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| << | < | > | >> |IndiceRingraziamenti 9 Introduzione DOPO IL LIBERALISMO 11 Parte prima DAGLI ANNI NOVANTA IN POI: POSSIAMO RICOSTRUIRE? 19 Capitolo primo La guerra fredda e il Terzo Mondo: i bei tempi andati 21 Capitolo secondo Pace, stabilità e legittimazíone: 1990-2025/2050 35 Capitolo terzo Che cosa spera Africa? Che cosa spera il mondo? 55 Parte seconda LA COSTRUZIONE E IL TRIONFO DELL'IDEOLOGIA LIBERALE 77 Capitolo quarto Tre ideologie o una? La pseudobattaglia della modernità 79 Capitolo quinto Il liberalismo e la legittimazione degli Stati-nazione: un'interpretazione storica 97 Capitolo sesto Il concetto di sviluppo nazionale (1917-1989): elegia e requiem 113 Parte terza I DILEMMI STORICI DEI LIBERALI 129 Capitolo settimo La fine di quale modemità? 131 Capitolo ottavo Le insormontabili contraddizioni del liberalismo: i diritti umani e i diritti dei popoli nella gerarchia del sistema mondiale moderno 149 Capitolo nono La geocultura dello sviluppo o la trasformazione della nostra geocultura?167 Capitolo declino L'America e il mondo: oggi, ieri e domani 181 Parte quarta LA MORTE DEL SOCIALISMO O IL CAPITALISMO IN PERICOLO MORTALE? 211 Capitolo undicesimo La rivoluzione come strategia e tattica di trasformazione 213 Capitolo dodicesimo Il marxismo dopo il crollo dei regimi comunisti 223 Capitolo tredicesimo Il crollo del liberalismo 235 Capitolo quattordicesimo Le agonie del liberalismo: che cosa spera il progresso? 253 | << | < | > | >> |Pagina 11Il crollo del muro di Berlino e la conseguente dissoluzione dell'Unione Sovietica sono stati celebrati come la caduta dei comunismi e la crisi del marxismo-leninismo come forza ideologica nel mondo moderno. Ciò è senz'altro corretto. Tali eventi sono stati celebrati anche come il trionfo finale dell'ideologia del liberalismo. Ma questa è una distorsione della realtà. Anzi, furono proprio questi stessi eventi a segnare ancor di più il crollo del liberalismo e il nostro definitivo ingresso nel mondo del «dopo liberalismo». Il presente libro è dedicato allo sviluppo di questa tesi. Si tratta di saggi scritti tra il 1990 ed il 1993, un periodo di grande confusione ideologica, in cui si cominciava a guardare ai nuovi disordini nel mondo con ansie e timori sempre crescenti e non più con l'ottimismo diffuso e ingenuo del passato. Il 1989 è stato da molti considerato l'anno che ha segnato la fine del periodo 1945-1989, ovvero l'anno cruciale per la sconfitta dell'Unione Sovietica nella guerra fredda. In questo libro si dimostrerà che è più corretto considerare il 1989 l'anno conclusivo del periodo 1789-1989, l'era che ha visto il trionfo e il crollo, la nascita e, infine, il declino del liberalismo come ideologia globale - ciò che io chiamo geocultura - del sistema mondiale moderno. Il 1989 verrebbe dunque a segnare la fine di un'era politico-culturale, un'era dai successi tecnologici straordinari, in cui i motti della Rivoluzione francese erano visti dai più come un riflesso certo della verità storica da realizzarsi subito o in un futuro non lontano. | << | < | > | >> |Pagina 21Dobbiamo già sentirci nostalgici? Temo di sì. Siamo usciti dall'era di egemonia degli Stati Uniti nel sistema mondiale (1945-1990) e siamo entrati in un'era postegemonica. Per quanto critica possa essere stata allora la situazione del Terzo Mondo, credo che quelli a venire siano tempi di gran lunga più difficili. Ci siamo lasciati alle spalle un periodo di speranze, senza dubbio di speranze andate spesso deluse, ma pur sempre di speranze. Quello che ci attende sarà un periodo di disordini, di lotte che nascono più dalla disperazione che dalla fiducia. Per usare un vecchio simbolismo occidentale che, date le circostanze, può sembrare fuori luogo, sarà come essere in purgatorio: non si sa dove si andrà a finire. Articolerò il mio discorso in due parti: dapprima un esame del periodo appena trascorso, quindi una proiezione di ciò che, a mio avviso, ci attende insieme a un commento sulle alternative storiche che abbiamo di fronte. Credo che le caratteristiche essenziali del periodo 1945-1990 si possano riassumere in quattro punti. 1) Gli Stati Uniti esercitarono un potere egemonico all'interno di un sistema mondiale unipolare. Questo potere, fondato su straordinari livelli di produttività nel 1945 e su un sistema di alleanze con l'Europa e il Giappone, raggiunse il culmine intorno agli anni 1967-1973. 2) Gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica furono impegnati in un conflitto formale (ma non sostanziale) assai articolato e accortamente contenuto, in cui il ruolo dell'URSS fu di agente subimperialista degli Stati Uniti. 3) Il Terzo Mondo si impose all'attenzione svogliata degli Stati Uniti, dell'Unione Sovietica e dell'Europa occidentale rivendicando i propri diritti con più determinazione e prima di quanto i paesi del Nord del mondo si aspettassero e desiderassero. La sua forza politica e insieme la sua grande fragilità era rappresentata dal credere e sperare nei due obiettivi che si era prefisso: l'autodeterminazione e lo sviluppo nazionale. 4) Gli anni Settanta e Ottanta furono un periodo caratterizzato da una stagnazione economica globale, dall'impegno da parte degli Stati Uniti di far fronte alla crisi che li aveva investiti e dalla sfiducia del Terzo Mondo nelle proprie strategie. | << | < | > | >> |Pagina 232) Analogamente, i rapporti tra Stati Uniti e URSS nascondevano, sotto le apparenze, una realtà diversa. Agli occhi del mondo l'Unione Sovietica e gli Stati Uniti apparivano nemici ideologici, serrati in una guerra fredda che si protraeva non dal 1945 soltanto ma dal 1917. Essi rappresentavano due visioni alternative del concetto di bene sociale, frutto di due interpretazioni discordanti della realtà storica. Strutturalmente si trattava di due paesi diversi e, sotto certi aspetti, profondamente differenti. Inoltre, entrambi ribadivano a gran voce la profondità di questo divario ideologico appellandosi a gruppi e nazioni affinché si schierassero da una parte o dall'altra. Si ricordi a questo proposito la famosa frase di John Foster Dulles: «La neutralità è immorale». Affermazioni analoghe furono fatte anche da leader sovietici.Ciò nondimeno la realtà politica era alquanto diversa. Si era tracciata una linea in Europa, all'incirca dove le truppe americane e sovietiche si erano incontrate alla fine della seconda guerra mondiale. Ad est di questa linea si trovava la zona di influenza sovietica. Gli accordi presi a quell'epoca tra Stati Uniti e URSS sono noti a tutti e, del resto, piuttosto semplici. All'interno della propria zona di influenza, ovvero nell'Europa dell'Est, l'Unione Sovietica poteva fare ciò che voleva (cioè creare dei regimi satellite). A due condizioni. Prima di tutto l'impegno reciproco a mantenere la pace assoluta tra gli Stati dell'Europa e ad astenersi da qualunque tentativo di sovvertire o modificare i governi dell'altra zona. Secondariamente, l'URSS non doveva né sperare né ottenere aiuti per la ricostruzione da parte degli Stati Uniti. L'Unione Sovietica avrebbe potuto prendere ciò che poteva dai Paesi dell'Europa dell'Est, mentre il governo americano avrebbe concentrato le proprie risorse economiche (vaste ma non illimitate) nel resto dell'Europa. | << | < | > | >> |Pagina 24L'Unione Sovietica può essere considerata una potenza subimperialista degli Stati Uniti in quanto servì a garantire ordine e stabilità all'interno della propria zona di influenza creando di fatto le condizioni perché gli Stati Uniti mantenessero l'egemonia sul mondo intero. La ferocia stessa di questa battaglia ideologica che, in sostanza, non fu poi così significativa, ebbe per gli Stati Uniti una grande importanza politica (che non mancò di avere anche per la leadership dell'Unione Sovietica). Vedremo più avanti in che modo l'URSS servì da scudo ideologico per gli Stati Uniti pure nelle vicende del Terzo Mondo.| << | < | > | >> |Pagina 35| << | < | > | >> |Pagina 37I meccanismi della trasformazione sono le fasi cicliche, di cui le più significative sono due. I cicli di Kondratieff hanno approssimativamente una durata di cinquanta, sessant'anni. Le fasi A rappresentano, in sostanza, il periodo di tempo in cui si possono proteggere monopoli economici di particolare rilevanza; le fasi B sono, da un lato, i periodi di trasferimento geografico della produzione, i cui monopoli sono stati esauriti e, dall'altro, i periodi di lotta per il controllo di nuovi monopoli emergenti. I cicli egemonici più lunghi comportano una competizione tra due grandi Stati per assicurarsi il diritto di succedere alla precedente potenza egemonica divenendo così il luogo principale di accumulazione di capitale. Questo è un processo lungo, che alla fine richiede una forza militare tale da vincere una «guerra dei trent'anni». Una volta che si è venuta a creare una nuova egemonia, per mantenerla sono necessari finanziamenti massicci che, inevitabilmente, ne segnano il declino e scatenano le lotte per la successione.Questo sistema di lenta ma continua ristrutturazione e ribilanciamento dell'economia-mondo capitalista è stato molto efficace. L'ascesa e il declino delle grandi potenze è abbastanza simile al processo di ascesa e declino delle imprese: i monopoli resistono per un lungo periodo ma il loro destino è quello di essere minacciati proprio da quei provvedimenti presi per mantenerli in vita. Le conseguenti «bancarotte» sono meccanismi di depurazione, che servono a liberare il sistema da quelle potenze ormai esaurite immettendone altre più dinamiche. In tutto questo processo, le strutture del sistema sono rimaste le stesse. Ogni monopolio di potere resiste per un certo tempo ma, analogamente a quanto accade per i monopoli economici, è minato proprio da quelle misure adottate per sostenerlo. | << | < | > | >> |Pagina 48L'ottava differenza, che è anche la più profonda, tra l'ultima fase A del ciclo di Kondratieff e la prossima, è di carattere puramente politico: l'ascesa della democratizzazione e il declino del liberalismo. Non dobbiamo, infatti, dimenticare che democrazia e liberalismo non sono sinonimi ma, in gran parte, contrari. Il liberalismo fu inventato in risposta alla democrazia. Il problema che diede origine al liberalismo fu quello di contenere l'energia delle classi pericolose, dapprincipio all'interno dei paesi del centro e successivamente all'interno dell'intero sistema mondiale. La soluzione liberale concedeva un certo accesso al potere politico e una certa fruizione della quota del surplus economico, a livelli che non minacciassero l'incessante accumulazione di capitale o il sistema di Stato che lo sosteneva.
Il tema essenziale dello Stato liberale sul piano
nazionale e del sistema interstatale liberale sul piano
mondiale, è stato il riformismo razionale, da attuarsi
principalmente attraverso gli interventi dello Stato. La
formula dello Stato liberale, così come era stata sviluppata
negli Stati del centro durante il diciannovesimo secolo -
suffragio universale e Stato di benessere - funzionò a
meraviglia. Nel corso del ventesimo secolo una formula
analoga venne applicata al sistema interstatale sotto forma
di autodeterminazione delle nazioni e sviluppo economico nei
paesi del Terzo Mondo. Si arenò, tuttavia, sull'incapacità
di estendere lo Stato di benessere a tutto il mondo (come
voleva, ad esempio, la Commissione Brandt). Era, infatti,
impensabile poter attuare un simile programma senza
compromettere il processo di accumulazione di capitale, al
quale nessuno era disposto a rinunciare. Il motivo è
alquanto semplice. Il successo di questo programma,
applicato nei paesi del centro, dipendeva da una variabile
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