Copertina
Autore Enrique Vila-Matas
Titolo L'assassina letterata
EdizioneVoland, Roma, 2004, intrecci 34 , pag. 106, cop.fle., dim. 145x205x8 mm , Isbn 88-88700-29-3
OriginaleLa asesina ilustrada [1977]
CuratoreDanilo Manera
TraduttoreDanilo Manera, Elisabetta Pagani
LettoreGiovanna Bacci, 2004
Classe narrativa spagnola
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Indice

Prologo                                     9

Lettera a Vidal Escabia per presentargli
L'assassina letterata                      21

La prima nota scritta da Ana Caf˝izal      25

L'assassina letterata                      49

Le rimanenti note di Ana Caf˝izal          61

Supplemento                                87

Postfazione di Danilo Manera               93

 

 

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Pagina 11

Sono così mischiate e intrecciate nella mia vita le occasioni di riso e di pianto, che mi è impossibile ricordare senza buonumore il doloroso incidente che mi ha spinto alla pubblicazione di queste pagine.

Si è verificato l'anno scorso, in un vecchio hotel di Brema, mentre ero alla ricerca di Vidal Escabia. Attraverso un labirinto di corridoi, ero arrivata al 666, il numero della sua camera, e siccome la porta era socchiusa e nessuno rispondeva alle mie chiamate, alla fine l'ho spinta e sono rimasta a guardare nel buio, alleggerito soltanto dalla pallida luminosità che filtrava dai finestroni. L'angolo di un tavolo brillava timidamente, e dietro si poteva scorgere un fagotto caduto sul tappeto. Ho trovato l'interruttore della luce e si è acceso un lampadario di cristallo appeso al soffitto. Vidal Escabia era lì, ai piedi del tavolo, e mi guardava con gli occhi sbarrati. Era morto.

Ho osservato minuziosamente la scena e la mia attenzione si è subito focalizzata sul grande tappeto. Accanto al corpo dello scrittore, tra le macchie di sangue, all'altezza dei suoi impeccabili mocassini rossi, c'era una minuscola pistola e, lì vicino, la busta sigillata che due giorni prima gli avevo mandato per posta. La busta conteneva il manoscritto originale di L'assassina letterata, le note redatte da Ana Caf˝izal e una lettera di presentazione firmata da me. Ho pensato di riporre gli scritti nell'ampia tasca del mio cappotto, ma subito dopo ho ragionato con calma e ho finito per comportarmi nel modo più consueto in questo tipo di situazioni: ho lasciato tutto com'era e ho lanciato due urla, molto femminili e francamente raccapriccianti, che hanno svegliato l'intero hotel. Erano le sette del mattino. Il giorno dopo, il medico legale certificava che Vidal Escabia si era suicidato. Mi è stato permesso di recuperare gli scritti che gli avevo spedito, e così si è concluso il mio primo e ultimo incontro con Vidal Escabia.

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Pagina 28

╚ stato quel giorno e a quell'ora che l'ho conosciuto.

Un amico comune mi aveva invitato a sedere al tavolo abituale dello scrittore. Mi sono presentata io stessa a lui con un laconico saluto. Mi ha guardato per un istante, ha sorriso con una certa cordialità e ha continuato a seguire la discussione che aveva luogo intorno al tavolo. Poco dopo mi ha guardato di nuovo. Ha voluto sapere perché non avessi ordinato niente. Ho risposto che avevo già mangiato in albergo, sicché mi sarei accontentata di un buon boccale di birra. Mi ha raccomandato di tenermi il più lontano possibile da quella discussione da tavola imbandita, che ha etichettato come "banale". Io credo che fosse più che altro noiosissima, perché, poco dopo essermi seduta, mi venne un gran sonno. La conversazione si vivacizzava solo quando Herrera interveniva per contraddire, in tono ironico e quasi sempre beffardo, qualche ragionamento che, per l'intollerabile pesantezza dell'esposizione, lo infastidiva profondamente. Terminato il pranzo, a poco a poco tutti i commensali si sono dileguati, finché sono rimasta sola con Herrera. Ci siamo scambiati, credo, un paio di battute strampalate sul tè cinese, disinteressandoci poi subito dell'argomento. Ho deciso allora di non girare più intorno alla questione e gli ho spiegato che mi trovavo a Parigi perché mi avevano affidato la prefazione alla prima edizione di Burla del destino, le sue memorie. Superati i momenti di incredulità simulata - sapeva perfettamente che il suo agente aveva già venduto i diritti di Burla del destino alla casa editrice per la quale lavoro -, si è stupito del fatto che scrivessi prefazioni essendo così giovane, mi ha sorriso e ha finito per stringermi la mano con un gesto deliberatamente comico. Mi ha offerto ogni tipo di agevolazioni affinché potessi portare a termine il mio lavoro. "Si tratta proprio di questo," ho detto, "è il motivo per cui sono qui: volevo conoscerla." E ho aggiunto timidamente: "╚ il migliore aiuto che mi può dare per la prefazione: permettermi di conoscerla un po"'. Mi ha chiesto che età avevo. "Venticinque anni," ho risposto con una certa disinvoltura. Ha cominciato a pulire il fornello della pipa e, senza alzare gli occhi dal tavolo, mi ha consegnato le chiavi di una piccola abitazione situata in un angolo del giardino di casa sua.

La mattina seguente, dando per conclusa la mia permanenza all'hotel Taranne, ho trasferito il mio bagaglio nella nuova residenza. Era una splendida mattinata di primavera e il sole penetrava nei cortili grigi e rossi che si succedevano in forma simmetrica rispetto all'entrata della casa dello scrittore. Tra i cortili, c'erano dei pezzetti di giardino: zone di prato verde e gruppi di cedri e aiuole di fiori chiari, il tutto circondato dalla massiccia curva di un muro che arrivava fino all'ingresso di quella grande dimora che, circondata da alberi e statue, lasciava intravedere un'ordinata successione di corridoi e stanze. Oltre i finestroni dell'ultima stanza, tra gli ultimi cedri e le ultime aiuole, si trovava la costruzione che mi era stata destinata. Mi ci sono installata e sono andata a fare colazione con Herrera, all'ombra del grande porticato.

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Pagina 55

E allora ricordò un episodio della sua vita: un giorno, da bambino, era entrato senza preavviso nella stanza di sua sorella e l'aveva sorpresa nuda davanti allo specchio. Arianna, che aveva il doppio dei suoi anni, si era infuriata e con crudeltà lo aveva duramente punito. Gli aveva legato mani e piedi e lo aveva flagellato con forza fino a vedere il sangue scorrere sul suo piccolo corpo. Aveva accettato poi di slegarlo all'esplicita condizione che, inginocchiatosi davanti a lei, le baciasse i piedi e la ringraziasse del castigo ricevuto. Così aveva fatto e allora, sotto la frusta e chino di fronte all'incredibile bellezza di sua sorella, si era accesa in lui per la prima volta una sensazione di piacere e godimento strettamente legata alla scoperta della donna. Aveva sempre creduto che quell'episodio si sarebbe pian piano cancellato dalla sua memoria, ma si sbagliava. Perché non aveva altro desiderio se non quello di rincontrare sua sorella morta e trovarsi di nuovo circondato dalle mura di allora; sentire che Arianna continuava a chiamarlo con quel tono di voce che, dai tempi delle lunghe febbri dell'infanzia, gli era così familiare.


Quella notte comprese che, lontano dalla voce che lo chiamava dolcemente, si sentiva perduto e piombava nella disperazione. Arianna l'aveva lasciato un giorno in cui, nel precipitare degli eventi, aveva rinunciato alla vita ubriacandosi fino a scoppiare e crollare morta sulla poltrona su cui lui si era seduto a osservarla, ammutolito per lo sgomento e la sorpresa di fronte all'ultimo spettacolo che lei gli riservava. Cominciò a immaginare di vederla emergere dal fondo dello specchio del suo studio: lei lo chiamava dolcemente come un tempo e lo teneva tra le braccia qualche istante. Quando immaginava tutto questo, desiderava in realtà dimenticarsi di me. Io ero dietro di lui e lo osservavo. Lui era seduto di schiena, con i gomiti e gli avambracci appoggiati sul piano di un tavolo e la testa immobile. Si alzò, chiuse le tende e si diresse verso lo specchio. Si contemplò a lungo e, nell'angolo inferiore dello specchio, gli parve di vedere l'ombra di un personaggio che gli volava accanto. Quel personaggio aveva il mio volto. Due ali, grandi e aperte, mi coprivano quasi per intero trasformandomi in una nuvola. Allontanò immediatamente quell'immagine, attribuendola alla stanchezza.


Ma, nel coricarsi, avvertì una scossa e credette di essere trasportato da una nuvola in volo sopra città che, all'inizio, gli risultarono familiari: Parigi, Londra, Amsterdam... In seguito, vennero paesaggi sconosciuti: grandi masse di terra nera molto scura, oceani di un blu estremamente intenso, vulcani in eruzione. Girò e rigirò la testa e gli sembrò che fosse sul punto di esplodere. Provò panico vedendo che si stava allontanando sempre di più dalla terra e che quest'ultima assumeva la forma di una piccola sfera di cristallo che più tardi si trasformò in una palla di fuoco e infine divenne una locomotiva che avanzava senza cavalli in mezzo a una grande distesa blu che girava sui suoi poli intorno al Sole. Poi la superficie divenne rosa e tutto si tramutò in un vasto deserto di sabbia calda. Presto, molto velocemente, superò la Luna, un piccolo disco di luce brillante e gelatinosa, e allora si mise in piedi sul letto tentando di riprendersi, cercando il proprio volto nello specchio, ma senza riuscire, malgrado gli sforzi, ad arrestare il viaggio. Il suo volto era invecchiato e si trovava su un grande palcoscenico.

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Pagina 75

Ho aperto gli occhi e mi sono svegliata lentamente dal sogno. Era ancora notte. Mi sono messa seduta sul letto e ho acceso la luce. Tra le tende ho visto, nello specchio, un'ombra scivolare via in fondo alla stanza. Alle mie spalle, immobile di fianco a un armadio, si è disegnata una figura femminile che conoscevo bene, ma che adesso aveva uno strano pallore. I suoi occhi mi guardavano fissi e silenziosi, come se fossero morti. Sono rimasta pietrificata, senza forze per voltarmi né per schivarla. Ho chiuso gli occhi, e quando li ho riaperti la sagoma era scomparsa. Ho cercato di calmarmi e sono andata nello studio. Per un po' mi sono dedicata a rivedere le mie note. Si è alzato un vento che soffiava lamentoso e si scagliava incessantemente contro la casa e, di quando in quando, lasciava udire gemiti così strazianti che ho finito col riempirmi di paure, credendo di sentire la voce di Herrera. Più volte ho maledetto Elena per essersi compiaciuta nel mantenere viva in me la fiamma del mistero. Il vento e le voci mi riempivano di spavento.

Non è stata suggestione: guardando distrattamente l'arazzo in cui era rappresentata una veduta frontale della casa e del giardino, mi sono accorta improvvisamente di un dettaglio che fino ad allora non avevo notato: una macchia nera in un angolo della tela: una testa d'uomo, o di donna, con la schiena rivolta verso di me. Mi sono meravigliata di non averla vista prima, perché ero convinta che sull'arazzo non ci fossero figure umane. Più tardi mi sono alzata per andare in bagno e, mentre tornavo nello studio, in casa è saltata la corrente elettrica. Ho acceso una candela e di nuovo l'arazzo ha richiamato la mia attenzione. Nel vederlo, sono stata sul punto di lasciar cadere a terra la candela e credo che, se fossi rimasta totalmente al buio, sarei impazzita dalla paura. Non avevo dubbi; per quanto possa sembrare impossibile, era proprio così: al centro dell'arazzo, davanti alla casa, dove fino ad allora non avevo mai visto nulla, c'era una figura avvolta in un mantello nero che avanzava verso l'edificio.

Inorridita, ho pensato che la cosa migliore da fare fosse uscire in strada e lasciarmi accarezzare dal vento fresco dell'alba. Ho percorso l'intero quartiere, deserto a quell'ora. Quando sono rientrata in casa, avevo avuto tempo a sufficienza per riflettere sull'intera faccenda e quindi scartavo ormai l'ipotesi che la vista, o la ragione, non mi funzionassero del tutto bene. Ricordo che sono salita nello studio e ho riguardato l'arazzo, e l'ho fatto con aria di sfida, nascondendo i miei timori. La figura era scomparsa, ma ora c'era uno sgorbio nero vicino alla finestra rotta della cucina, come se la figura stesse cercando di entrare in casa. Mi sono seduta al tavolo dello studio e ho cercato di distrarmi lavorando a lungo alla prefazione. Quando a mezzogiorno ho di nuovo esaminato l'arazzo, ho visto che non era cambiato nulla: la figura era ancora lì, appostata vicino alla finestra rotta. Ho concluso di essermi lasciata trasportare dal nervosismo: doveva trattarsi di una semplice macchia. Mi sono messa a ridere da sola e sono uscita a mangiare. Tutti quelli che hanno ascoltato il racconto dei fatti che mi hanno turbata sono scoppiati a ridere, e anch'io con loro. Nessuno si è preoccupato, né è sembrato stupirsi per quello che raccontavo; ho potuto constatarlo per la mia tranquillità.

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