pareti ti contemplano sette anni di solitudine. Per fortuna si trattenne e infine coordinò abbastanza suoni e silenzi per dire:

"Quando torni ad Andorra?".

Fu stupore quel che si scambiarono gli sguardi di Charo e Biscuter.

"Mi sta cacciando via!"

Biscuter diede una manata in aria come se cercasse di raccogliere le parole perché quelle di Carvalho non arrivassero alle orecchie di Charo e viceversa. Ma ormai era inutile. È stato un malinteso, pensò Carvalho, e devo chiarirlo, ma gli seccava esserne costretto e preferì ringraziare Charo di qualcosa.

"Grazie del radioregistratore che mi hai spedito anni fa."

"Ad Andorra sono molto convenienti."

Doveva sacrificare Biscuter per poter parlare con Charo.

"Devi andare all'ufficio di Fuster per farti dare certe carte che io non posso ritirare."

La gioia tornò sul viso di Biscuter, convinto che una volta da soli Carvalho e Charo avrebbero trovato modo di riavvicinarsi, e in due minuti si congedò e alzò i tacchi, lasciando sulla guancia sinistra di Charo un bacio col risucchio, più da muso animale che da bocca umana, e la donna si mise in piedi e si lisciò la gonna sulle cosce mentre i due uomini si prepararono all'uscita di scena. Charo prese la borsetta e affrontò Carvalho, gli andò incontro, gli prese un braccio, attirò l'uomo a sé e gli baciò le labbra in superficie, ma in modo umido, denso, rumoroso. Il bacio aveva risuonato. Luomo e la donna si guardavano. Lo sbattere della porta che si chiudeva dietro Biscuter li separò, come se i due corpi temessero di restare tanto vicini da soli.

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Pagina 13

Uscì in strada con il malumore riposto in una piega del cervello, forse non tanto ben riposto, tant'è che spesso si fermava a domandarsi: Perché sei incazzato?, e non tardava a rispondersi: La tizia del fax. Con il biglietto da visita di Charo tra le dita cercò sulla guida dove si trovava la boutique di dietetica e cosmetica naturale: nella Villa Olímpica. Carvalho vi si incamminò con voglia di rileggere la città, di riconciliarsi con la volontà di Barcellona di trasformarsi in una città pastorizzata, nonostante l'odore di gamberi fritti che risaliva dalle metastasi dei ristoranti della Villa Olímpica. Non ci saranno abbastanza gamberi nei mari di questo mondo per soddisfare la domanda di Barcellona e mutare gli odori di polvere da sparo, ascelle e inguini della città dei peccati facendoli puzzare di deodoranti al pino silvestre e gamberi alla piastra. Ogni metafora della città era diventata inservibile: non era più la città vedova, vedova del potere, perché questo potere ora lo aveva acquisito mediante le istituzioni dell'Autonomia; non era più nemmeno la Rosa di Fuoco degli anarchici, perché la borghesia aveva definitivamente vinto con il sistema di cambiare nome: adesso si faceva chiamare il "settore emergente". E come si può mettere una bomba o alzare una barricata contro il "settore emergente"? Barcellona era diventata una città bella ma senz'anima, come certe statue, o forse aveva un'anima nuova che Carvalho inseguiva nelle sue passeggiate fino ad ammettere che forse l'età non gli consentiva più di scoprire lo spirito dei nuovi tempi, lo spirito di quel che alcuni pedanti chiamavano "il postmoderno", e che Carvalho pensava come un tempo sciocco tra due tempi tragici. Ma si stava innamorando di nuovo della sua città, e doveva soprattutto trattenere la tendenza a sentirsi soddisfatto mentre discendeva le Ramblas, usciva sul porto e seguendo il Moll de la Fusta iniziava un percorso accanto al mare in cerca della Barceloneta e della Villa Olímpica. Nonostante le nuove costruzioni di centri del commercio e dell'ozio, il mare gli apparteneva, finalmente si integrava come uno dei quattro elementi della città: Gaudí, i gamberi alla piastra, la Torre delle Comunicazioni di un certo Foster, un architetto con l'aereo privato sposato con una sessuologa spagnola, e il mare.

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Pagina 76

"Avevo chiesto un incontro a quattr'occhi con lei. Nessuno m'aveva parlato di un veglione di fine estate."

"Non è un veglione in senso stretto. Mentre le nostre famiglie e i nostri subalterni se ne stanno di sopra a godersi la festa, noi discutiamo i problemi della situazione. Non è una battaglia innocente, signor Carvalho, e i nostri servizi di informazione ci avvertono che corriamo il rischio di un'altra provocazione in breve tempo."

"Provocazione cui risponderete uno di questi giorni, suppongo. Non so se mi diverta o mi annoí il carattere corale che sta prendendo questa commedia, forse soprattutto mi diverte. Ho bisogno di un colpevole con una faccia. Devo tornare dalla mia cliente per dirle che suo figlio è stato ucciso da una persona ben precisa, e che questa persona è stata uccisa a sua volta da questa o quest'altra."

"Tutto qui? Non si potrà mai dimostrare da chi è partito l'ordine. Invece, la prima cosa che ha chiesto è fattibile, basta che lei la smetta di ficcare il naso nelle nostre faccende. Sappiamo come si muove, Carvalho, e ci pare che stia entrando in territori che non conosce."

"Ho notato che tutti fanno parte di qualche setta. Le sette sono di due tipi, quelle distruttive, come le sataniche, e quelle costruttive, come la vostra o la Chiesa cattolica o l'Opus Dei."

Le maschere si guardavano reciprocamente, solo Pérez i Ruidoms non guardava nessuno. Le maschere cominciarono a bisbigliare in una lingua che a Carvalho parve ancor più esotica dello stesso coreano, sempre supponendo che avesse mai sentito parlare in coreano. Pérez aveva gli occhi fissi su un frammento di penombra: era assorto e preoccupato. Poi li volse su Carvalho e dalla bocca gli uscì un'oratoria fredda e incalzante.

"Riassunìiamo. La nostra non è propriamente una setta, ma un club di amici e simpatizzanti della memoria di Frederic Hayeck, un nome che a lei non dirà niente ma che è stato uno degli uomini di maggior rilievo di questo secolo, uno dei suoi ideologi e strateghi più eminenti. Nel 1947 riunì una serie di esperti e politici sul Monte Pellegrino, in Svizzera, e insieme vi tracciarono le strade maestre per la ricostruzione dell'orgoglio capitalista di fronte alla valanga marxista e keynesiana che stava per schiacciare la libertà di iniziativa, la libertà più preziosa dell'uomo. Oggi si possono trovare club in onore di Hayeck in tutto il mondo, club che segnano la geografia della resistenza e della riconquista in prima istanza, e ora anche la vittoria contro le tenebre marxiste e keynesiane. Monte Pellegrino non è che questo."

Un'altra maschera si alzò per declamare, come se si trattasse della poesia di Natale:

"Due spettri si aggirano per l'Europa, il comunismo e il keynesismo, ed entrambi cercano di irretire lo spirito di iniziativa del genere umano, lo spirito che ha fatto deLl'uomo l'essere egemonico della creazione! Il comunismo può solo portarci all'egemonia del porco e il keynesismo a quella dei batterI!".

Carvalho approvò con il capo lo stile del vate e si chinò verso Pérez i Ruidoms perché soltanto lui lo udisse.

"Che cosa c'entra Monte Pellegrino con Región Plus?"

Per la prima volta la maschera vivente perse la compostezza e si chinò a sua volta per rispondere a Carvalho senza che gli altri sentissero.

"Ha ragione. Dobbiamo parlare a quattr'occhi."

Poi Pérez i Ruidoms battè le mani una volta sola, ottenendo di far tacere ogni possibile mormorio dei presenti.

"Signori, toglietevi le maschere."

Così fecero, e nessuno di quei volti tradì l'appartenenza a qualcosa in grado di appartenere esclusivamente a un individuo. Uno di loro domandò con accento cubano:

"Senta, a che ora servono il caffè?".

Un altro andò più lontano e chiese con tutta l'impertinenza di cui fu capace:

"Mamma! Dimmi cosa vuole il negro!".

"Facciamola finita! La Russia è colpevole! L'Eta è colpevole."

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Pagina 100

Nell'ufficio immigrazione della Caritas Delmira Mata i Delapeu si fa ancora chiamare Delmira Rius, non utilizza il suo altro cognome, Casademont, e nemmeno la congiunzione copulativa. Carvalho provò un certo sollievo nel non dover trascinare tante parole. Delmira arrivò con le mani piene di cartelle, gli occhiali pendenti sul petto e l'aria assente, per cui tardò a entrare in sintonia con Carvalho. Le era stato affidato l'incarico di tutelare i bambini del Maghreb che vagavano per le strade di Barcellona dopo essersi introdotti illegalmente nel paese, e altri figli di
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