Copertina
Autore David Foster Wallace
Titolo Infinite Jest
EdizioneFandango, Roma, 2000, Mine vaganti , pag. 1434, dim. 150x210x68 mm , Isbn 88-87517-10-X
OriginaleInfinite Jest
EdizioneLittle Brown and Co., USA, 1996
TraduttoreEdoardo Nesi, Annalisa Villoresi, Grazia Giua
LettoreRenato di Stefano, 2001
Classe narrativa statunitense
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Pagina 9

ANNO DI GLAD


Siedo in un ufficio, circondato da teste e corpi. La mia postura segue consciamente la forma della sedia. Sono in una stanza fredda nel reparto Amministrazione dell'Università, dei Remington sono appesi alle pareti rivestite di legno, i doppi vetri ci proteggono dal caldo novembrino e ci isolano dai rumori Amministrativi che vengono dall'area reception, dove poco fa siamo stati accolti io, lo zio Charles e il Sig. deLint.

Sono qui dentro.

All'altro lato di un grande tavolo in legno di pino che splende della luce del mezzogiorno dell'Arizona tre facce sono materializzate sopra giubbotti sportivi leggeri e Windsor a mezze maniche. Sono tre Decani - Ammissione, Affari Accademici e Affari Atletici. Non so attribuire le facce.

Credo di sembrare un tipo normale, forse perfino simpatico, anche se mi hanno consigliato di apparire il più normale possibile, e di non provare nemmeno a fare quella che a me parrebbe un'espressione simpatica o un sorriso.

Ho deciso di incrociare le gambe come si deve, con attenzione, caviglia sul ginocchio e mani riunite in grembo. Tengo le dita intrecciate e mi sembrano diventare una serie di X vista allo specchio. Il resto delle persone presenti nella sala include: il Direttore di Composizione dell'Università, l'allenatore di tennis, e il prorettore dell'Accademia, il Sig. A. deLint. C.T. è accanto a me; gli altri sono rispettivamente seduto, in piedi, in piedi, alla periferia del mio campo visivo. L'allenatore di tennis giochicchia con degli spiccioli. C'è qualcosa di vagamente digestivo nell'odore della stanza. La suola ad alta trazione della mia Nike regalatami dalla Nike è parallela al mocassino fremente del fratellastro di mia madre, qui nel suo ruolo di Preside, seduto anche lui davanti ai Decani a quella che spero sia la mia destra.

Il Decano sulla sinistra, un uomo magro e giallognolo il cui sorriso fisso ha la precarietà delle cose impresse su materiale non-cooperativo, fa parte di un tipo di personalità che di recente ho imparato ad apprezzare; è il tipo che, raccontando per me, a me, la mia versione dei fatti, allontana la necessità di una qualunque risposta da parte mia. Ha davanti a sé una pila di fogli scritti al computer appena passatigli da un Decano spelacchiato al centro, sta praticamente parlando a quelle pagine e sorride.

"Lei è Harold Incandenza. diciott'anni, conseguirà la maturità di scuola superiore approssimativamente entro un mese da oggi, attualmente frequenta l'Enfield Tennis Academy di Enfield, nel Massachusetts, il collegio presso cui risiede." Ha degli occhiali da lettura rettangolari, a forma di campo da tennis, con le righe in cima e in fondo. "Lei è, secondo l'Allenatore White e il Decano [incomprensibile], un giocatore di tennis juniores classificato a livello regionale, nazionale e continentale; un potenziale atleta di livello O.N.A.N.C.A.A., una grande promessa. È stato contattato dall'Allenatore White attraverso uno scambio di corrispondenza con il qui presente Dott. Tavis a partire dal... febbraio di quest'anno." Una volta letta, la pagina in cima alla pila viene metodicamente messa in fondo al mazzo. "Lei vive alla Enfield Tennis Academy dall'età di sette anni."

Sto cercando di capire se posso correre il rischio di grattarmi il lato destro della mascella, dove ho una cisti sebacea.

"L'Allenatore White fa presente ai nostri uffici di tenere in alta considerazione i programmi e i risultati conseguiti dall'Enfield Tennis Academy, dice che la squadra di tennis dell'Università dell'Arizona ha tratto beneficio dall'aver immatricolato in passato numerosi ex studenti E.T.A., uno dei quali è un certo signor Aubrey F. deLint, che sembra essere qui con lei, oggi. L'Allenatore White e il suo staff ci hanno convinto-"

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Non per niente Orin diceva che quaggiù la gente non fa altro che muoversi in branco da un posto con l'aria condizionata all'altro. Il sole è un martello. Sento che un lato della mia faccia sta cominciando a cuocere. Il cielo blu è lucido e gonfio di caldo, pochi cirrì sottili sfumano in ciocche vaporose. Il traffico non ha niente a che vedere con quello di Boston. La barella è del tipo speciale, con le cinghie. Lo stesso Aubrey deLint, che per anni avevo considerato una specie di mediocre soldataccio, si è inginocchiato accanto alla barella a tenermi la mano legata e mi ha detto "Sta' lì tranquillo, campione", prima di tornare nella mischia con gli amministrativi agli sportelli dell'ambulanza. È un'ambulanza speciale, e preferisco non sapere da dove sia stata mandata. A bordo, oltre ai paramedici, c'è anche una qualche specie di psichiatra. Gli assistenti mi sollevano con gentilezza e si vede che hanno familiarità con le cinghie. Il Dottore, la schiena appoggiata alla fiancata dell'ambulanza, gesticola pacatamente cercando di mediare tra i Decani e C.T., che continua a dare pugnalate verso il cielo con l'antenna del cellulare, ed è oltraggiato dal fatto che, senza alcuna ragione, io venga portato in ambulanza in qualche Pronto Soccorso, contro la mia volontà e i miei interessi. Viene dibattuta su due piedi la questione se le persone con danni cerebrali ce le abbiano o no una volontà e degli interessi, mentre una specie di caccia supersonico troppo in alto per esser udito affetta il cielo da sud a nord. Il Dottore alza le mani con calma e fa segno a tutti di calmarsi. Ha una grande mascella blu. All'unico altro pronto soccorso nel quale sono stato portato, quasi esattamente un anno fa, la lettiga psichiatrica era stata parcheggiata accanto alle sedie della sala d'attesa. Queste sedie erano di plastica arancione; tre erano occupate da persone che tenevano in mano dei flaconi di medicinali vuoti e sudavano abbondantemente. E già questo non era molto incoraggiante, ma seduta sull'ultima sedia in fondo, proprio accanto alla mia testa assicurata con le cinghie alla lettiga, c'era una donna in maglietta con la pelle legnosa e un berretto da camionista che aveva cominciato a raccontare, a me steso e legato e immobile, che durante la notte si era ritrovata con un repentino e anomalo gigantismo al seno destro, che chiamava tettina; aveva un accento del Québec quasi parodistico e prima che mi portassero via, mi aveva descritto per venti minuti buoni l'anamnesi e le possibili diagnosi della "tettina". Il movimento e la scia del jet ricordano un'incisione, come se dietro al blu del cielo ci fosse una carne bianca e continuasse ad allargarsi nel solco della lama. Una volta ho visto la parola KNIFE scritta col dito sullo specchio appannato di un bagno non pubblico. Sono diventato un infantofilo. Sono costretto a ruotare in alto o di lato gli occhi chiusi per evitare che la cavità rossa si infiammi per via della luce del sole. Il traffico in costante movimento sulla strada sembra dire "Silenzio, silenzio, silenzio". Quando il sole mi colpisce gli occhi vedo le macchie blu e rosse di quando si guarda una lampadina. "Perché no? Perché no? Perché non no, allora, se tutto ciò che riesce a dire è perché no?" È la voce di C.T. che viene meno per l'indignazione. Ora riesco solo a vedere le magistrali stilettate della sua antenna, al limite destro del mio campo visivo. Mi porteranno in una stanza di un Pronto Soccorso e mi ci terranno finché non risponderò alle domande e poi, quando avrò risposto alle domande, verrò sedato; quindi sarà il contrario del viaggio standard ambulanza-Pronto Soccorso: stavolta prima farò il viaggio e poi perderò conoscenza. Penso brevemente al defunto Cosgrove Watt. Penso al Terapeuta del Dolore ipofalangiale. Penso alla Mami che mette in ordine alfabetico le minestre in scatola nell'armadietto sopra al microonde. All'ombrello di Lui in Persona, appeso per il manico al bordo della scrivania nell'ingresso della Casa del Preside. La caviglia malandata non mi ha fatto male neanche una volta quest'anno. Rivedo John N.R. Wayne - che avrebbe vinto il WhataBurger di quest'anno - fare il palo, mascherato, mentre Donald Gately e io dissotterriamo la testa di mio padre. Non c'è dubbio che Wayne avrebbe vinto. E Venus Williams ha un ranch nella Green Valley, potrebbe benissimo venire a vedere le finali Under 18 Maschili e Femminili. Ne uscirò fuori in tempo per le semi di domani; ho fiducia nello Zio Charles. Il vincitore di stasera sarà quasi certamente Dymphna, che ha già sedici anni ma li compie due settimane prima della data limite del 15 aprile; e Dymphna sarà ancora stanco domani alle 0830h, mentre io, sedato, avrò dormito come un sasso. È la prima volta che affronto Dymphna in torneo, e non ho mai giocato con le palle sonore per i ciechi, ma mi è bastato guardarlo lottare negli ottavi con Petropolis Kahn, e so che è mio.

Comincerà nel Pronto Soccorso, al banco accettazioni se C.T. è in ritardo nel seguire l'ambulanza, o nella stanza con le mattonelle verdi che viene dopo quella con le macchine digitali invasive; oppure, visto che a bordo di quest'ambulanza c'è uno psichiatra, potrebbe perfino cominciare qui, durante il viaggio: il Dottore dalla mascella blu, pulito fino a raggiungere uno splendore antisettico, con il nome ricamato in corsivo sul taschino del camice bianco e una bella penna stilo, comincerà a fare domande al paziente in barella secondo il metodo Socratico, con tanto di eziologia e diagnosi, con ordine e punto per punto. Secondo l'O.E.D. VI, esistono diciannove sinonimi non arcaici di insensibile, nove dei quali di origine Latina e quattro Sassone. La finale di domenica la giocherò contro Stice oppure Polep. Forse di fronte a Venus Williams. Però alla fine, inevitabilmente, sarà qualche addetto non specializzato - un aiuto infermiere con le unghie rosicchiate, una guardia della Sicurezza ospedaliera, un precario Cubano stanco - che, mentre si affanna in qualche tipo di lavoro, guarderà in quello che gli parrà essere il mio occhio e mi chiederà: Allora, ragazzo, che ti è successo?

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Pagina 87

Sto cominciando a capire che la sensazione degli incubi peggiori, una sensazione che si può avere sia nel sonno sia da svegli, è identica alla forma stessa di quegli incubi: l'improvvisa realizzazione intrasogno che l'essenza stessa, il nucleo degli incubi è sempre stato con te, accanto a te,
[...]

 


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